Trieste Film Festival 2017: il programma completo della ventottesima edizione, dal 20 al 29 gennaio, Trieste

Trieste Film Festival 2017: il programma completo della ventottesima edizione, dal 20 al 29 gennaio, Trieste

Gen 18, 2017

Torna dal 20 al 29 gennaio il Trieste Film Festival, primo e più importante appuntamento italiano con il cinema dell’Europa centro orientale, giunto quest’anno alla 28esima edizione, diretta da Fabrizio Grosoli e Nicoletta Romeo: nato alla vigilia della caduta del Muro di Berlino (l’edizione “zero” è datata 1987), il festival continua ad essere da quasi trent’anni un osservatorio privilegiato su cinematografie e autori spesso poco noti – se non addirittura sconosciuti – al pubblico italiano, e più in generale a quello “occidentale”. Più che un festival, un ponte che mette in contatto le diverse latitudini dell’Europa del cinema, scoprendo in anticipo nomi e tendenze destinate ad imporsi nel panorama internazionale.

Trieste Film Festival 2017

Ad aprire il festival sarà, venerdì 20 gennaio, l’anteprima fuori concorso di “The Teacher”, il nuovo film di Jan Hřebejk (autore candidato all’Oscar per il miglior film straniero nel 2000 con Divided We Fall), prossimamente in uscita nelle sale italiane distribuito da Satine Film. Un apologo, ispirato a una storia vera, venato di umorismo grottesco capace di trascendere ogni coordinata di regime politico (siamo a Bratislava, nella Cecoslovacchia del 1983 che inizia a sbirciare oltre la cortina di ferro e il Socialismo reale) attraverso una memorabile figura di insegnante soltanto all’apparenza mite e rassicurante… Un ruolo che è valso all’interprete Zuzana Mauréry il premio per la migliore attrice all’ultimo Festival di Karlovy Vary.

La chiusura sarà invece affidata all’ultimo film di Emir Kusturica, “On the milky road”: una storia d’amore “bigger than life”, sullo sfondo di una non meglio precisata guerra civile (che non può non far pensare, però, al conflitto jugoslavo), interpretata dallo stesso Kusturica e da Monica Bellucci, nei panni di una misteriosa donna italiana… Un film che conferma il talento visivo dell’autore di Underground, un cineasta che come pochi altri ha saputo creare negli ultimi trent’anni un immaginario inconfondibile.

Nucleo centrale del programma si confermano i tre concorsi internazionali dedicati a lungometraggi, cortometraggi e documentari: a decretare i vincitori, ancora una volta, sarà il pubblico del festival.

Dieci i film, tutti in anteprima italiana, che compongono il Concorso internazionale lungometraggi. Il “passato che non passa”, e un punto di vista al femminile, sono i fili rossi che uniscono le due produzioni provenienti dall’area della ex Jugoslavia: “A Good Wife” (Dobra žena / Una brava moglie), esordio alla regia dell’attrice serba (qui anche protagonista) Mirjana Karanović, e “On the other side” (S one strane / Dall’altra parte) del croato Zrinko Ogresta (uscirà prossimamente nelle sale italiane con Cineclub Internazionale Distribuzione). Nel primo, ispirato a una storia vera, una donna di 50 anni, Milena, deve fare i conti con la scoperta di una pagina oscura della vita del marito, oggi imprenditore immobiliare ma ieri responsabile di un eccidio di civili; nel secondo, Vesna è una donna che lavora come infermiera a Zagabria, dove si è trasferita venti anni prima con il figlio e la figlia, dopo che il marito Žarko è stato condannato per crimini di guerra…

L’emigrazione si affaccia quest’anno in una doppia veste: se il greco “Amerika Square” (Plateia Amerikis / Piazza Amerika) di Yannis Sakaridis intreccia tre storie sullo sfondo di una città che – come spiega il regista – somiglia sempre di più a “una moderna Casablanca dove migliaia di persone aspettano un pezzo di carta, un passaporto falso o un posto su un camion, su una barca, su qualsiasi mezzo li trasporti nell’Ovest dell’Europa”, il rumeno “By the rails” (Dincolo de calea ferată / Lungo i binari) di Cătălin Mitulescu racconta il ritorno in patria di Adrian, che – partito un anno prima per lavorare in Italia e aiutare finanziariamente la famiglia – al rientro trova ad aspettarlo una moglie che stenta a ricambiare il suo affetto e un figlio cresciuto troppo in fretta.

