Intervista di Irene Gianeselli all’attore Alberto Onofrietti: la tenacia e la costanza di fare teatro

Intervista di Irene Gianeselli all’attore Alberto Onofrietti: la tenacia e la costanza di fare teatro

Lug 2, 2016

Alberto Onofrietti si diploma nel 2003 presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano e prosegue la sua formazione frequentando per più di una stagione la Scuola di perfezionamento S. Cristina diretta da Luca Ronconi. A ventuno anni è diretto da Claudio Longhi nella compagnia Gli Incamminati di Franco Branciaroli.

Alberto Onofrietti

Ha lavorato con importanti attori del panorama italiano a partire da Franco Branciaroli (Cos’è l’amore e La peste), Massimo Popolizio (che cura la regia di Ploutos di Aristofane), Gianrico Tedeschi (Farà giorno),  poi con Elisabetta Pozzi (Tutto su mia madre), Maddalena Crippa (Madre Coraggio e i suoi figli), Elia Schilton (Antigone), Andrea Jonasson (La storia della bambola abbandonata). Lavora in teatro con registi italiani e stranieri quali Derek Walcott (Odyssey, a stage version), Robert Carsen (Madre Coraggio e i suoi figli), Ricci/Forte (Troia’s discount), Piero Maccarinelli (Farà giorno e La stanza di sopra), Leo Muscato (Tutto su mia madre) Massimo Navone (L’arma segreta di Archimede). Accanto all’attività in teatro approfondisce lo studio della recitazione frequentando workshop con attori e registi, in particolare con Lev Dodin, Jan Fabre, Yoshi Oida, Bruce Myers, Mamadou Dioume, Danio Manfredini, Claudio Morganti, Massimo De Francovich, Giovanni Crippa, Oskaras Korsunovas, Daniele Salvo, Andreas Rallis. Per il cinema viene scelto da Sergio F. Ferrari (L’ultimo giorno d’inverno), lavora con Luca Solina (PuzzleJuliet e Doppio zero), Marco Mazzoni (Nemesi e Christian Freeman).

È sul set di Giallo (Dario Argento) e L’uomo che verrà (Giorgio Diritti), Guerra (Davide Sibaldi), Contatto forzato (Daniele Sartori), Alpino Riccardo Giusto (Giovanni Cismondi). Si confronta con i maggiori drammaturghi contemporanei, quali Harold Pinter e David Mamet (Tradimenti, Il calapranzi, Il bosco, diretti dal regista Antonio Mingarelli), David Greig (Kyoto/Fragile, regia di Vittorio Borsari), Martin Crimp (Il gabbiano, regia di Sandro Mabellini) e autori italiani come Davide Carnevali (Saccarina). Da due stagioni collabora con il TPE di Torino di Beppe Navello che dirige Il divorzio di Vittorio Alfieri e Il trionfo del Dio Denaro di Marivaux.

Alberto Onofrietti parla del suo percorso fatto di incontri importanti con i maestri del teatro italiano e racconta ai lettori di Oubliette Magazine il suo rapporto con il Teatro che (r)esiste con tenacia.

 

I.G.: Paolo Grassi parlava del teatro come un diritto e un dovere per tutti. Ci racconti i tuoi anni di formazione alla Scuola Civica d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano?

Alberto Onofrietti

Alberto Onofrietti: D’altronde una persona con un’acuta capacità di leggere il proprio tempo quale era Paolo Grassi non poteva che considerare il teatro, e la cultura in ogni sua manifestazione, allo stesso modo di come si dovrebbe considerare l’istruzione: appunto, un diritto e un dovere. In ogni caso un tesoro nel bagaglio di un Paese. Per me gli anni di formazione nella Scuola che da lui ha preso il nome sono stati il punto di inizio, la pagina bianca su cui scrivere. Partendo proprio dal senso di responsabilità nel frequentare un percorso di formazione concepito da Grassi e Strehler, ho cercato il più possibile di assorbire i molteplici stimoli ed educare l’occhio, l’orecchio e la mente agli strumenti fondamentali che servono a praticare e leggere il teatro.

 

I.G.: Esiste la vocazione per essere attore, ma esiste anche la necessità di trovare in scena il movimento naturale dell’agire. Come hai avuto coscienza della tua vocazione e quali sono stati gli incontri fondamentali nel tuo percorso?

