Intervista di Irene Gianeselli allo scrittore Simone Giorgi: il romanzo “L’ultima famiglia felice”

Intervista di Irene Gianeselli allo scrittore Simone Giorgi: il romanzo “L’ultima famiglia felice”

lug 26, 2016

«La gente pensa che essere miti sia una fortuna, beato lui, non si arrabbia mai. La gente non capisce nulla. Essere miti è uno sforzo senza pari». – Simone Giorgi, L’ultima famiglia felice, Einaudi

 

Simone Giorgi

Simone Giorgi (1981) è nato e vive a Roma, dove lavora come autore televisivo. L’ultima famiglia felice è il suo primo romanzo segnalato con menzione speciale al Premio Calvino 2014.

Lo scrittore è stato ospite lo scorso 17 luglio a Bitonto (BA) nell’ambito della VII edizione del Festival di Cinema e Letteratura Del racconto, il film.

Simone Giorgi racconta in questa intervista il suo esordio alla scrittura.

 

I.G.: Quando hai cominciato a scrivere e perché?

Simone Giorgi: Nell’aprile del 2004, mentre ero a casa, ho ricevuto una telefonata da un amico, che mi ha detto: qui c’è una persona, si chiama Luciana, dovresti conoscerla, te la passo. Non ho avuto il tempo di rispondere nulla; ho sentito una voce di donna che attaccava sicura: “mo’ me ce vuole un soldo per famme partì e due pe’ famme fermà“. Poi, come una cascata, Luciana ha iniziato a raccontarmi tutta la sua vita. Una storia bellissima. Da ragazza si innamora di un uomo sposato, Alberto. Anche Alberto si innamora di lei, e per anni si vedono ogni giorno, ogni singolo giorno, ma di nascosto: prima di uscire allo scoperto, vogliono attendere che le figlie di lui siano maggiorenni.  Poi la vita in comune, in un paesino di provincia che li considera dei peccatori. La mancanza di soldi. Una casa di mattoni che Alberto costruisce con le sue mani nella campagna umbra.  Una figlia amata. Il tumore che porta via Alberto. Tre anni dopo, il terremoto del 1997 che rende inagibile la casa, e Luciana che chiede e ottiene dalla Protezione civile una casetta-container proprio di fronte alla casa costruita da Alberto, la casa dove c’è il ricordo della loro felicità. Dopo avermi raccontato tutto questo, Luciana ha ripreso fiato, e mi ha detto: ho bisogno di qualcuno che scriva la mia vita, perché io so’ troppo incasinata, me impiccio e me imbroglio, me serve qualcuno che me la scrive e me dice tié, questa sei te, come una fotografia, capito? Poi ha aggiunto: lo vuoi fare tu? Ho detto di sì. Avevo ventitré anni, e dai racconti di Luciana è nato il mio primo tentativo di romanzo. Non ho trovato un editore che lo considerasse all’altezza di una pubblicazione, ma ho continuato a scrivere la vita degli altri e il modo in cui fa irruzione nella mia.

 

I.G.: Com’è nato il progetto de “L’ultima famiglia felice”?

L'ultima famiglia felice

Sinome Giorgi: Nell’estate del 2010, un amico mi ha raccontato la storia di un suo conoscente: un uomo buono, un padre mite, che durante una cena decide una volta tanto di scontrarsi apertamente con il figlio adolescente e ribelle. Il figlio reagisce in modo rabbioso, e la serata finisce in tragedia. Questo racconto mi ha fatto pensare: possibile che basti un errore minuscolo per mandare in pezzi tutto? Poi mi è venuta in mente una frase di Marguerite Yourcenar: “Qualsiasi felicità è un capolavoro: il minimo errore la falsa, la minima esitazione la incrina, la minima grossolanità la deturpa, la minima insulsaggine la degrada.” Così mi sono detto: voglio provare a raccontare la storia di un uomo buono che provi con tutte le sue forze a costruire una felicità meno fragile. Qualcuno che creda di avercela fatta. Qualcuno che abbia eliminato ogni forma di errore. Senza però rendersi conto che l’errore è nel tentativo stesso di rendere felice ogni giorno: se, come dice Marguerite Yourcenar, la felicità è un capolavoro, chi mai potrebbe riuscire a costruirne uno al giorno?