It’s not the time of my life

È – in parte – la storia di un ritorno a casa, e di due famiglie mai state troppo in sintonia, anche quella raccontata dall’ungherese “It’s not the time of my life” (Ernelláék Farkaséknál / Non è il periodo migliore della mia vita), diretto e interpretato da Szabolcs Hajdu: un film a basso costo (girato a casa del regista, con una troupe di studenti dell’Università di Budapest e un cast artistico perlopiù di amici e parenti) che si è imposto come un vero e proprio “caso”, conquistando a Karlovy Vary il Grand Prix come miglior film e il premio per la migliore interpretazione maschile.

Applaudito a Karlovy Vary (e premiato, per la migliore regia) anche lo sloveno “Nightlife” (Nočno življenje / Vita notturna) di Damjan Kozole, storia di un incidente che in un istante cambia la vita di una coppia benestante di Lubiana, costringendo una donna a confrontarsi con le proprie paure più profonde e a infrangere le leggi morali difese fino ad allora.

La Bulgaria si presenta con i suoi autori più affermati, Kristina Grozeva e Petar Valchanov, che dopo il successo internazionale di The Lesson firmano con “Glory” (Slava / Gloria), nelle sale italiane ad aprile 2017 distribuito da I Wonder Pictures, il ritratto di un Paese preda di una corruzione diffusa e di una impietosa disparità sociale.

La Repubblica Ceca guarda ad uno sconvolgente episodio del proprio drammatico passato con “I, Olga Hepnarovà” (Já, Olga Hepnarová / Io, Olga Hepnarová) di Tomáš Weinreb e Petr Kazda, che ricostruisce il caso di Olga Hepnarova, una ragazza omosessuale di 22 anni che, rifiutata dalla famiglia e dalla società, il 10 luglio 1973 decide di “vendicarsi” abbattendosi con un camion su una fermata dell’autobus del centro di Praga e uccidendo otto persone. Due anni dopo sarà impiccata, ultima donna a essere condannata a morte in Cecoslovacchia.

Un fatto di cronaca nera è alla base del polacco “Playground” (Plac Zabaw / Parco giochi) di Bartosz M. Kowalski, che osserva una “ordinaria” esplosione di violenza adolescenziale in un pomeriggio noioso e solo apparentemente tranquillo.

L’Italia e l’Austria, infine, con la coproduzione “Mister Universo” di Tizza Covi e Rainer Frimmel: gli autori di La Pivellina continuano a perseguire un cinema soltanto all’apparenza immediato e semplice, frutto in realtà di un lavoro lungo e meditato. Ambientato nel mondo del circo, il film segue il viaggio attraverso l’Italia del giovane domatore di leoni Tairo alla ricerca di Arthur Robin, carismatico Mister Universo degli anni ’50. Prossimamente nelle sale con Tycoon Distribuzione.

Afterimage

Altri cinque, oltre ai citati The Teacher e On the Milky Road, i lungometraggi fuori concorso selezionati come Eventi Speciali di questa edizione: a cominciare dall’omaggio postumo a un autore, Andrzej Wajda, cui il Festival ha sempre guardato non soltanto con attenzione ma con autentica devozione. Il suo “Afterimage” (Powidoki), ritratto del grande pittore Władysław Strzemiński perseguitato dal regime per il suo rifiuto di scendere a compromessi con le dottrine del realismo socialista, è l’ultimo regalo di un gigante del cinema ma anche di uno straordinario testimone della storia europea del XX secolo.