Alberto Onofrietti: Non mi sono mai tanto riconosciuto nel termine vocazione, un po’ perché ha qualcosa di troppo religioso o mistico, e un po’ perché non ho mai pensato di rispondere ad una “chiamata”… O più semplicemente non mi sento all’altezza di Wilhelm Meister e del suo Autore per appropriarmi di quel termine. Molto più concretamente, prima ho scoperto quanto mi interessava che mi venissero raccontate delle storie e raccontarle a mia volta, poi che il linguaggio teatrale era uno strumento di lettura della realtà che mi attrae, che riuscissi o meno a comprenderlo appieno. Gli incontri fondamentali, i primi. Fondamentali nel senso letterale. Quindi, in ordine cronologico: Claudio Longhi, Franco Branciaroli, Luca Ronconi. Mi hanno trasmesso strumenti concreti, la grammatica, un vocabolario del mestiere dell’attore. Sono riuscito ad apprezzare e a far tesoro degli incontri successivi, proprio grazie a questi strumenti.

 

I.G.: Per più di una stagione hai frequentato la Scuola di perfezionamento S. Cristina diretta da Luca Ronconi. Che ricordo hai del maestro?

Alberto Onofrietti: Prendo in prestito le parole che un personaggio del testo La torre d’avorio utilizza per descrivere Wilhelm Furtwängler: “Un genio. Senza pari.” Sono le sole parole che possono contenere il ricordo che ne ho.

 

I.G.: Il 25 aprile Rai 5 ha proposto “Farà giorno” nel quale sei stato in scena al fianco di Gianrico Tedeschi. È un testo molto importante perché contiene un messaggio forte e coraggioso di duplice scambio generazionale: politico e attoriale. Puoi parlarci di questa esperienza?

Alberto Onofrietti

Alberto Onofrietti: Trovarsi accanto ad un attore unico come Gianrico Tedeschi è semplicemente un privilegio: per la sua grandezza, generosità, leggerezza carica di esperienza, di vita e di palcoscenico. Conoscerlo come persona poi, e diventarne amico, una fortuna. Accanto alla sua grandezza, l’autenticità di rapporto che si era creata tra noi, e ovviamente il profondo legame tra lui e sua moglie in scena, erano un valore aggiunto impagabile che lo spettatore avvertiva. Quando poi un testo è scritto così bene e un regista è in grado di metterlo in scena con sapienza, cura e totale dedizione, si creano le circostanze perché attori e pubblico partecipino a quel rito che si ricrea rinnovandosi ogni sera.

 

I.G.: In “Farà giorno” con la forza dell’umorismo viene smascherato il qualunquismo, il neofascismo e l’incapacità del nostro tempo di riflettere e discutere sulla forma e sul significato di una ideologia e sulle sue implicazioni. Come è possibile affrontare questo tema a teatro e qual è stato il percorso che vi ha portato agli esiti così positivi in questo spettacolo?

Alberto Onofrietti: Innanzitutto il testo è scritto molto bene. Affronta certi temi senza retorica, e tantomeno senza intenti didattici. Partendo quindi da una buona scrittura si è già a buon punto. Inoltre la capacità di far accadere le cose, di renderle credibili e vere ogni momento, come può fare un maestro come Tedeschi, permette ai contenuti del testo di passare in maniera organica allo spettatore. Credo che l’onestà di mettersi al servizio di questo testo, come di qualunque altro, non può che portare a degli esiti positivi.

 

I.G.: In “Farà giorno” in scena c’è la Storia. È un compromesso importante quello di mettere sul palco sia l’hic et nunc che scorre irripetibile, sia il passato. Considerando il riscontro del pubblico, quale futuro immagini per il teatro e per il teatro in Italia?

Alberto Onofrietti: Il futuro lo posso immaginare soltanto osservando il presente e, ahimè, bisogna sforzarsi molto per individuare e far maturare segnali di miglioramento. Diciamo che è molto difficile essere ottimisti… Ma in questo mestiere, come mi ha insegnato Claudio Longhi, forse nel nostro piccolo possiamo provare a cambiare il mondo, un po’. Sicuramente quando si trovano situazioni virtuose, pur rare nel panorama attuale, si trova non solo la voglia di continuare, ma anche riferimenti e stimoli da seguire per portarle avanti.     

 

I.G.: Oggi parlare di politica porta a due estremi: alla superficialità più meschina o ad un grigio qualunquismo, quando non si demonizza direttamente il termine “politica”. Il teatro oggi da cosa è mosso secondo te, secondo la tua esperienza?

