“Storia della follia nell’età classica” di Michel Foucault: e se Alice non si svegliasse mai?

“Storia della follia nell’età classica” di Michel Foucault: e se Alice non si svegliasse mai?

Set 17, 2016

“Questo soltanto si saprà, che noi altri, occidentali vecchi di cinque secoli, siamo stati sulla faccia della terra quei tali che, tra molti altri aspetti fondamentali, abbiamo avuto questo, strano quant’altro mai: abbiamo mantenuto con la malattia mentale un rapporto profondo, patetico, forse per noi stessi difficile da descrivere, ma impenetrabile a tutto il resto, e nel quale abbiamo provato il più vivo dei nostri pericoli, e la nostra verità, forse la più vicina.

Storia della follia

Storia della follia nell’età classica(BUR, 2012) è, se non il più famoso, uno dei più famosi saggi di Michel Foucault. Quanto ciò è dovuto all’innegabile fascinazione che la follia ha su di noi, tra l’attrazione e la repulsione, simile alla morbosa curiosità che precede la vertigine?

“Come mai, in una cultura, una così lieve eventualità può esercitare un simile potere di spavento rivelatore?

Per rispondere a questa domanda, coloro che ci guarderanno volgendosi indietro non avranno indubbiamente molti elementi a loro disposizione. Solo alcuni segni carbonizzati: la paura ribadita per interi secoli di vedere le basse acque della follia salire e sommergere il mondo; i rituali di esclusione e inclusione del folle; l’ascolto teso, dopo il XIX secolo, a sorprendere nella follia qualcosa che possa dire che cos’è la verità dell’uomo; la stessa impazienza con cui sono respinte e accolte le parole della follia, l’esitazione a riconoscere la loro inanità o la loro risolutezza.”

Consiglio di aprire questo libro non negando ma, al contrario, dando piena libertà d’azione e condizionamento a questo contraddittorio impulso. Michel Foucault ha spesso il merito, e anche questo è il caso, di affondare le mani nei campi più minati di tabù senza permettere alle dita di tremare mentre li spoglia, velo dopo velo, per rivelare la loro nascita storica.

Ma, prima di andare indietro nel tempo, mi porrei alcune domande sul presente, quel presente che ha portato Foucault a interrogarsi sul ruolo della follia nella cultura occidentale:

Chi è, per me, folle? E chi non lo è? Lo è il serial killer che prepara metodicamente il proprio operato, e/o il marito geloso che uccide la moglie? E lo è più il marito che è sempre stato quieto e improvvisamente ricorre alla violenza, o quello che ha sempre usato la violenza fisica per imporre le proprie necessità? Lo è l’artista finito suicida? Il genio matematico incapace di interagire socialmente?

Che cos’è, insomma, la follia, e che cosa strutturalmente esclude? È una mancanza di ragione, o l’uso della stessa per realizzare lucidamente progetti che solo una mancanza di empatia può far realizzare? È l’incapacità di distinguere la realtà dall’illusione, o la capacità di intuire i meccanismi più profondi della realtà? Avvicina o distanzia dalla verità? Esclude o include?

Storia della follia nell’età classica inizia il suo viaggio nella storia delle rappresentazioni della follia nel Medioevo per giungere non al presente in cui Foucault scrive (1960), ma al Positivismo, in cui rintraccia l’ultimo grande cambiamento di percezione della follia nella cultura occidentale. Il Positivismo viene visto come il “genitore”, di cui siamo i figli a cui esso ha insegnato la lingua con cui parlare di follia: possiamo condividere o non condividere il modo in cui la giudica, ma non abbiamo altro linguaggio con cui parlarne. Per trovarlo, Foucault ricorre alla genealogia: ricostruisce non una storia della follia scritta con la lingua che ci è stata insegnata (e quindi analizzata tramite i concetti che ci sono stati tramandati), ma una storia della rappresentazione della follia, una storia dei modi in cui la follia è stata definita – e giudicata, e trattata.

Michel Foucault

Il suo lavoro ricostruisce il concetto di “follia” secolo dopo secolo con abbondanza di riferimenti alle fonti originali, di cui fornisce l’interpretazione, di modo che chiunque volesse continuare o contestare la sua visione potrebbe farlo andando a ricontrollare i passaggi. Per i semplici fruitori, però, basta un’occhiata dall’alto a questo ampio arco storico per notare delle incongruenze, delle contraddizioni, delle incomparabilità nei modi in cui la follia è stata definita. Basta, come Foucault pure ha fatto, posare l’occhio sulla storia dell’arte e della letteratura. È un “gioco” che può fare chiunque: basta prendere un luogo e un tempo e domandarsi dove, in quelle coordinate, si trovino i folli.