 

I.G.: Ad una prima lettura potrebbe sembrare che la responsabilità di questa crisi familiare sia della figura paterna, eppure potremmo dire che la lacerazione non è del tutto imputabile a Matteo Stella: ogni personaggio nasconde una incomprensione che lo logora.

Simone Giorgi: Hai ragione: ogni personaggio, in un modo o nell’altro, tradisce gli altri. Del resto in un sistema complesso – e le famiglie sono sempre un sistema complesso – è difficile stabilire colpe e responsabilità; ogni azione è riflesso delle azioni degli altri, dietro ogni parola pronunciata c’è l’eco delle parole dette e non dette in anni di convivenza, ogni scelta è in bilico tra imitazione e emancipazione, tra condiscendenza e rivolta. Così, a un osservatore esterno, può sembrare semplice puntare il dito, ma il fraintendimento è sempre dietro l’angolo. A riprova, c’è il fatto che i lettori si sono molto divisi nel rintracciare un colpevole. Quando vado nelle scuole, per esempio, spesso è Anna, la madre, a finire nel mirino: ai ragazzi, e soprattutto alle ragazze, sembra troppo distante dalla famiglia. Oppure c’è chi crede che sia Stefano, il figlio minore, a rovinare tutto. La verità è che una verità forse non c’è. Anche l’infelicità, a suo modo, è un capolavoro: un intreccio inestricabile di frustrazioni, delusioni, incomprensioni, aspettative.

 

I.G.: Nelle sue riflessioni Matteo Stella ricorda Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante e fa riferimento all’infezione dell’irrealtà. Come possiamo difendere l’innocenza barbara, nostra e dei nostri Ragazzini?

Simone Giorgi: È bello che tu abbia notato quel passo. Per Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini era una sorta di talismano contro l’infezione dell’irrealtà, ovvero contro la manipolazione retorica che i potenti fanno della realtà. Un talismano che custodisce una frase: “Pure se vi fa tremare per gli spasmi e la paura, tutto questo in sostanza e verità è niente altro che un gioco”. È un invito a portare avanti anche nell’età adulta quell’innocenza barbara a cui accennavi, un invito ad affrontare la vita senza chiudersi dietro ripari e soprusi ideologici. Matteo Stella però fa esattamente il contrario. Lui, con tutte le sue teorie, si è costruito un talismano contro quella che forse chiamerebbe l’infezione della realtà, ovvero gli accidenti della vita e i rovesci della sorte. Matteo sembra essersi detto: se prevedo e svento ogni attacco esterno, io e la mia famiglia saremo al riparo da spasmi e paure. È un atteggiamento per nulla barbarico, per nulla innocente. È ciò che mi fa volere bene a Matteo: anche io, come lui, faccio parte dei tanti che tendono a vedere la vita come una riserva di agguati da evitare. Anche io, come lui, provo a oppormi all’infezione delle realtà. Un’opposizione insensata, e fallimentare, come quella di Matteo. Del resto, è del fallimento che mi interessa scrivere. E forse, imparare a fallire è l’unica via di fuga per noi che non riusciremo a mai vivere con la barbarica innocenza dei Felici Pochi.

 

 I.G.: Roma è la città che fa da sfondo alla vicenda, anche se la sua bellezza non riesce ad intromettersi nella vita dei personaggi. Anna, la madre, canta ai figli la canzone “Pupo biondo”. Cosa rappresenta questo stornello nella storia?