È un’autentica riscoperta, favorita dal restauro promosso dallo Slovenian Film Centre, quella di “The valley of peace” (Dolina miru), uno dei classici del cinema sloveno del secondo dopoguerra: firmato dal futuro candidato all’Oscar France Štiglic, il film – una “favola bellica” ad altezza di bambino sulla fuga dalla guerra di due orfani, la tedesca Lotti e lo sloveno Marko, aiutati da un pilota americano di colore – fu presentato nel 1957 in concorso al Festival di Cannes, dove il protagonista John Kitzmiller (dimenticato interprete anche di tanto cinema italiano, da Vivere in pace di Luigi Zampa a Luci del varietà di Lattuada e Fellini) vinse il premio come miglior attore “sbaragliando” avversari del calibro di Gary Cooper e Max von Sydow.

E, a proposito di Cannes, uno speciale omaggio al suo protagonista Omero Antonutti (con la pubblicazione di un volume di Guido Botteri edito da Comunicarte Edizioni & TSFF) sarà l’occasione per celebrare a Trieste il quarantesimo anniversario della Palma d’oro a “Padre Padrone” di Paolo e Vittorio Taviani.

Il Festival è inoltre felice di ospitare la consegna di un premio di nuova istituzione, quello promosso dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) per segnalare il “Miglior film italiano dell’anno”. A vincere la prima edizione è “Fai bei sogni” di Marco Bellocchio, protagonista il 28 gennaio di un incontro con il pubblico. “Triestespiega Franco Montini, presidente del SNCCIapre il calendario cinematografico dell’anno nuovo e ci sembra quindi il luogo ideale per un riconoscimento che premia il meglio dell’annata appena trascorsa”.

In collaborazione con Muggia Teatro, inoltre, il Trieste Film Festival ospita la proiezione di “These are the rules” (Takva su pravila / Queste sono le regole) di Ognjen Sviličić: un’occasione per approfondire la conoscenza di uno dei più importanti attori della scena e del cinema bosniaci, Emir Hadžihafizbegović, premiato proprio per questo film alla 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e già interprete di titoli come Papà è in viaggio d’affari di Emir Kusturica, Karaula di Rajko Grlić e Il segreto di Esma di Jasmila Žbanić.

Il Concorso internazionale Documentari propone undici titoli, tutti in anteprima italiana.

My own private war

Come affrontare la “propria” storia di guerra? E come fare in modo che i nostri figli non siano costretti a portare questo peso? A queste e altre domande prova a rispondere Lidija Zelović nel suo “My own private war”, un viaggio interiore attraverso i ricordi, i luoghi e le persone che ama. Nata a Sarajevo, fuggita nel 1993 nei Paesi Bassi, Zelović ha sempre continuato a indagare la guerra, fino a rendersi conto che la guerra è “dentro” le persone. Anche dentro di sé.

Ancora un teatro di guerra, l’Ucraina raccontata da Peter Entell in “Comme la rosée au soleil”: un secolo fa i nonni del regista sono dovuti fuggire da quella terra dilaniata dai massacri. Cento anni dopo, lo stesso nazionalismo distruttivo: la gente continua a uccidere in nome della madre patria, della bandiera, della cultura, della religione… Da un posto di blocco all’altro, Entell ci porta dagli ucraini lealisti ai separatisti filo-russi, senza voler stabilire chi abbia ragione e chi torto, ma parlandoci della follia umana che si tramanda dall’alba dei tempi.

Ci voleva una regista serba, Tamara von Steiner, da anni residente in Sicilia, per raccontare in “Controindicazione” un luogo sconvolgente come l’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, chiuso nel 2015, una sorta di sistema invincibile, di entità indipendente per la quale nessuno si assume alcuna responsabilità e che distrugge le vite e la dignità umana.

E certo non può non fare effetto mettere a confronto, e trovare più di un punto di contatto, tra questa vergogna tutta italiana e l’istituto neuropsichiatrico che in Siberia “accoglie”, dopo l’infanzia in orfanotrofio, Julija e Katia, le protagoniste di “Manuel de Libération” di Aleksandr Kuznecov: la strada per riconquistare i propri diritti, affrontando la terribile burocrazia russa, è lunga e difficile. Il regista segue la vita delle due donne: la loro routine quotidiana, qualche breve momento di piacere, i ricordi più dolorosi, l’attesa per la decisione del tribunale, nuove prove, delusioni e nuove speranze.