Prendete Bosch e i suoi delirii manifesti. Calcolate la distanza che pone, e non pone, tra le sue figure più disturbanti e quelle più facilmente riconducibili all’“umano”. E, in quelle meno umane, da che cosa trae per rendere il delirio? Tutta quest’abbondanza di animali fantastici, chimere disturbanti, ha spazio nelle attuali rappresentazioni della follia? Che hanno a che fare le nevrosi contemporanee con i pesci volanti, i cani squamati e i conigli vestiti di tutto punto? Troverete un coniglio nelle “Avventure di Alice nel paese delle meraviglie” e uno in “Donnie Darko”, e anche chi dirà che certi simboli sono universali e senza tempo. Ma sono il coniglio di Bosch e quello di Lewis lo stesso coniglio? Rappresentano la stessa cosa? Rappresentano la stessa follia? E, quella follia, che cosa rappresenta? È un sussurro costante, ovunque disperso, come nei quadri di Bosch, o una guida verso la sfera onirica, che inizia e finisce con l’inizio e la fine della notte, come in Carroll?

Fate ora un salto nell’Illuminismo, in salotti in cui la ragione acquisisce una R maiuscola e si pone come salvezza del mondo a venire. Dove sono finiti i folli? Che cosa fanno? Che cos’hanno a che spartire con i libertini, che così spesso vengono menzionati al loro fianco? E come può essere che De Sade, oggi annoverato tra i filosofi, fosse allora recluso (metaforicamente e non) ben lontano dai filosofi dell’epoca? Che cosa abbiamo sottratto alla follia per darlo alla filosofia? Oggi De Sade sarebbe un folle? E, se sì, sarebbe una minaccia alla morale? E, se non fosse un folle, ne sarebbe comunque una minaccia? Che c’entra la follia con la morale? Possono l’una esistere indipendentemente dall’altra? Potevano durante l’Illuminismo? Potevano nell’Ottocento borghese?

Basta un salto di cento anni, dagli illuminati salotti settecenteschi all’epoca vittoriana, per trovarsi in uno scenario che non solo aveva un luogo specifico preposto ai folli, ma che è passato alla storia anche proprio per il fatto di averlo: per l’“infamia” dei manicomi. Per averli usati per liberarsi di parenti scomodi e scandali. Per aver rinchiuso fenomeni che oggi rileggiamo come social-politici – l’omosessualità, il femminismo – in patologie ed essersene sbarazzato.

Hieronymus Bosch - Estrazione della pietra della follia

Ma – e questo è il punto di Foucault – ha senso rileggere una rappresentazione storica della follia con i criteri attuali?

Il problema dell’applicare i criteri attuali, di origine positivista, su epoche passate è che la conclusione sarà sempre la stessa: “Si sbagliavano”. Si sbagliavano nel Rinascimento a considerare la follia come una deriva bestiale dell’essere umano, descrivendo i comportamenti delle persone con criteri derivati dalle bestie; si sbagliavano nell’Illuminismo a riconoscere ai folli una capacità decisionale, una malizia, che oggi non riconosciamo ai folli di una certa specie, la cui definizione è proprio quella di non poter/saper essere responsabili delle proprie scelte e azioni; si sbagliavano nell’Ottocento a vedere follia in comportamenti anti-sociali, poiché oggi scindiamo molto più patologia e morale; etc…

Può l’uso di criteri attuali in retrospettiva veramente aiutarci a capire altre epoche, e quindi l’evoluzione della follia?

Lo avrebbe, se la follia avesse significato – se avesse racchiuso in sé – sempre la stessa cosa. Se fosse stata definita – e quindi fosse stata giudicata e trattata – sempre con gli stessi criteri.

L’epoca presente, con la coesistenza di diversi criteri nello stesso sistema, già di per sé ci dà un’idea dell’arbitrarietà delle definizioni di “follia”.

C’è chi pensa che sia una scelta, una conseguenza di un’educazione fallimentare, di un mancato inculcamento di valori fondanti, e che quindi un folle vada trattato come un bambino capriccioso: “Che lo si metta a fare del lavoro vero, lavoro duro, e si vedrà come rinsavisce”. Chi mantiene tale posizione verrà criticato da chi vede nella follia un’incapacità di scegliere, nel folle una vittima di se stessa: “Si può forse chiedere a un bambino di portare sulle proprie spalle il carico di un adulto? Sarebbe crudele”. Dal punto di vista di un folle quale sarebbe il trattamento migliore? Vedersi riconoscere responsabilità sulle proprie azioni o meno? Ma, soprattutto, “quale” folle? Chi inseriamo nella categoria oggi?

Che hanno a che spartire Hannibal Lecter il cannibale, Van Gogh il pittore, Philip Dick lo scrittore, il vicino di casa che va a fare la spesa in mutande, il terrorista che pianifica la propria morte in un attentato, John Nash il genio, il passante che si mette a cantare a squarciagola in mezzo alla strada, e chiunque sia stato davanti a voi almeno una volta definito folle?

