Intervista di Alessandro Cortese a Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, registi del film “Mine”

Intervista di Alessandro Cortese a Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, registi del film “Mine”

ott 3, 2016

Mine” – Quando il cinema americano lo fanno gli Italiani

 

Fabio Guaglione - Fabio Resinaro

Alcune storie hanno carattere universale, in quanto modelli che esistono da sempre. Si tratta di elementi che, nel loro insieme, non possono essere separati dall’immaginario collettivo che coinvolge tutti noi e che C.G. Jung definì Archetipi dell’Inconscio.

Solo rimanendo in ascolto è possibile continuare a sentirne l’eco e credo che compito dell’artista sia proprio questo, ascoltare, come se il cervello dei visionari sia in realtà un’antenna, con la quale intercettare esperienze e immagini provenienti da tutto ciò che ci circonda ma che resta invisibile allo sguardo razionale.

Tra gli Archetipi più noti c’è il viaggio dell’eroe che, persa la via di casa, tenta di ritornare al proprio mondo e ai propri affetti superando le difficoltà che il Caso, inevitabilmente, mette sul suo cammino per frenarlo e provarlo, così che il protagonista possa alla fine dimostrare di esser degno della ricompensa che lo aspetta.

Rientrano in questo schema Ulisse e l’Odissea o Gilgamesh e la sua Epopea, come pure Gesù Cristo con la Passione e la Resurrezione, mentre sono esempi altrettanto famosi quelli cinematografici di Luke Skywalker in Guerre Stellari, di Massimo ne Il Gladiatore o di Eric Draven ne Il Corvo: alla fine del loro viaggio, questi eroi ritornano in un modo o nell’altro alle loro case, le prove che il Destino ha deciso per loro sono state superate e potranno godere della pace che immaginiamo ci sia quando, dopo il film, la dissolvenza consegna allo spettatore i titoli di coda.

Dall’Archetipo di riferimento non si discosta neppure Mine, il film che giovedì 6 ottobre sbarcherà nei cinema di tutta Italia, colossal targato Eagle Pictures ma che dietro alla macchina da presa ha due italiani, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, coppia di autori che esattamente come l’eroe di cui raccontano il cammino, il soldato interpretato da Armie Hammer e rimasto bloccato nel deserto su una mina antiuomo, sono stati capaci di trovare la propria strada, affermandosi in qualità di registi sul palcoscenico internazionale.

 

A.C.: Cari Fabio e Fabio, io e voi abbiamo vissuto forse il più bel periodo, gli anni ’80, per vedere cinema e formarci, anni in cui il media cinematografico è stato spinto in molte direzioni e ha esplorato qualsiasi genere. Ho visto le vostre produzioni e ho avuto il piacere di conoscervi, cominciamo quindi la nostra chiacchierata con una domanda classica: chi sono Fabio Guaglione e Fabio Resinaro? Da dove venite? E quali film o registi vi hanno influenzato maggiormente?

Fabio Resinaro

Fabio Resinaro: Ci siamo conosciuti tra i banchi di una scuola superiore nella periferia di Milano, un liceo scientifico, per la precisione. Ma il banco di scuola ci stava piuttosto stretto… per questo, fin da allora, abbiamo cominciato a dedicarci allo sviluppo di un nostro immaginario, inizialmente fumetti che scrivevamo e disegnavamo durante le lezioni di matematica e latino. La passione per il cinema di genere c’è sempre stata e non appena siamo riusciti a procurarci un minimo di mezzi, una telecamera Minidv e un Pc, abbiamo subito cominciato a girare le nostre cose, influenzati da due direzioni principali, quella Americana e quella Giapponese, e come è stato per il fumetto, ora ce ne rendiamo conto, la nostra lettura del cinema di genere è una sorta di sintesi di queste due correnti, che passa però attraverso una cultura europea più umanistica. In questo senso, ci piace pensare che il genere sia uno strumento al servizio del racconto di storie che sono invece più personali e il nostro obiettivo può essere definito come la ricerca di un linguaggio pop – d’autore. Pop perché cerca di rivolgersi ad un vasto pubblico attraverso una retorica ben codificata, e d’autore perché cerchiamo di fare in modo che il cuore della nostra narrazione non sia fine a se stessa ma riflesso della nostra visione del mondo, di un qualcosa da dire.

