Intervista di Raffaele Lazzaroni alla regista Juliane Biasi Hendel ed al suo film “Il colore dell’erba”

Intervista di Raffaele Lazzaroni alla regista Juliane Biasi Hendel ed al suo film “Il colore dell’erba”

Mag 20, 2016

Davanti una tisana ai frutti rossi e un caffè americano, ho avuto il piacere di dialogare con Juliane Biasi Hendel, regista di quello che da mesi sul web viene felicemente salutato come “il primo film per non vedenti”.

Juliane Biasi Hendel

Avvenuta la prima lo scorso 18 gennaio a Torino, città in cui risiede la casa di produzione Indyca (Independent Cinema Association), “Il colore dell’erba” sta ora compiendo un tour che attraversa tutt’Italia affidandosi ad una particolare forma di distribuzione alternativa: essa fiorisce attraverso il semplice passaparola, quello degli spettatori interessati a portare il film nei cinema delle proprie città, i quali facilmente possono mettersi in contatto direttamente con Indyca.

Realizzato con il contributo di Kuraj, la ditta di produzione fondata nel 2005 dalla Biasi Hendel stessa con sede a Borgo Valsugana (TN), della Trentino Film Commission, del Piemonte Film Fund, di Rai3 (per cui la regista ha diretto una serie di documentari fra cui “Sibir il cane vagabondo”, 2004-2005), e con il patrocinio dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti e dell’Istituto per la Ricerca, la Formazione e la Riabilitazione (entrambi enti Onlus), questo film riconosciuto di interesse culturale dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo è il capitolo più recente di un lavoro considerato in toto “arte sociale”, scaturigine di nuove occasioni di confronto.

Al centro della narrazione, predisposta in maniera da intervenire il meno possibile negli spazi convolti, si trova l’amicizia di Giorgia e Giona, l’una di Rovereto, l’altra di Riva del Garda, due studentesse cieche alla ricerca di una gelateria nei loro primi passi fuori casa, attraverso l’angusto parcheggio del condominio e poi finalmente in strada, habitat insidioso e al tempo stesso via obbligata in direzione di un’emancipazione profondamente desiderata.

Il colore dell’erba

Nell’ora di durata si fanno avanti le paure del disorientamento e dell’abbandono, l’ansia da mancanza di fiducia in sé e nella compagna d’avventure, una debolezza intrinseca che conduce ad uno scambio di ruoli, ad un avvicinamento progressivo, ad una maturazione naturale che nulla ha di artefatto, che anzi si confessa limpida nel suo cammino fatto di umili gioie quotidiane e di dolorose sciocchezze da lasciarsi alle spalle.

Due anni e mezzo di riprese, un gran lavoro di selezione e montaggio, una notevole opera di sound design eseguita da Mirco Mencacci, anch’egli cieco fin dalla tenera età, collaboratore in passato di Michelangelo Antonioni (“Lo sguardo di Michelangelo”, 2004) e Fausto Brizzi (“Notte prima degli esami”, 2006), nell’intento di creare un paesaggio rumoristico di avvolgente eloquenza, un ponte comunicativo di prim’ordine non solo e tanto con il pubblico tradizionale, cui sempre viene proposto di assistere all’opera rinunciando al senso visivo in parte o totalmente, quanto piuttosto con quello dei curiosi “outsider” della settima arte, i quali dal canto loro hanno il privilegio di poter captare una gran messe di dettagli diegetici situati di per sé fuori campo e per questo abitualmente ridotti ad inosservati accessori.

Quello a seguire è il succinto resoconto di una conversazione che, si auspica, possa spingere i graditi lettori a diffondere il documentario di Juliane Biasi Hendel nelle molte regioni del territorio italiano ancora inesplorate: passate parola!

 

R.L.:Il colore dell’erba” è davvero il primo film specificatamente realizzato per non vedenti?

Juliane Biasi Hendel: Noi abbiamo progettato questo documentario fin dall’inizio perché potesse essere “visto”, percepito dai non vedenti. Generalmente quando si realizza un film viene pensato solo per i vedenti; in un secondo momento vengono aggiunte le audio-descrizioni o i sottotitoli grazie ad attori o sintesi vocali, elementi esterni persino alla post-produzione. La nostra idea invece era di produrre un film che artisticamente, nell’ambito del reale, sapesse creare delle domande e fornire agli spettatori delle risposte inerenti il rapporto con la percezione.

