Castellaneta Film Fest 2016: la sezione Documentari

Castellaneta Film Fest 2016: la sezione Documentari

Ago 3, 2016

Oubliette Magazine, come media partner della quarta edizione del Castellaneta Film Fest 2016 che si è conclusa domenica 17 luglio 2016 nella suggestiva cornice della città tarantina nel cuore del Parco naturale Terra delle Gravine, propone ai lettori le recensioni delle opere in concorso per le sezioni Fiction, Documentari, Visioni da un altro Sud e Animazione.

Castellaneta Film Fest 2016

Il vincitore assoluto del Premio Miglior Fiction – la categoria che vi avevamo presentato lo scorso luglio – è Touch” di Noel Harris e a ritirare il premio è stato l’attore protagonista Darryl Hopkins durante la serata conclusiva del Festival, mentre “Bellissima” di Alessandro Capitani ha conquistato il Premio Giuria Popolare.

Per la sezione Documentari vi presentiamo “Butterfly” di Sarah Hudson, risultato vincitore della sezione e “The postmodern pioneer plaque” di Boris Kozlov, “Come sopravvivere alla banda” di Vittorio Antonacci, “La sedia di cartone” di Marco Zuin, “Il suo nome” di Pedro Lino.

Butterfly è un documentario che segue con estrema delicatezza i quattro giorni di realizzazione della performance basata sull’esperienza di una ballerina affetta da una disfunzione tiroidea. Il progetto prevede la collaborazione della regista Sarah Hudson e della ballerina Rachel Hudson con le musiche originali di Matt McArthur che diventano un tappeto godibile e mai eccessivo. La narrazione è semplice e schematica e ricorda l’impostazione documentaristica tipicamente televisiva con un finale impreziosito dal gioco di sovrapposizioni di riprese sul corpo della performer: ne risulta un’atmosfera intimistica, niente affatto appesantita da eccessivi movimenti di macchina.

The postmodern pioneer plaque di Boris Kozlov

The postmodern pioneer plaque di Boris Kozlov ricostruisce ironicamente le figure che oggi potrebbero essere incise su un Placca di Pioneer, qualora volessimo lanciare una sonda contenente un messaggio per gli alieni, come di fatto avvenne nel 1972. Il gioco è semplice e scoperto sin dal titolo del documentario: il postmoderno, grottesca masnada di individui e sovrastrutture perennemente in lotta tra loro per la supremazia culturale e ideologica, la fa da padrone. Il contrasto è messo in evidenza con lucidità fortemente provocatoria, basterà notare la serrata sovrapposizione di stralci di filmati di ogni tipo che si inseriscono con estremo rigore comico sul principale  – Nasa Educational Documentary”Jupiter Odissey” (1970) -. Il risultato è un pastiche pseudoscientifico che sfocia nell’osservazione sociologica di quelle che sembrano caricature umane, ma che siamo costretti a riconoscere per reali: le strade del mondo si riempiono di negazioni affermate con disinvolta saccenza, e questo breve e incalzante documentario non fa che mostrarci tutta la ridicola insistenza con cui l’umanità genera mostruosamente la propria urticante incapacità di accettare l’assoluta moltitudine della vita. Potrebbe sorgere un dubbio nello spettatore: forse, più che di postmodernismo, si potrebbe parlare di goffo e petulante pubblicitarismo.

Come Sopravvivere alla banda di Vittorio Antonacci segue discretamente la Banda Cittadina di Rutigliano (Ba). La macchina da presa si concede brevi momenti di stasi nei vicoli dei paesi che la Banda visita durante le feste patronali e ripercorre la storia di queste formazioni con riferimento alle origini tradizionali. I bandisti vengono ripresi in momenti di gioviale coralità ed entropia. Non si corre il rischio di campanilismo, il risultato è un documento frizzante e godibile di una dimensione interessante da scoprire. Un road documentary che celebra la passione musicale di un gruppo affiatato e visceralmente legato alla propria terra.

La sedia di cartone - Marco Zuin

Marco Zuin per La sedia di cartone sceglie lunghi piani sequenza e pochi primi piani per raccontare la storia di un bambino di quasi tre anni nato con idrocefalo e spina bifida in un Kenya rosso e silenzioso in cui tutto sembra immobile. Scritto da Luca Ramigni con le musiche originali della Piccola Bottega Baltazar, il documentario testimonia il potere dell’amore e dimostra che anche con mezzi semplici è possibile alleviare sofferenze apparentemente insuperabili: basta infatti una sedia di cartone per permettere al piccolo Jeoffrey di partecipare alla vita sociale della propria famiglia. Il ritmo rilassato della narrazione non concede momenti di vuota retorica ed il racconto è un puro susseguirsi di immagini essenziali, mai scenografiche e per questo efficaci.

Il punto di forza de Il suo nome di Pedro Lino è il protagonista della narrazione, Gesuino Nocco, pastore sardo ottantottenne che sembra vivere in uno spazio sospeso nel tempo e nello spazio, reso in tutta la sua aura naïf dalla fotografia dai toni terrosi di Luca La Vopa e dal montaggio pastoso come la parlata dell’uomo. Un documentario che fissa l’immobilità piena di una vita che non siamo più abituati a conoscere, una vita segreta consumata come quelle erbe dei campi di Sardegna che paiono nate già secche.

La prossima categoria che vi presenteremo fra qualche giorno sarà Visioni da un altro Sud per cui erano in concorso “Una storia normale” di Michele Vannucci e “Di là” di Giulio Tonincelli.

 

Written by Irene Gianeselli

 

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