Un approccio diametralmente opposto al tema del disturbo mentale è quello indagato dal ceco Miroslav Janek nel suo “Normal Autistic Film” (Normální autistický film / Un normale film autistico) attraverso le storie di cinque ragazzi straordinari che la società ha etichettato, senza mezzi termini, come “autistici”: ma se smettessimo una volta per tutte di considerare l’autismo come un problema medico, trattandolo invece come un modo di pensare magari difficilmente decifrabile ma sicuramente affascinante?

E, a proposito di ragazzi straordinari, come altro definire la giovane Ola, protagonista del polacco “Communion” (Komunia / La comunione) di Anna Zamecka? Quando gli adulti sono incapaci, i bambini devono crescere in fretta, e Ola, a 14 anni, già si prende cura del padre e del fratello: la madre vive altrove, si sentono solo per telefono. La comunione del fratello diventa così per Ola l’occasione per organizzare una festa perfetta che riunisca finalmente la sua famiglia.

The good postman

Dalla Bulgaria arriva un film che ci aiuta a riflettere sulla percezione della cosiddetta “emergenza immigrati” nell’Europa dell’est, “The good postman” di Tonislav Hristov, storia di un postino che in un piccolo paese al confine con la Turchia si candida a sindaco con un programma “rivoluzionario”: ridare vita al villaggio ormai morente accogliendo i rifugiati. Peccato che non tutti siano d’accordo, a cominciare dai nostalgici del comunismo.

Cosa ci fa una scienziata lituana tra le montagne del Kazakistan? “The woman and the glacier” (Moteris ir ledynas / La donna e il ghiacciaio) di Audrius Stonys racconta la vita solitaria, a 3500 metri sopra il livello del mare, di Aušra Revutaite, impegnata da trent’anni nello studio dei cambiamenti climatici nel ghiacciaio Tuyuksu.

Si muove tra realtà e finzione, mischiando volutamente le carte del vero e del verosimile, “Houston, we have a problem” (Huston, imamo problem! / Houston, abbiamo un problema!) di Žiga Virc, che approfitta di uno dei temi più cari ai teorici della cospirazione – la corsa allo spazio – per portare alla luce il mito dell’accordo multimiliardario dietro l’acquisto da parte degli Stati Uniti del programma spaziale segreto di Tito, all’inizio degli anni ’60.

Due film, infine, che da prospettive diverse si confrontano con l’orrore della Seconda guerra mondiale: da una parte la quotidianità di chi di quegli orrori fu testimone se non complice, seppure dietro a una scrivania, come Brunilde Pomsel, la segretaria, stenografa e dattilografa di Joseph Goebbels, che oggi, a 105 anni, per la prima volta si racconta in “A German Life” (Ein Deutsches leben / Una vita tedesca) di Christian Krönes, Olaf S. Müller, Roland Schrotthofer e Florian Weigensamer, in uscita nelle sale italiane il 27 gennaio distribuito da Wanted Cinema; dall’altra le vittime, come i rom e i sinti del cui Olocausto poco o nulla si sa, e che viene ora raccontato da “A Hole in the Head” (Diera v hlave / Un buco in testa) di Robert Kirchhoff.

Tre i documentari fuori concorso, a cominciare dalla prima mondiale di “Trieste, Yugoslavia” di Alessio Bozzer, che attraverso un mosaico di materiali d’archivio, storie e testimonianze ricostruisce gli anni in cui Trieste divenne per tutti gli abitanti dell’allora Jugoslavia la meta prediletta per lo shopping e in particolare per il capo d’abbigliamento simbolo degli anni 70 e 80, i blue jeans.

Con “Beyond Boundaries” l’austriaco Peter Zach firma un roadmovie che viaggia sui confini e sugli abitanti dell’Europa Centrale e che, accompagnato dai testi del noto poeta sloveno Aleš Šteger, diventa una meditazione filosofica su qualcosa che potremmo perdere: l’Europa.

Dalla Polonia arriva “All these sleepless nights” di Michał Marczak, che sarà distribuito in Italia da I Wonder Pictures a maggio 2017: premiato per la migliore regia al Sundance 2016, il film – con uno stile liberissimo che ricorda le Nouvelle Vague degli anni ’60 – racconta una Varsavia sospesa fra il suo traumatico passato e un futuro alimentato da una nuova generazione piena di energia.