Fabio Guaglione: È inevitabile essere influenzati da ciò di cui ci si nutre. Quindi sicuramente, ogni volta che pensiamo a un’inquadratura o a una scena, una parte del nostro cervello attinge da Spielberg o Kurosawa o Sergio Leone. Tra i registi più recenti, però, penso che quello da cui siamo stati influenzati in modo più conscio sia Christopher Nolan, soprattutto quando lavora in coppia con il fratello Jonathan.

 

A.C.: Eden, The Silver Rope, Afterville e True Love: sono i film, i vostri, che hanno portato a Mine, grande produzione internazionale distribuita in Italia da Eagle Pictures. Cosa sarebbe Mine? Davide contro Golia, con un paio di Italiani piccoli piccoli contro un mondo, quello del cinema americano, che pretende molto per premiarti? Il nostro Paese, recentemente, ha saputo dimostrare di poter fare cinema in modo diverso rispetto al passato, mi riferisco a Lo chiamavano Jeeg Robot e a Veloce come il vento, ampiamente lodati anche da voi, allora a che punto siamo? Ancora troppo simili a Davide o cominciamo a somigliare un po’ di più a Golia?

Mine

Fabio Resinaro: Innanzitutto direi che la metafora del racconto biblico probabilmente si potrebbe applicare a qualsiasi tipo di cinema; nel senso che in ogni parte del mondo, si tratti di Hollywood o di cinema d’autore iracheno, ogni volta che un autore o un regista si pone di fronte alla sfida di concretizzare la propria visione, si tratta sempre di un’impresa eccezionale, al di là del risultato. Se invece vuoi figurare il cinema americano come il gigante impossibile da battere, direi che non si tratta di una competizione: penso che le grandi produzioni Hollywoodiane possano continuare a convivere pacificamente con le produzioni più indipendenti, anche perché le grandi Major si stanno concentrando sempre più sulla produzione di colossal supereroistici o di franchise, comunque più “sicuri”, lasciando ad altri uno spazio sempre più ampio per produzioni medie, di Thriller, Horror, Sci Fi, ecc., che negli anni passati costituivano la spina dorsale del cinema internazionale.

Fabio Guaglione: Ormai le major realizzano in maniera piuttosto dichiarata dei giganteschi prodotti. I film… sono un’altra cosa e ormai sono sempre più ad appannaggio di produzioni extra-studios.

Fabio Resinaro: Riguardo l’Italia, qualcosa sta cambiando e sicuramente le novità potranno aumentare l’attenzione sul nostro cinema da parte del resto del mondo. Grazie al lavoro di Mainetti, Rovere, Sibilia e Sollima, sembra iniziato un momento molto fertile per il cinema di genere anche in Italia. In questo senso, speriamo che anche Mine aiuti a rinforzare l’idea che, ormai, anche nel nostro paese ci sono autori in grado di realizzare un prodotto quantomeno credibile e spendibile pure all’estero.

Fabio Guaglione: C’è un’aria frizzante, in Italia, e sarebbe bello dare continuità al film di genere, anche perché il pubblico sembra apprezzare. Ci sono delle realtà che stanno lavorando in questo senso e a me piacerebbe molto che tutti quanti si connettessero in una sorta di tessuto comune. Una nuova ondata.

 

A.C.: Ricordo, quando ho conosciuto Fabio [Guaglione, NdA] che, nella sua presentazione dei vostri lavori precedenti a Mine, raccontò come da subito vi siete posti l’obiettivo di darvi le competenze necessarie per avere più controllo sugli aspetti creativi nella realizzazione di un film, ad esempio saperne abbastanza sugli effetti speciali. Dietro scelte del genere, ci vedo la volontà di non essere mai semplici esecutori ma di essere sempre creatori: vi scrivete le vostre storie e le realizzate come dite voi; non è una visione un po’ totalizzante? E quanto pesa, controllare tutto?

