Intervista di Irene Gianeselli al regista Ludovico Di Martino: “Il Nostro Ultimo”, un esordio di formazione

Intervista di Irene Gianeselli al regista Ludovico Di Martino: “Il Nostro Ultimo”, un esordio di formazione

Lug 5, 2016

Ludovico Di Martino è nato a Roma nel 1992, dal 2013 frequenta il Corso di Regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma (Scuola Nazionale di Cinema).

Ludovico Di Martino

Dopo un’esperienza sul set come attore nel film di Enrico Maria Artale, Il Terzo Tempo (in concorso a Venezia70 per la sezione Orizzonti), comincia il suo percorso nella regia con cortometraggi e spot di vario genere. Nel 2012 realizza una campagna di spot per il Ministero delle Pari Opportunità, fino a dirigere personalmente lo spot Il facchino, vincitore del premio della giuria ad un concorso indetto dal MiBACT e da Telecom Italia.

Nel 2013 realizza Roles, una web serie che si aggiudica il Web Award al Roma Fiction Fest. Nel 2014 scrive e dirige il cortometraggio Invisibile vincitore del premio Miglior Film al 48 Hour Film Project di Roma (insieme ai premi Miglior Cast e Miglior Montaggio): il cortometraggio rappresenta l’Italia al Filmapalooza di Los Angeles nel Marzo del 2015.

Nel Settembre dello stesso anno realizza il cortometraggio La facile felicità con il quale vince il Premio del Pubblico al Cici Film Festival 2015 e il cortometraggio Il Campione prodotto dalla CSC Production, ancora in fase di lavorazione. Il suo primo lungometraggio è Il Nostro Ultimo proiettato in anteprima durante l’Arcipelago Film Festival di Roma, presentato da Nanni Moretti al cinema Nuovo Sacher nel giugno del 2016.

Il Nostro Ultimo si è aggiudicato premi e riconoscimenti tra cui il premio Miglior Film al Ferrara Film Festival e il premio Miglior Attore al Milan International Film Festival.

 

I.G.: Puoi raccontarci il viaggio di formazione che ti ha portato a “Il nostro ultimo“?

Il nostro ultimo

Ludovico Di Martino: È iniziato tutto quando ho visto che un altro ragazzo, Ciro De Caro, era riuscito a portare al cinema un film (“Spaghetti Story”) prodotto con pochi mezzi e senza troppe aspettative. Ho iniziato a pensare a cosa avrei potuto raccontare, e sono partito da un cortometraggio che avevo girato pochi mesi prima per un concorso. Non mi sono mai domandato se avessi trovato sufficienti soldi per girarlo, ma ero certo che l’estate che sarebbe arrivata sarebbe stata l’estate delle riprese. Qualche finanziamento è arrivato, altri si sono persi nei “aspettiamo qualche altro giorno”. Partire non è stato difficile. Io da piccolo giravo dei piccoli corti insieme a degli amici, avevo una videocamera che riprendeva sulle mini DV. Facevo il montaggio direttamente in macchina, giravamo tutto in sequenza e se sbagliavamo una scena riavvolgevamo il nastro fino alla fine della scena precedente, per poi riregistrare. Ho sempre avuto la passione in tutto ciò che richiedesse un’applicazione molto…artigianale. Quando ho iniziato a pensare di fare questo film, ancora non ero entrato al Centro Sperimentale, non sapevo neanche chi fosse Fellini. Ho iniziato a scrivere questo film nella più totale incoscienza, e forse è proprio per questo che sono riuscito ad ultimarlo. Faticando tanto non a trovare i soldi, o a girare. Girare non è stato difficile. Faticoso, ma bellissimo. Cinque settimane con venti persone che non hanno mai smesso di crederci. La fatica si è fatta sentire dopo, al montaggio, ma soprattutto perché iniziavo a crescere, mentre cresceva il film. Iniziavo a vederne i difetti! E quindi ho faticato molto, perché ovviamente mentre monti, il desiderio che più ti si ripropone è quello di poter rigirare molte cose, ma ovviamente è impossibile. Posso sicuramente dire che realizzare questo film mi è servito a crescere, sono passati due anni e mezzo e credo di essere una persona molto diversa da quando lo ho iniziato. Guardare oggi il film per me è importante, perché mi ricorda cosa sono stato.

 

I.G.: La storia produttiva del film è molto interessante, ce ne parli?