 

R.L.: In questo non è soltanto un documentario, ma anche un film sperimentale…

Il colore dell’erba

Juliane Biasi Hendel: Nel film ci sono moltissimi elementi che stimolano ad una riflessione; dopodiché dipende dalla volontà da parte di chi lo vede o lo sente di mettersi in gioco e di instaurarci una relazione.

 

R.L.: Ed è per questo che è poi interessante, a visione conclusa, osservare il feedback, i diversi approcci che vedenti o meno istituiscono con la stessa opera.

Juliane Biasi Hendel: C’è sempre un giudizio soggettivo. Noi abbiamo cercato di affrontare, attraverso un processo sperimentale, alcune domande che Giorgia e Giona si sono poste. Giorgia vorrebbe sviluppare una maggior integrazione fra vedenti e non vedenti. Lei partiva dal presupposto che spesso le persone vedenti avevano paura di lei: a scuola gli stessi insegnanti non sapevano come trattarla.

 

R.L.: Dimostra come sia possibile il superamento di questa condizione l’istruttore di judo, uno sport in cui, si potrebbe pensare, è assolutamente necessario vedere l’avversario.

Juliane Biasi Hendel: Quell’insegnante aveva una grande passione per Giorgia, cercava di stimolarla a proseguire, insistendo sulla capacità di saper vedere con tutto il corpo e di trovare un proprio spazio in quel contesto: imparare attraverso il suono le distanze dagli altri.

 

R.L.: Nonostante le protagoniste siano due ragazze cieche, “Il colore dell’erba” non vuole essere un lungometraggio sulla cecità in sé. È piuttosto un viaggio, un road-movie sull’adolescenza.

Il colore dell’erba

Juliane Biasi Hendel: L’adolescenza è un campo spesso inesplorato, un momento in cui la persona non è più un bambino o una bambina: un mezzo adulto che dice “io adesso voglio fare delle cose”.

 

R.L.: “Voglio andare alla scoperta del mondo”.

Juliane Biasi Hendel: Ma l’idea di lasciare andare i figli da soli spesso terrorizza. Il tema della paura, dell’ignoto interessa tutti. E sbagliando s’impara.

 

R.L.: Com’è venuta a conoscenza di queste due ragazze?

Juliane Biasi Hendel: Il nostro tecnico dell’audio Andrea Cristofori, lavorando con “ciechi che volevano vedere i film”, mi ha portato ad interessarmi a questo mondo, e ascoltando le storie delle persone che lo abitano sono arrivata anche a Giorgia, quando ancora andava in 5a elementare. Entrata in confidenza con la sua famiglia, mi ha invitata al suo 13esimo compleanno, e lì ho conosciuto Giona: loro due assieme erano una bomba, “Cip e Ciop”. Giorgia è nata cieca, ha una percezione delle vita strepitosa, il mondo è bellissimo, tutto da esplorare, da conoscere, da capire; Giona è diventata cieca per via della sindrome di Alström, ha un rapporto più diffidente con la vita, chiusa in se stessa, attraversata da moltissime spade: non voleva uscire di casa col bastone per essere identificata e giudicata dagli altri. Quest’amicizia ha permesso ad entrambe di crescere in un supporto reciproco, che perdura ancora. Giona ha sviluppato molto il senso di una vita interiore, di una forma di esistenzialismo, la vita del pensiero, le piace la filosofia e la psicologia, è raffinata. Giorgia è più curiosa, più bambina, più allegra. Loro si compensano: Giorgia dice “devo diventare un po’ più riflessiva come fa Giona”. Giona dice “devo ridere di più, mescolarmi più con gli altri come fa Giorgia”.

 

R.L.: Il film è stato descritto come “un’esperienza cinematografica”, con un paesaggio sonoro creato appositamente da Mirco Mencacci, sound designer. Com’è stata strutturata la lavorazione?