Fox di Jacqueline Lentzou

Sono 18 i cortometraggi in concorso per il Premio TsFF Corti: tra questi, il greco “Fox” di Jacqueline Lentzou, premiato dalla giuria dei Giovani all’ultimo Festival di Locarno; lo sloveno “Good Luck, Orlo!” di Sara Kern, già in concorso alla Mostra di Venezia; il georgiano “Lethe” di Dea Kulumbegashvili, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes; il serbo “Transition” di Milica Tomović, miglior corto al Festival di Sarajevo. L’Italia è rappresentata quest’anno da “Mostri” del fiorentino Adriano Giotti: Alex ha quasi quaranta anni, si è disintossicato dalla droga da tempo, ma suo padre, che gli è rimasto accanto ogni giorno, ha paura che il figlio possa ricadere di nuovo. Soprattutto ora che deve dare l’addio al cane, l’unico essere a cui Alex tiene davvero.

Si conferma anche quest’anno l’attenzione per l’animazione, con una vetrina fuori concorso dove trova posto anche – in prima assoluta – l’italiano “Confino” di Nico Bonomolo, la storia di un uomo che grazie al potere dell’arte saprà affrancarsi dal confino impostogli dalla dittatura fascista.

Promossa in collaborazione con Sky Arte, che premierà uno dei film della sezione attraverso l’acquisizione e la diffusione sul canale, TriesteFF Art&Sound propone quest’anno sei titoli in anteprima che esplorano i più diversi ambiti artistici: il russo “Act and Punishment” (Vystuplenie I Nakazanie / Azione e punizione) di Evgenij Mitta, sulla nascita del gruppo delle Pussy Riot; “Doomed Beauty” (Zkáza Krásou / Bellezza dannata) di Helena Třeštíková e Jakub Hejna, ritratto della controversa diva del cinema cecoslovacco Lída Baarová; l’austriaco “Children” (Kinders / Bambini) di Arash e Arman T. Riahi, sul programma di educazione musicale “((Superar))” che aiuta bambini e giovani che provengono da condizioni di vita problematiche e disagiate a superare barriere personali e sociali condividendo l’esperienza di far parte di un’orchestra e di un coro; “Koudelka Shooting Holy Land” di Gilad Baram, che ci accompagna nel viaggio del celebre fotografo ceco in Israele e Palestina; “Liberation Day” di Uģis Olte e Morten Traavik (distribuito in Italia da Wanted Cinema), che segue l’arrivo in Corea del Nord della band di culto slovena dei Laibach, primo gruppo rock occidentale a esibirsi nel Paese; e “The Last Family” (Ostatnia Rodzina / L’ultima famiglia) di Jan P. Matuszyński, una sorta di “black comedy” sulla vera e bizzarra storia del pittore polacco Zdzisław Beksiński e della sua famiglia.

Con le Sorprese di genere, anche quest’anno, si va alla scoperta del cinema più “popolare”, che si confronta col grande pubblico (e con i codici, appunto, dei generi cinematografici: quest’anno in particolare la commedia, in molte delle sue declinazioni). Quattro i film in programma: “Kills on wheels” (Tiszta Szívvel / Assassini a rotelle) di Attila Till, commedia d’azione su una gang in sedia a rotelle che ha sbancato i botteghini ungheresi; il tragicomico thriller estone “Mother” (Ema / Madre) di Kadri Kõusaar, presentato in concorso al Tribeca l’anno scorso; la commedia montenegrina “The Black Pin” (Igla Ispod Praga / La spilla nera) opera prima di Ivan Marinović; e il russo “Zoology” (Zoologiya / Zoologia) di Ivan I. Tverdovskij, storia di una donna che lavora allo zoo, e della coda che – spuntata all’improvviso – le cambia la vita.