Simone Giorgi

Simone Giorgi: È un frammento autobiografico. L’ultima famiglia felice è una storia inventata, senza appigli diretti con la mia vita. Allo stesso tempo, però, ho voluto mettere nel racconto, e soprattutto nella costruzione dei personaggi, delle schegge del mio vissuto. Qualcosa che mi creasse delle trappole emotive, e che desse spessore ai personaggi, li facesse apparire veri. Nella vita, non tutto quello che facciamo è coerente, anzi. E Pupo Biondo non ha nulla a che vedere con il personaggio di Anna, con la coerenza narrativa. Ma non aveva nulla a che vedere neppure con mia madre, eppure da bambino me la cantava spesso. Ricordo quanto mi piaceva, soprattutto mi piaceva l’idea che si raccontasse una storia drammatica. Era bello soffrire di una sofferenza non mia, mi faceva stare male e allo stesso tempo mi rassicurava: a me questo non è successo, non succederà. I bambini sono complicati; non è detto che per rasserenarli serva raccontargli che il mondo è bello, buono e nulla di brutto accade mai. A me, per crescere, è servito quel po’ di dolore che viene dall’immedesimarsi nel dolore altrui. Mi è servito capire che la sofferenza esiste, e che non è solo la propria ad avere valore. Così, anche come un piccolo omaggio a mia madre, ho inserito la canzone nel romanzo. 

 

I.G.: Sono coscienze indebolite quelle dei tuoi personaggi e ancora una volta ritorna Elsa Morante, quando ne L’Isola di Arturo scrive “Una speranza, a volte, indebolisce le coscienze, come un vizio”. Quali sono oggi le speranze dei figli e dei genitori che diventano vizi?

Simone Giorgi: In effetti qualsiasi speranza può indebolire la coscienza. La speranza è un obiettivo che ci sembra fondamentale per la nostra felicità, la nostra felicità ci sembra un diritto inalienabile, quando quel diritto ci viene negato ci sentiamo vittime di un’ingiustizia, e chi subisce un’ingiustizia è portato a mettere a tacere la coscienza: ogni nostra azione diventa lecita, persino santa, perché non fa che riparare un torto. Tra le tante speranze che possono offuscarci, nel romanzo ho preso in esame la voglia di apparire i migliori, di sentirsi bravi. La seduzione oggi è la regola dello stare al mondo: vogliamo sedurre, tutti. Vogliamo essere attraenti, essere considerati bravi. Anche i genitori vogliono essere considerati bravi e seducenti: vogliono il like dai loro figli, per così dire. Ma è chiaro che far dipendere la condotta delle azioni di un genitore dall’approvazioni dei figli è molto rischioso.

 

I.G.: Cosa significa per te scrivere, qual è il compito di uno scrittore?

Simone Giorgi: Scrivere è avere “una stanza tutta per sé”. È uno spazio di libertà, una zona franca strappata all’infezione dell’irrealtà, o a quella della realtà. Ma non so dirti quale sia il compito di uno scrittore. In realtà, mi piacerebbe fare mia la tua domanda, e rivolgerla a un altro tipo di destinatario. Voglio dire, i compiti sono tali perché ci vengono affidati: dunque, ammesso che gli scrittori abbiano un compito, qualcuno deve averglielo affidato, e quel qualcuno non può che essere la comunità dei lettori. Allora forse sarebbe interessante chiedere ai lettori, magari fare un’indagine, lanciare una sorta di sondaggio: gli scrittori hanno un compito? Quale?

 

I.G.: A cosa stai lavorando?

Simone Giorgi: Ho un po’ di idee, ancora troppo deboli e confuse per poterne parlare. C’è un romanzo autobiografico: la biografia in questione però non è la mia, io mi dovrei incaricare di farne un romanzo. C’è una pièce teatrale sull’amore, la morte e il ricordo. Altre cose ancora più indefinite. C’è un progetto di sceneggiatura. E c’è la voglia di far prendere altra luce a L’ultima famiglia felice. Poi ci sono la vita e il lavoro ordinario, quello con cui si paga l’affitto, a contendere tempo e energie. Stiamo a vedere.

 

Written by Irene Gianeselli

 

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