“Psycho” di Robert Bloch: un romanzo poco noto ma che provoca il cardiopalmo quanto il film

“Poi la vide: una faccia che la spiava, sospesa a mezz’aria come una maschera. I capelli erano nascosti da un foulard e gli occhi vitrei avevano un’espressione inumana, ma non era una maschera, non poteva essere una maschera. La pelle era coperta da uno strato di cipria bianchissima e sugli zigomi c’erano due chiazze rosse. Non era una maschera. Era la faccia di una vecchia pazza.”

Psycho di Robert Bloch

Quando si dice “Psycho”, a tutti viene in mente il meraviglioso – anche angosciante, a ben dire – film del 1960 diretto da Alfred Hitchcock, con la magistrale interpretazione di Antony Perkins. Ma questo regista, per quanto geniale, avrà pur tratto ispirazione da qualche parte. Ve lo siete mai chiesti?

Ho timore a confessarvi la mia ignoranza, ma solo di recente ho letto “Psycho”, il romanzo. In una versione digitale de Il saggiatore, della cui stessa collana fa parte anche “Marnie”, un altro celebre film portato al successo da Hitchcock.

Difficilmente un libro soddisfa le aspettative di un film, che è rimasto nell’immaginario collettivo come un capolavoro del cinema “noir” di tutti i tempi. È anche vero, però, che un libro sa essere più accurato nei dettagli, e può essere centellinato fino ad assaporare i più intimi risvolti – se scritto bene, s’intende. E questo qui, opera di Robert Bloch, devo dire che mi ha piacevolmente sorpreso. Anche se venuto prima del film e quindi autentico, si scontrava con un “mostro sacro” quale Hitchcock e rischiava di risultare scialbo. Invece è stato un piacevole approfondimento di quello che ci ha proposto il grande schermo.

Robert Bloch è nato nel 1917 nell’Illinois, negli Stati Uniti, ed è morto a Los Angeles nel 1994. È stato uno sceneggiatore e scrittore di numerosi libri horror, fantasy e gialli. Proprio da uno di questi, “Psycho”, che egli scrisse nel 1959, Hitchcock ha tratto l’omonimo film. Inizialmente il romanzo venne pubblicato col titolo “Il passato che urla”, e mai definizione fu più appropriata, sebbene “Psycho” sintetizzi forse meglio l’idea. Credo che dopo avere visto il film nessuno si sia più fatto una doccia senza pensare, anche solo per una frazione di secondo, alla celebre scena per cui la pellicola è ricordata. Certo che parlare di questo film è difficile, senza rivelare il finale. Perché tutti lo hanno visto, tutti sanno, ma è bello credere fino alla fine in una spiegazione più logica e non così macabra; che metta meno lo spettatore davanti alle miserie della vita. Che non ricordi, in maniera così palese, i brutti scherzi che può fare la mente se soggiogata dai sensi di colpa.

Psycho” tratta di argomenti delicati, quali il femminicidio, il matricidio e il travestitismo. Memorabile la scena di un Antony Perkins che sale le scale della sua lugubre casa – posta alle spalle del motel e tratta da un celebre quadro di Edward Hopper –, ancheggiando impercettibilmente. La “trasformazione”, quell’essere a volte uno oppure doppio, è sempre in agguato. L’altra personalità, quella “velenifera”, fa capolino e gli ricorda in continuazione quel che non potrà mai essere. Ovvero libero, di vivere la sua vita e sperimentare i sentimenti che prova. Perché il passato pesa su di lui come un macigno, e non rimane altro che interpretarlo nuovamente, appunto, come fosse un film. Scene a cui però si deve dare una parvenza di realtà: bisogna illudersi e crederci.

Nel romanzo, le azioni delittuose sono più cruente, e quel viso incipriato che fa capolino da dietro la tenda, reggendo un pugnale, fa davvero accapponare la pelle.

Robert Bloch

Nel romanzo Norman Bates non ha il fascino dell’attore Antony Perkins scelto da Hitchcock, ma l’autore lo descrive come un quarantenne obeso e quasi calvo, che dorme in una stanza che potrebbe appartenere ad un bambino. Quindi anche nel fisico gli trasferisce quelle difficoltà che incontrerà col gentil sesso, poiché poco gradevole. Hitchcock imbastisce una lunga storia, quella della segretaria Mary che ruba 40 mila dollari al suo datore di lavoro, e affronta un lungo viaggio per raggiungere il suo fidanzato. Sola, in auto, la biondina – che nel libro è descritta invece coi capelli neri – sente sopraggiungere la stanchezza, e così va incontro al suo destino. Si ferma al “Bates Motel” e chiede una camera – la numero 1 nel film, mentre nel libro è la 7. E qui, la sua avvenenza irretisce Norman, e risveglia le ire della vecchia madre, malata e gelosa. Muore così, quella che tutti pensavano essere la protagonista. Questo cosa spiazza: lo sapeva bene Hitchcock, quella vecchia volpe in fatto di creare suspense. Nel romanzo invece questa parte è marginale. La storia della ragazza è in funzione a quella di Norman e, soprattutto, dell’omicidio. Ci sono molti più dialoghi, fra madre e figlio, che sono senza dubbio illuminanti.

Di sicuro non sarà una novità, e non scoprirò adesso di certo l’acqua calda. Ma anche Bloch è riuscito a creare tensione. A metterci il dubbio e a farci sperare che, la realtà, non fosse così abominevole. Norman Bates è sua madre. Con tanto di parrucca e vestiti femminili. Da qui, quelle riprese di Hitchcock, dall’alto, con una telecamera posizionata ad hoc, per far credere che Norman, quando spostava la madre in cantina, portandola in braccio, non fosse lui travestito da donna a reggere in realtà il suo cadavere. Un’anziana signora morta, uccisa da lui stesso, insieme al suo amante, con la stricnina anni prima; il cui cadavere, questo figlio all’apparenza modello, aveva trafugato dal cimitero, poco tempo dopo la sepoltura. Per poi creare un microcosmo, nella sua stanza da letto, con quel corpo mummificato che ogni tanto poneva davanti alla finestra, come se ancora la genitrice potesse vegliare sulle attività del figlio.

Lo so, è agghiacciante. Adesso come allora. Quindi, in conclusione, anche se abbiamo visto mille volte il film, e conosciamo il finale, questo romanzo è comunque da leggere. Per avere un quadro più completo della storia. Per sentire scorrere l’adrenalina.

Di una cosa sono certa: fra romanziere e regista si è creata qui una bella sinergia. Che credo sia poi la chiave giusta per creare capolavori.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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