Il consueto Focus “nazionale” si allarga quest’anno a un’area geografica, quella delle Repubbliche del Baltico. In programma, oltre ai titoli sparsi nelle altre sezioni (l’estone Mother nelle Sorprese di genere, il lettone Liberation Day in Art&Sound, il lituano The Woman and the Glacier nel Concorso documentari), altre tre proposte. Il lettone “Mellow Mud” (Es Esmu Šeit / Melma) di Renārs Vimba, ritratto – premiato alla scorsa Berlinale – di una giovane donna, determinata e piena di risorse, che si rifiuta di abbandonare i propri sogni nonostante le avversità della vita; il documentario / racconto poliziesco “My father the banker” (Mans Tēvs Baņķieris / Mio padre il banchiere) di Ieva Ozoliņa, storia di un uomo d’affari di successo che scompare dalla Lettonia negli anni ’90, per poi riapparire 15 anni dopo; e “The Saint”(Šventasis / Il Santo) di Andrius Blaževičius, che sullo sfondo della crisi economica lituana degli anni ’90 racconta la ricerca da parte del disoccupato Vytas e del suo amico Petras del ragazzo che ha postato su Youtube un video in cui afferma di aver visto Gesù nella loro città.

Scarred Hearts

Per il secondo anno consecutivo il festival continua a esplorare il Nuovo cinema rumeno, presente in molte sezioni e protagonista di uno speciale spazio di approfondimento dove trovano spazio “Scarred Hearts” (Inimi Cicatrizate / Cuori sfregiati) di Radu Jude, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Max Blecher e vincitore del Premio speciale della Giuria all’ultimo Festival di Locarno, e soprattutto “Seranevada”, il nuovo film di Cristi Puiu, tra i “vincitori” morali dell’ultimo Festival di Cannes e presto nelle sale italiane distribuito da Parthénos. Considerato a ragione il “padre” del nuovo cinema rumeno, Puiu sarà per la prima volta al Trieste Film Festival (dove nel 2006 vinse il premio come miglior film con il suo primo grande successo, The Death of Mr. Lazarescu), per presentare il film e tenere una masterclass che già si annuncia tra gli eventi più attesi del festival.

Altrettanto attesa è l’altra masterclass di questa edizione, che vedrà protagonista il documentarista russo Vitalij Manskij, vincitore lo scorso anno del premio come miglior documentario per Under the Sun e quest’anno al centro di un omaggio in 8 film che attraversa la sua vasta filmografia, da Cuts of Another War (1993), passando per Bliss (1996), Private Chronicles. Monologue (1999), Broadway. Black Sea (2002), Gagarin’s Pioneers. Our Motherland (2004), Virginity (2008) e Patria o muerte (2011), fino all’ultimo Close Relations (2016), forse il più “autobiografico” dei suoi lavori: un viaggio attraverso l’Ucraina (dove il regista è nato, a Leopoli, nel 1963) per capire cosa è accaduto dopo la rivoluzione di Piazza Maidan, e quanto la rivoluzione abbia segnato anche la propria famiglia, sparsa in tutto il Paese, da Leopoli a Odessa, dalla zona separatista del Donbass a Sebastopoli in Crimea. Un film profondamente attuale, che al tempo stesso si fa indagine sul passato e la Storia, cercando di capire le ragioni profonde del conflitto russo-ucraino. Un’indagine che, come e più dei film precedenti, ha attirato su Manskij l’aperta ostilità del governo russo.

Confermata anche quest’anno la formula del Premio Corso Salani, che presenta quattro film italiani completati nel corso del 2016 e ancora in attesa di distribuzione: la dotazione del Premio (2mila euro) va intesa quindi come incentivo alla diffusione nelle sale del film vincitore. Immutato il profilo della selezione: opere indipendenti, non inquadrabili facilmente in generi o formati e per questo innovative, nello spirito del cinema di Salani. I titoli: “Un altro me”di Claudio Casazza, un anno con i detenuti per reati sessuali del Carcere di Bollate, quelli che nella subcultura carceraria sono “gli infami”, spesso separati da tutti e isolati dal resto dei detenuti; “Chi mi ha incontrato non mi ha visto” di Bruno Bigoni, irresistibile mockumentary sul ritrovamento di una misteriosa fotografia di Arthur Rimbaud, dalla quale potrebbero emergere conclusioni rivoluzionarie sulla vita e le opere del poeta; “La natura delle cose” di Laura Viezzoli, immersione emotiva e filosofica in quel prezioso periodo dell’esistenza che è il fine vita, attraverso un anno d’incontri e dialoghi tra l’autrice e il protagonista, malato terminale di SLA; e “Sette giorni” di Rolando Colla, una storia di attrazione e desiderio che travolge un uomo e una donna – interpretati da Bruno Todeschini e Alessia Barela – che si incontrano per la prima volta su un’isola siciliana.