Il colore dell’erba

Juliane Biasi Hendel: Quasi alla fine delle riprese, riunite tutte le registrazioni in presa diretta, con Mirco abbiamo ripercorso i luoghi dove sono state girate le scene e raccolto ulteriore materiale d’ambiente tridimensionale; ha costruito un paesaggio meraviglioso, che è andato a rafforzare gli spettri sonori originari. Qui risiede tutto ciò che serve alla comprensione della storia: dal confronto con il pubblico sono emersi quesiti sui dettagli tecnici, non tanto sulla struttura narrativa. Piuttosto, e questo fa parte della sperimentazione, ci si poteva immaginare un luogo diverso da quello rappresentato. Alcuni spettatori vedenti, messisi in ascolto del film ad occhi chiusi, magari con una benda scura, avevano lavorato di fantasia ottenendo risultati personalissimi e curiosi, delle vere e proprie visioni, come “delle teiere con delle ballerine sopra”. A me piace portare l’esempio di quando si legge un libro e poi se ne va a vedere la versione filmata.

 

R.L.: In alcune sequenze i colori del cielo, dell’uva, dell’erba appaiono ritoccati. Si tratta di un espediente per facilitare la visione agli ipovedenti?

Juliane Biasi Hendel: Il film è destinato a tutti; il vedente che non si sente di abbandonare il senso della vista ha l’opportunità di “vedere le cose in un altro modo”. Il colore della vigna, blu-viola scuro, in un’ambientazione bucolica, sottolinea il sentimento di dolcezza e di tristezza provato da Giorgia mentre piange.

 

R.L.: Volendo tentare di spiegare la metafora della lumaca, essa è lenta così come Giorgia e Giona sono lente per questo stato di natura. Io vi ho colto un valore aggiunto: come la lumaca tasta il territorio con le antenne, così loro esplorano il mondo circostante con i bastoni da orientamento.

Juliane Biasi Hendel: È una bellissima osservazione: ci sta. L’elemento della lumaca poi il non vedente non può coglierlo, ovviamente, perché essa non fa alcun rumore. Ma non mi interessa rendere fruibile ogni cosa: preferisco lavorare sulle differenze, e nella differenza trovare il valore aggiunto. Per rapportarsi al tempo i non vedenti hanno altri elementi rumoristici, che magari invece sfuggono ai vedenti. Anche il respiro quasi impercettibile di Niky La Rosa (curatore delle musiche che si è persino cimentato a Galliera (BO) in un’esecuzione live) prima che cominci a cantare fa parte di questo gioco. La percezione risultante dipende anche dall’impianto e dalla taratura audio delle diverse sale.

 

R.L.: Un’esperienza che invece può essere pienamente condivisa è la lettura della locandina, che include alcune scritture in braille…

Juliane Biasi Hendel

Juliane Biasi Hendel: Questa locandina creata dal grafico Daniele Catalli rispetta lo spirito meta-disciplinare del progetto “Il colore dell’erba”, costituito infatti di numerosi “eventi collaterali”.

 

R.L.: … le scuole rientrano in questi ultimi?

Juliane Biasi Hendel: Esiste un “progetto scuole” dedicato: non portiamo il film direttamente nelle scuole, ma i ragazzi delle scuole al cinema, perché possano godere di questa esperienza e della responsabilità che ne deriva. Non è un’ora “in cui non si fa niente”. Le tematiche peraltro sono varie e suscettibili di approfondimento in aula.

 

R.L.: Alcune parole inerenti i progetti passati?

Juliane Biasi Hendel: Fanno parte del mio percorso di documentarista interessata al sociale, alle discriminazioni e alle devianze. Mi rivolgo a quello che la diversità può offrire. “Oceano dentro” e “Muyeye” trattano di malati mentali desiderosi di riscatto, di rendersi utili alla società attraverso il loro lavoro, attraverso viaggi interiori, in Sardegna come in Africa; sono i “matti italiani” e i “poveri africani” che si incontrano, intrecciando la loro disabilità psichica alle loro proposte. “Voci nel silenzio” narra di esperienze carcerarie, “Lezione di fine anno” è la storia di un professore disabile. Io lavoro sempre in collettivo con altri, per apprezzarne l’apporto. Tutti i miei lavori sono “work in progress a vita”.

 

R.L.: È possibile ottenere qualche indiscrezione sulle realizzazioni future?

Juliane Biasi Hendel: Ci sono due o tre progetti ambiziosi che necessitano di notevoli forze produttive: trovare i finanziamenti non è facile. Il genere documentario in Italia non è molto sostentato. Uno studio nell’ambito della psichiatria mi porterebbe in Cina, altri mi terrebbero in Italia… ma per ora non posso che bollarli come top secret.

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 


 

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