Fabio Resinaro: Il nostro percorso è stato quello di filmmakers che si sono formati sul campo. Inizialmente si è trattato quindi di una semplice necessità: per pure questioni pratiche siamo dovuti diventare competenti in ogni fase della realizzazione di un opera audiovisiva, dalla scrittura, alla produzione, al montaggio e ai VFX.  Ma ci siamo presto resi conto che questa era anche la strada più adatta a noi che, prima di tutto, volevamo vedere realizzate le nostre storie, più che cercare di costruirci una carriera come registi. Negli anni, l’esperienza maturata si è rivelata particolarmente utile nell’ottimizzare al meglio le risorse a nostra disposizione, essendo in ogni fase consapevoli delle varie esigenze successive. È difficile per noi, ora, immaginare di lavorare in modo differente: già quando scriviamo pensiamo alla messa in scena, al montaggio e alla postproduzione; questa consapevolezza è diventata parte integrante del processo creativo.

Fabio Guaglione

Fabio Guaglione: Controllare o comunque supervisionare tutto ha un peso specifico inimmaginabile, le mie coliti confermano. Però diventa anche un modo per garantire organicità al processo e contenere le spese, e gli sprechi di energia, quanto più possibile. Il viaggio diventa assolutamente totalizzante, nel senso che il film diventa una creatura su cui si riversano tutte le proprie attenzioni ed emozioni per anni. Questo ne fa un oggetto molto carico emotivamente, che è sia una male che un bene quando si tratta di un confronto con altri collaboratori o con il pubblico. Diventa difficile scindere il lavoro dal personale, perché il film è in tutto e per tutto una parte di te, un testamento di quei tuoi anni di vita.

 

A.C.: L’incipit di Mine recita: “un soldato rimane bloccato su una mina antiuomo nel deserto, se sposta il piede salterà in aria”. Raccontato così potrebbe sembrare un film semplice, ma io vi conosco e so che dietro l’incipit ci racconterete un intero mondo. Voi siete registi colti e leggete di tutto, dalla fisica delle particelle alle straordinarie capacità di quanto può fare la mente, fino alle filosofie orientali… come mettete in ordine, tutto questo, nella vostra visione dell’Universo? E come tutto questo influenza il processo creativo per i vostri film? Non avete mai la tentazione di fare qualcosa di davvero semplice?

Fabio Resinaro: Non credo che Mine non sia semplice, anzi, spero davvero che lo sia! Però è vero che amiamo raccontare delle storie che incorporano diversi livelli di lettura… o almeno è quello che proviamo a fare (ride, NdA). Ed è anche vero che siamo particolarmente attratti dall’aspetto metafisico della realtà e forse le varie forme di narrazione, come il cinema, non sono altro che uno strumento di conoscenza, di indagine. In questo senso per noi la narrazione rappresenta un punto di vista sulla realtà che è capace di darle un senso. Siamo molto attenti ai vari aspetti archetipici della narrazione e ci prendiamo cura dei nostri lavori come se ogni singolo elemento, che sia la funzione di un personaggio o il colore di un divano, avesse un significato simbolico da veicolare, anche perché pensiamo che in questo universo sia proprio così che funzioni. In particolare, per quanto riguarda Mine, è facile cogliere una metafora universale in una storia in cui il protagonista è un uomo che si trova bloccato sul suo percorso e il suo prossimo passo potrebbe essere l’ultimo. Questo tipo di racconto allegorico è un elemento per noi imprescindibile: ad una storia avvincente si deve affiancare la possibilità di veicolare un significato. Quindi, se mi si chiede di rinunciare a questo aspetto per realizzare qualcosa di più semplice, direi proprio di no. Ma ci auguriamo anche che il nostro film sia fruibile come visione mediamente spensierata.