Le etichette di “folle”, contemporaneamente e/o retrospettivamente affibbiate, cadono o vengono messe mano a mano che i decenni passano. Alan Turing, la cui omosessualità è stata trattata (medicamente) come una patologia, è stato liberato dall’etichetta; ma il posto lasciato libero l’aveva già preso Erzsébet Báthory, che per l’epoca in cui è vissuta non era folle. Smetterà di esserlo fra duecento anni, quando verrà riletta solo e univocamente come una persona che lucidamente espletava un desiderio? E Turing verrà univocamente riletto (come già avviene, ma non univocamente, oggi) come una persona incapace di decidere del proprio orientamento sessuale? O come una che, con malizia, pesca dal calderone quello che più la aggrada, in totale e raziocinante libertà?

Michel Foucault

Se Foucault critica quelle ricerche che vanno a rileggere retrospettivamente l’Occidente usando l’attuale parametro medico, ciò è perché vuole evidenziare come la definizione di “follia” sia, in ogni spazio-tempo, il risultato di un dialogo tra diversi criteri, appartenenti a diversi campi, che a loro volta hanno diversi assunti.

Prima di essere tentati di rileggere tutte le vicende della follia nel corso della storia come “errori di valutazione” nell’arco di un progresso che va ancora compiendosi, quindi, credo sarebbe utile soffermarsi su riflessioni che stanno alla base, seppur non palesemente, degli attuali discorsi attorno a che cosa la malattia mentale sia e che cosa non sia. Ad esempio:

“La follia è mancanza di empatia o di lucidità mentale? Una sola delle due che esclude l’altra, o entrambe assieme?

La medicina può spiegarci (fino a un certo punto) da che cosa una mancanza di empatia e una mancanza di lucidità mentale siano causate, e come prevenire (fino a un certo punto) tali mancanze, ma non sta a essa rispondere a un’altra domanda:

“Che cosa è più pericoloso per la nostra società, la mancanza di empatia o quella di lucidità mentale?

Con questa domanda – come con la maggior parte delle domande che circondano la follia – si sfocia nell’etica e nelle esigenze del diritto, che pure hanno tra di loro una relazione di mutua influenza. Non è compito della medicina detenere l’etica di una società (tanto più che, nella “fiction in cui ha invece questo ruolo, si sfocia nella distopia tirannica), né forse è possibile strutturalmente che un solo campo – sia la scienza, l’etica, la filosofia, la religione, etc… – abbia il monopolio decisionale sulle definizioni di concetti trasversali quali quello di “follia”.

Perciò ha poco senso chiedere alla medicina attuale di spiegarci la follia nel Rinascimento, o in qualsiasi altra epoca: sarebbe come chiedere al diritto solo di fare una genealogia dei diritti umani senza scomodare il ruolo che le chiese hanno avuto nella definizione stessa di “diritto umano”; o come domandare alla sola etica di parlaci dell’inviolabilità della proprietà individuale senza scomodare il diritto e l’economia.

La follia, come concetto, è stato e continua a essere il risultato di una serie di interazioni. Da quando poi la volontà umana è entrata nel diritto, da quando ossia il “movente” va a influire sulle sentenze (ufficiali e individuali), la vaghezza della definizione di “follia” fa scaturire una serie di discussioni.

Se la follia non è una scelta, non può essere legalmente giudicabile quanto un atto di lucida volontà. Ma chi è folle? Chi finisce in ospedale psichiatrico e chi sulla sedia elettrica? E se la follia fosse invece una scelta, non sarebbe il fingersi folli una scappatoia, come si è creduto in passato? E se casi attuali fossero reputati conseguenze di una libera scelta, ma fossero invece conseguenze di una follia irrimediabile, quanto potrebbero diventare ulteriormente pericolosi dopo dieci anni in prigione? Tra il serial killer che lucidamente seleziona le proprie vittime e il marito che perde lucidità mentale e uccide la moglie, chi finisce in ospedale psichiatrico e chi sulla sedia elettrica? Etc etc…

E questa è la sfera social-politica, che scomoda etica e diritto. C’è poi quella individual-filosofica.

Come possiamo sapere di non essere folli?

Come possiamo sapere, ossia, di non essere pazienti di “Shutter Island”, incastrati in “Matrix”, addormentati in “Inception”?

E se Alice non si svegliasse mai?

 

Michel Foucault (1926-1984) è stato filosofo, archeologo dei saperi, sociologo e storico francese. Tra le sue opere più note, “La storia della follia”, “Disciplinare e punire”, “La storia della sessualità”, “Le parole e le cose”.

 

Written by Serena Bertogliatti

 

 

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