Alberto Onofrietti

Alberto Onofrietti: Così come il termine politica può avere connotazioni positive o negative, allo stesso modo dipende da che cosa si vuole intendere quando si parla di teatro. Riferendomi al teatro che non sia semplice intrattenimento, ma luogo per arricchirsi, fare proprie le esperienze altrui, per pensare, posso grossolanamente rispondere che il teatro è spinto dalla stessa necessità per cui si apre un libro, dalla conoscenza, credo.

 

I.G.: A volte il pubblico in platea preferisce tenere sott’occhio gli schermi luminosi dei propri cellulari. Cosa, a tuo avviso, impedisce la comunicazione tra attori e pubblico?

Alberto Onofrietti: Il caso dei telefonini è solo questione di maleducazione e brutte abitudini. Ad impedire la comunicazione tra attori e pubblico può essere il non aver stabilito un codice comune, può essere che non ci sia una vera urgenza e curiosità nelle due parti, attori o pubblico… Sono alcune delle ragioni, ma è un’osservazione che si può fare più facilmente osservando casi specifici.

 

I.G.: Qual è la condizione dei professionisti dello spettacolo, degli attori in particolare, oggi nel rapporto con le istituzioni?

Alberto Onofrietti: Molto meglio di me possono raccontarlo le parole della lettera aperta rivolta al Presidente della Repubblica, al Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e al Ministro del Lavoro che il gruppo Facciamolaconta, composto da  molti attori italiani, ha firmato per raccontare le condizioni sproporzionate tra chi fa teatro e chi lo gestisce e di conseguenza chiedere un dialogo costruttivo con le istituzioni. Invito alla lettura di quella lettera, facilmente reperibile on-line, perché è uno specchio esaustivo e assieme drammatico della situazione dei lavoratori dello spettacolo oggi.

 

I.G.: Quali situazioni e quali difficoltà deve affrontare un giovane attore oggi per fare teatro?

Alberto Onofrietti: Sicuramente il fatto di trovarsi in un ambito tanto poco sostenuto da questo Paese. Il fatto che la domanda e l’offerta in questo settore siano smisuratamente sproporzionate, intendendo ovviamente che l’offerta supera quasi in maniera esponenziale la domanda. Le condizioni lavorative sfavorevoli citate nella suddetta lettera. Ma soprattutto il tenere sempre vive la costanza e la tenacia che occorrono fin dall’inizio e che non è possibile perdere; senza quella costanza la forza per reggere in un ambiente così poco saldo verrà meno.

 

I.G.: Harold Pinter, David Mamet, David Greig e Martin Crimp sono gli autori contemporanei internazionali con i quali ti sei confrontato finora. Quali aspetti, a tuo avviso, ciascuno di loro ha saputo cogliere del nostro tempo?

Alberto Onofrietti: Con alle spalle tanti secoli di teatro scritto da autori come Eschilo, Shakespeare, Molière, Cechov, autori che hanno raccontato l’Uomo di ogni tempo, in tutte le sue sfumature, verrebbe da dire che è tutto contenuto lì dentro, e che lì dentro c’è ancora così tanto da scoprire. E in effetti portiamo oggi in scena quegli autori perché ci parlano ancora. Considerato questo, autori contemporanei come quelli che stiamo citando hanno innanzitutto approfondito la conoscenza dei classici, e da lì sono partiti per ricostruire o disegnare ex novo la realtà che ci circonda. Quindi, oltre a sapere leggere l’uomo per come è sempre stato attraverso i tempi, questi autori ci permettono di vedere più da vicino l’uomo nel mondo e nel tempo di oggi; e noi ci rispecchiamo, ci confrontiamo, e possiamo leggere o immaginare l’evoluzione o l’involuzione della società che ci aspetta nel futuro.

 

I.G.: Quali i tuoi progetti in via di realizzazione e futuri?

Alberto Onofrietti: Nell’immediato, sto per iniziare un lavoro a inizio luglio in cui mi ha coinvolto il mio carissimo amico nonché strepitoso collega Fausto Cabra, per il CTB di Brescia… Però tendenzialmente, per scaramanzia, rispondo sul futuro quando le cose sono ufficializzate… Poi appena questo accade informo chi è interessato via Facebook e tramite il mio sito sui futuri appuntamenti. Sarai senz’altro tra le prime a sapere i miei prossimi impegni e le occasioni in cui ci si potrà ritrovare. Grazie Irene!

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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Lettera aperta Facciamolaconta

 

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