Fabio Guaglione: Penso che sia vero che nelle cose che facciamo proviamo a raccontare le vicende del protagonista attraverso la descrizione dei meccanismi universali. Che poi suona molto più complicato di come sia in realtà. Una volta fatto questo per 3 o 4 film… a me piacerebbe raccontare una storia che non abbia altri livelli di lettura se non quello che stai vedendo sullo schermo. Tipo una revenge story crudissima. Ma mi sembra un futuro lontano al momento.

 

A.M.: Cinema contro serie TV: come vi schierate? Non nascondo che anch’io, che il cinema l’ho amato e lo amo tanto, me ne sono allontanato senza grandi rimpianti, non solo per la mancanza di sostanza in progetti solo capaci di generare tanto hype, ma perché ho piacere di vedere un attore sviscerare il proprio personaggio sullo schermo per diverse ore, possibilità che il cinema nega con la scusa della durata commerciale. Quali sono i vincoli cinematografici, in termini di durata di un film, al quale un creativo deve sottostare? E quanto è difficile, per il creativo, dover obbedire?

Fabio Guaglione - Fabio Resinaro

Fabio Resinaro: Io resto neutrale come la Svizzera. È vero che negli ultimi anni la qualità, soprattutto della scrittura, sembra essere migrata dal grande al piccolo schermo. È vero pure che le serie TV sono sempre più “come dei lunghi film” e questo aspetto, in termini di possibilità creative e di esplorazione dei personaggi, le fa diventare progetti molto allettanti. Però io non trovo che il vincolo di durata di un film sia un limite creativo; forse si tratta semplicemente di esperienze diverse. Sarebbe come dire che in un quadro dipinto su una tela molto grande si può esprimere molta più creatività quando forse, in realtà, ci vuole solo più tempo per guardarlo tutto.

Fabio Guaglione: Sono due media diversi, così come lo sono i libri, i videogames, i fumetti… e corrispondono ad esigenze narrative e creative diverse. In un film la storia deve, auspicabilmente, trovare espressione piena nell’arco di tre atti restaurativi. Anzi, se una storia deve sottostare a dei vincoli per essere raccontata in un film, o c’è qualcosa che non va nella struttura della storia o non è una storia adatta per essere raccontata dal mezzo cinematografico. Una serie tv invece può fare dell’episodicità la sua forza, così come della fidelizzazione ai personaggi o della creazione di elementi ricorrenti, cosa sicuramente interessante. Anche la fruizione è, fortunatamente, molto diversa: l’immersione in un mondo parallelo che può dare la sala cinematografica è impareggiabile, così come unica è l’esperienza che possa dare il binge watching di una serie intera.

 

A.C.: Altra domanda classica, che in chiusura d’intervista voglio fare a entrambi: state lavorando a un fumetto e tenterete di presentarlo a Lucca 2016, ma ben sappiamo che la mente di un creativo non è mai ferma e già starete pensando ai prossimi progetti…

Fabio Guaglione e Fabio Resinaro: Ovviamente continuiamo a lavorare su diversi fronti, ma ora siamo concentratissimi sulla promozione di Mine: si tratta di un momento chiave per noi, in cui si capirà se ciò che facciamo piace e se la gente ne vorrà ancora. In quel caso… abbiamo un’idea o due su cui lavorare (ride, NdA).

 

Noi di Oubliette Magazine facciamo quindi i migliori auguri a Fabio & Fabio, in attesa che arrivi il 6 ottobre e ci si possa immergere nella sabbia del deserto insieme ad Armie Hammer, bloccati con lui e sul punto di andare in pezzi.

Ma c’è molto di più, sopra quella mina, e per scoprire le carte basterà vedere Mine.

 

Written by Alessandro Cortese

Photo 1 – 5 by Quim Vives

Photo 2 – 4 by Gianluca Sanna

 

 

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