Fuori concorso si vedranno inoltre cinque documentari brevi realizzati a Napoli nell’ambito del progetto Filmap “Atelier di cinema del reale”, con la direzione pedagogica di Leonardo Di Costanzo e il coordinamento di Antonella Di Nocera: “‘A Mazzamma” di Ennio Eduardo Donato, “Antonio degli scogli” di Alessandro Gattuso, “La barca” di Luisa Izzo, “Cronopios” di Doriana Monaco e “Un Inferno” di Camilla Salvatore.

Giunto alla 7. edizione, When East Meets West propone da quest’anno una formula rinnovata: un doppio focus su una regione europea dell’Est e su una dell’Ovest, che mira ad aprire nuovi orizzonti nel multiforme panorama cinematografico europeo e si basa su un reciproco interesse delle due aree geografiche in esame. Ad inaugurare questo nuovo format sono state scelti la Francia per il versante occidentale e i Paesi Baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) per quello orientale. Questo significa che WEMW ha selezionato produttori dell’Europa orientale con un progetto adatto a coproduzioni con la Francia (o Italia) e produttori dell’Europa occidentale in cerca di coproduttori nei Paesi Baltici (o Italia). Inoltre tutti i produttori italiani, che stanno sviluppando un documentario o un lungometraggio con un potenziale co-produttivo con le aree in focus, sono stati invitati a partecipare alla call.

Non ci sono invece cambiamenti per gli spazi aperti due anni fa: First Cut Lab, il laboratorio dedicato ai film di fiction in fase di edizione, e Last Stop Trieste, la preziosa occasione per presentare documentari in un’avanzata fase di montaggio a un ristretto pubblico di sales agents, responsabili di festival, rappresentanti di broadcaster.

WEMW è un evento organizzato dal Fondo per l’Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia assieme al Trieste Film Festival, in collaborazione con EAVE, Maia workshops, Creative Europe Desk Italia, Eurimages, e con il supporto di Creative Europe – MEDIA Programme, MiBACT – Direzione Generale per il Cinema, CEI (Central European Initiative), Confartigianato Udine e Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. L’edizione 2017 è promossa in collaborazione e con il supporto del CNC – Centre national du cinéma et de l’image animée, Estonian Film Institute, Lithuanian Film Centre e National Film Centre of Latvia.

A Two Way Mirror

Da segnalare inoltre Born in Trieste, sezione del festival – aperta quindi al pubblico – dedicata ai film che proprio al When East Meets West hanno iniziato il loro (fortunato) percorso produttivo: in programma quest’anno “Anişoara” di Ana-Felicia Scutelnicu, che segue l’ultimo anno di adolescenza – e il primo amore – di una ragazza moldava; “A Two Way Mirror” della croata Katarina Zrinka Matijević, documentario poetico che in forma di meditazione evoca pensieri e lotte interiori dell’autrice; il georgiano “See you in Chechnya” di Alexander Kvatashidze, storia di un aspirante fotografo di guerra nel Caucaso; il bulgaro “The Beast is still alive” di Mina Mileva e  Vesela Kazakova, riflessione sul cuore della politica contemporanea europea.

Per il quarto anno torna Eastweek – Scriptwriting Workshop for New Talents. Nato grazie al sostegno dell’InCE – Iniziativa Centro Europea (CEI), Eastweek, pur mantenendo la sua vocazione originaria accogliendo i migliori progetti per lungometraggio degli studenti delle scuole di cinema del centro-est Europa, si apre anche ai professionisti, diplomati presso le scuole di cinema, rendendo il Talent Campus del Trieste Film Festival ancora più competitivo.

