“La camera doppia”, poemetto in prosa di Charles Baudelaire tratto da “Lo Spleen di Parigi”

“La camera doppia”, poemetto in prosa di Charles Baudelaire tratto da “Lo Spleen di Parigi”

Ago 31, 2016

“La camera doppia”

 

 

Una stanza che sembra una rêverie, una stanza veramente spirituale, la cui atmosfera stagnante è leggermente tinta di rosa e di blu. Qui l’anima si immerge in un bagno di pigrizia, aromatizzato dal rimpianto e dal desiderio. – Qualcosa di crepuscolare, di bluastro e di rossastro; un sogno di voluttà nel corso di un’eclisse.

I mobili hanno forme allungate, illanguidite, prostrate. Sembrano sognare. Li si direbbe dotati di una vita sonnambolica, come quella dei vegetali e dei minerali. Le stoffe parlano una lingua muta, come i fiori, come cieli e soli al tramonto.

Ai muri, nessuna infamia artistica. Di fronte al puro sogno, all’impressione non ancora analizzata, l’arte definita, l’arte effettiva è una bestemmia. Qui tutto ha la chiarezza sufficiente e la deliziosa oscurità dell’armonia.

Un sentore infinitesimale del genere più squisito, a cui si mescola una leggerissima umidità, galleggia in questa atmosfera in cui la mente assopita è cullata da calde sensazioni di serra.

La mussola piove abbondantemente davanti alle finestre e al letto; si spande in cascate nevose. Sul letto è sdraiata la sovrana dei miei sogni, il mio idolo. Come mai? Chi l’ha portata qui? Quale magico potere l’ha collocata su questo trono fantastico e voluttuoso? Ma che importa? Lei è qui, e io la riconosco.

Eccoli quegli occhi la cui fiamma trapassa il crepuscolo; quei sottili e terribili specchietti che riconosco dalla loro spaventosa malizia! Attirano, soggiogano, divorano lo sguardo dell’imprudente che li contempla. Le ho studiate a lungo queste stelle nere che costringono alla curiosità e all’ammirazione.

A quale dèmone benevolo sono debitore di trovarmi così circondato di mistero, di silenzio, di pace e di profumi? O beatitudine! Ciò che di solito chiamiamo vita, anche nella sua espansione più felice, non ha niente in comune con questa vita suprema di cui ora ho conoscenza e che assaporo minuto per minuto, secondo per secondo!

No, non ci sono più né minuti, né secondi! Il tempo è sparito. È l’Eternità che regna, un’eternità di delizie!

Ma un colpo terribile, pesante, è risuonato alla porta, e, come nei sogni infernali, mi è sembrato di ricevere un colpo di piccone allo stomaco.

Poi uno Spettro è entrato. È un usciere che viene a torturarmi in nome della legge; è un’infame concubina che viene a piangere miseria e ad aggiungere le trivialità della sua vita ai dolori della mia; o forse è il galoppino di un direttore di giornale, che viene a reclamare un altro pezzo del manoscritto.

La stanza di paradiso, l’idolo, la sovrana dei sogni, la Silfide, come diceva il grande René, tutta questa magia è sparita con il colpo brutale battuto dallo Spettro.

Ricordo bene! Che orrore! Sì, è mio questo tugurio dove è di casa l’eterna noia! Ecco i mobili: insulsi, polverosi, scheggiati. Il camino senza fiamma e senza brace, lordato di sputi; le tristi finestre su cui la pioggia ha lasciato scie polverose; i manoscritti cancellati o incompleti; il calendario su cui la matita ha segnato date sinistre.

E quel profumo d’un altro mondo, di cui mi inebriavo con perfezionata sensibilità, eccolo ahimè rimpiazzato da un odore disgustoso di tabacco, mescolato a qualcosa di ammuffito e di nauseante. Ora qui si respira il puzzo rancido della desolazione.

In questo mondo ristretto, ma così pieno di disgusto, un solo oggetto noto mi sorride: è la fiala del làudano, vecchia e terribile amica; come tutte le amiche, ahimè, prodiga di carezze e di tradimenti.

Sì, il Tempo è ricomparso! Il Tempo regna sovrano, ora. E con questo orribile vegliardo è tornato il suo seguito di Ricordi, di Rimpianti, di Spasimi, di Paure, Angosce, Incubi, Collere e Nevrosi.

Ora i secondi sono fortemente, solennemente scanditi, ve lo assicuro. E ognuno di loro, saltando fuori dalla pendola, dice: – «Io sono la Vita, l’insopportabile, l’implacabile Vita!».

C’è solo un Secondo nella vita umana che abbia la missione di annunciare una buona novella, la buona novella che provoca in tutti un’inspiegabile paura.

Sì, il Tempo regna! Ha ripreso la sua brutale dittatura. E mi spinge, come se fossi un bue, col suo doppio pungolo. «Forza, somaro! Sgobba, schiavo! Vivi, dannato!».

 

Charles Pierre Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867) è stato un poeta, scrittore, critico letterario, critico d’arte, giornalista,aforista, saggista e traduttore francese. È considerato uno dei più importanti poeti del XIX secolo, esponente chiave del Simbolismo, affiliato delParnassianesimo e grande innovatore del genere lirico, nonché anticipatore del Decadentismo. I fiori del male, la sua opera maggiore, è considerata uno dei classici della letteratura francese e mondiale.

Il pensiero e la biografia di Baudelaire hanno influenzato molti autori successivi a lui (ad es. i “poeti maledetti” di Verlaine, Marcel Proust, Alfred de Vigny, Edmund Wilson ed in particolar modo Paul Valéry), appartenenti anche a correnti letterarie e vissuti in periodi storici differenti, e viene ancor oggi considerato non solo come uno dei precursori del Decadentismo, ma anche di quella poetica e di quella filosofia nei confronti della società, dell’arte, dell’essenza dei rapporti tra esseri umani, dell’emotività, dell’amore e della vita che lui stesso aveva definito come “Modernismo”.

 

One comment

  1. un bagno di pigrizia, aromatizzato dal rimpianto e dal desiderio
    un sogno di voluttà nel corso di un’eclisse.
    I mobili hanno forme illanguidite, prostrate. Le stoffe parlano una lingua muta, come cieli e soli al tramonto.
    Ai muri, nessuna infamia artistica. l’arte effettiva è una bestemmia. Qui tutto hala deliziosa oscurità dell’armonia.

    Ma che cosa vuole questo diavolaccio malinconioso? Ce l’ha con l’ascoso potere che lo ha fatto venir giù a vivere per la bellezza di una cinquantina d’anni in questo paradiso di pianeta che canta costantemente e dappertutto l’inno della bellezza? Ma perché continuate a presentarcelo con questa faccia dalla quale promana una tristizia furente di origini indefinibili? Perché non lo tenete fuori dalle scatole finalmente, invece di insinuarcelo continuamente a sconvolgere la nostra pace e la nostra fede nell’avvenire, compresa la morte che conclude questa fortunata sorte d’esser nati qui a stupirci continuamente del mistero malioso che ci contiene e ci sostanzia piacevolmente?
    Domenico Alvino

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