Ludovico Di Martino: L’approccio produttivo è il risultato di una serie di tentativi, riusciti o meno, che mi sono ritrovato ad inseguire i primi mesi che preparavo il film. C’è stato anche un momento in cui abbiamo iniziato a parlare con una vera e propria società di produzione, ma le cose sono andate poi in un  verso inaspettato per entrambi e quindi abbiamo rinunciato. I soldi sono arrivati in maniera molto diversa: da me che vado in banca a chiedere un piccolo prestito, ad alcuni dei ragazzi che hanno lavorato al film, alla cena di raccolta fondi che ho organizzato con gli altri ragazzi per presentare il nostro progetto ai nostri amici e chiedere dei piccoli contributi (una specie di crowdfunding ma … offline, diciamo!)… Poi ci sono stati alcuni sponsor, qualche Comune in cui abbiamo girato ci ha aiutato con i permessi… abbiamo smosso le montagne, mentre giravamo ci ripetevamo spesso “speriamo che vada bene perché alla prossima non so più a chi chiederli, i soldi!”. Finite le riprese è iniziato il montaggio, e devo dire la verità non ho mai pensato a cosa ne sarebbe stato del film. Poi grazie ad una serie di incroci siamo riusciti a portare Gianluca Arcopinto a vedere il premontato, e il film a quanto pare gli è piaciuto. Dico così perché lui si esprime sempre in maniere trasversali, solo con il tempo si  impara a capire cosa vuole dire. Allora appena abbiamo finito di montare lo abbiamo girato ad Arcopinto, chiedendogli se fosse ancora interessato a noi. Lui ci ha detto di sì, noi siamo stati felici, ed è iniziata la fase distributiva. Quindi, la storia produttiva di questo film… potrebbe forse essere un film a sé. Più che altro perché è fatta di tantissimi eventi, grandi e piccoli, che accadevano di volta in volta. Niente di pianificato, una grande… improvvisazione di gruppo.

 

I.G.: Questo film riporta alla mente un beffardo Woody Allen appassionato de “La Morte a Venezia” di Mann. Perché, secondo te, per parlare della vita ci rifugiamo nella morte?

Ludovico Di Martino e Nanni Moretti

Ludovico Di Martino: La morte non esiste, è un concetto che appartiene a chi rimane in vita, non a chi se ne va. È un concetto che appartiene alla vita stessa, è impossibile distinguere le due cose. Parlando dell’una, bisogna considerare automaticamente anche l’altra. E io sono fermamente convinto che se si parla della morte, è poi più facile parlare della vita. La paura e l’accettazione che tutto abbia una fine ci aiuta a rivalutare in modo definitivo ciò che ci circonda. Si tratta di un’analisi necessaria.

 

I.G.: Questo film è un film generazionale: come vedi la tua generazione?

Ludovico Di Martino: La vedo rabbiosa, ma che trattiene troppo i propri sentimenti. Forse per pigrizia, o per paura. O forse perché non se ne rende conto, e trova modi inconsci di sfogare la rabbia senza rendersi conto di quello che gli sta succedendo dentro. Ma sono convinto che uno ad uno esploderemo, nel tempo, e ci faremo sentire. Non abbiamo riferimenti né idoli, come magari li avevano i nostri genitori, o anche chi oggi ha quasi quarant’anni. Siamo una generazione molto isolata, e di conseguenza molto sola e incazzata col mondo, che ci sta girando le spalle in maniera quasi ridicola, dicendo che siamo ancora piccoli per capire. Penso sia una dinamica che esiste da sempre, è il ricambio generazionale. Spesso mi rendo conto che un giorno saremo noi a voler essere cacciati, e mi domando: allora che cosa penserò? Come farò i conti con chi porterà avanti gli ideali che un tempo gridavo a gran voce? Forse tutto sta nell’accettare la condizione presente che ognuno di noi si ritrova a vivere. Ma non è facile, per nessuno, questo lo capisco. Forse ogni ventenne nella storia dell’uomo fa i conti con questi discorsi, dicendo le stesse cose che sto dicendo io in questo momento. 

 

I.G.: Dal punto di vista cinematografico che generazione è la tua?

Ludovico Di Martino: Guardiamo troppe serie tv e andiamo troppo poco al cinema. Siamo molto gelosi delle nostre idee, tendiamo a condividerle poco o niente, passiamo troppo tempo insieme a criticare le cose che vediamo, e troppo poco tempo al bar a discutere dei nostri progetti e delle nostre storie.

 

I.G.: Quali sono i tuoi punti di riferimento nel cinema?

Ludovico Di Martino

Ludovico Di Martino: Un regista che amo è Paul Thomas Anderson, i suoi film sono tutti diversi tra loro ma sempre potenti, forti, dei pezzi unici ricchi di sentimenti veri e viscerali. Personaggi e luoghi che cambiano drasticamente di film in film. E al tempo stesso riesce a mantenere uno stile unico e riconoscibile in ognuno di loro. Mi piace anche molto Sorrentino, fa un cinema che amo guardare, da spettatore però. E poi Garrone, Xavier Dolan, Darren Aronofsky, Nolan, Fellini… Certo che ogni volta che poi uno cerca di dare una risposta a questa domanda fa un pentolone di nomi e cinematografie che c’entrano poco e niente tra loro! Lo dico perché ho visto Nolan-Fellini e mi faceva molto ridere.

 

I.G.: Perché fare cinema oggi?

Ludovico Di Martino: Perché non farlo? A parte gli scherzi, forse perché è un mestiere che, tolte le tante difficoltà, può restituirti un senso di libertà ormai raro ed introvabile negli altri settori… Non lo so, la risposta che posso darti è più la prima, che tradotta in termini meno ironici…la risposta trova senso solo se giustificata dall’istinto.

 

I.G.: Progetti futuri?

Ludovico Di Martino: Tanti e troppi. Ma principalmente il mio prossimo film, che sto scrivendo ormai già da un anno, e che avrà bisogno di un supporto vero perché è molto ambizioso!

 

 

Written by Irene Gianeselli

First and Third Photo by Alessandro Marchetti

 

 

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