Si rinnova anche la partnership con il Premio Internazionale per la Sceneggiatura Mattador dedicato a Matteo Caenazzo, che organizza il workshop insieme all’associazione Alpe Adria Cinema e che vedrà, come ogni anno, concludersi all’interno di Eastweek il percorso formativo dei progetti finalisti al miglior soggetto del Premio Mattador.

Continua la collaborazione con Midpoint – International Script Development Program di Praga, che garantisce così un naturale sviluppo al miglior progetto di Eastweek che proseguirà proprio a Midpoint il suo percorso.

Quest’anno la sezione propone anche un evento speciale, cioè due cortometraggi realizzati da registe provenienti da Eastweek. Si tratta di “237 Years” di Ioana Mischie – progetto che ha già partecipato alla prima edizione e da cui è stato realizzato un cortometraggio in preparazione del lungometraggio dallo stesso titolo – e “The Children will come” di Ana Jakimska, vincitrice della seconda edizione di Eastweek.

La sigla del Trieste Film Festival 2017 è firmata da Fabio Bressan, designer e videomaker triestino, che si è ispirato all’immagine creata dall’artista austriaco Andreas Franke per la 28esima edizione, sulle musiche di Fleurie.

 

I Paesi della 28esima edizione

Austria, Belgio, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Canada, Croazia, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Georgia, Grecia, Iran, Israele, Italia, Lettonia, Lituania, Macedonia, Messico, Montenegro, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Russia, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Ungheria.

 

I luoghi del festival

Sala Tripcovich (Largo Città di Santos, 1)

Teatro Miela (Piazza Duca degli Abruzzi, 3)

Magazzino delle Idee (Corso Cavour 271)

Antico Caffè San Marco (Via Cesare Battisti, 18) Registi, attori e produttori presenti al festival incontrano il pubblico e la stampa, il 21 e poi ogni giorno dal 24 al 28 gennaio, alle ore 11:00.

Sala Stampa c/o Mediateca la cappella underground (via Roma, 19)

 

Trieste Film Festival 2017

Il 28esima Trieste Film Festival è stato realizzato con il patrocinio di Comune di Trieste, Direzione Generale per il Cinema – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Consolato Generale della Repubblica di Croazia di Trieste; con il contributo di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Direzione Generale per il Cinema – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Comune di Trieste,  CEI – Central European Initiative; con il sostegno di Le Fondazioni Casali – Fondazione Benefica Kathleen Foreman Casali, Fondazione CRTrieste, Promoturismo FVG, Istituto Polacco – Roma, Institute of Documentary Film – Praga, Centro Ceco – Milano; con la collaborazione di Fondo Audiovisivo FVG, Sncci Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, When East Meets West, La Cineteca del Friuli,  Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi – Trieste, La Cappella Underground, FVG Film Commission, Associazione Culturale Mattador, Comunità Greco Orientale di Trieste, Associazione Casa del Cinema di Trieste, Teatro Miela Bonawentura, Magazzino delle Idee, Associazione Corso Salani, Osservatorio Balcani e Caucaso, MidPoint International Script Development Program, Associazione Cizerouno, Narodna in študijska knjižnica – Trieste, Biografilm festival, Claimax.

Media partner: MYmovies, Quinlan.it, Longtake.

Web Media Partner: Bora, Cinema4stelle, Geomovies, Lanouvellevague,   Momentosera, Oubliette Magazine.

Media coverage by Sky Arte HD.

Technical partners: B&B Hotel Trieste, Grand Hotel Duchi D’Aosta, NH Hotel, Hotel Coppe, Savoia Excelsior Palace, Urban Hotel Design, Hotel Filoxenia, Tipografia Menini, Caffé Teatro Verdi, Antico Caffè San Marco, Parovel, Container_120, Ristorante Pepenero Pepebianco, 040 Social Food, Draw Food, Ristorante Antico Panada, Giardino Tergesteo, Ristorante Mimì e Cocotte, Erasmus Student Network – Trieste, Immaginario Scientifico, Atelier Home Gallery, Mlz Art Dep, Muggia Teatro, Ideando Pubblicità, Spin, Eventival.

 

 

Info

Sito Trieste Film Festival

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: