“Wolves” di Simon Ings: catastrofi globali e altri comfort, ed una realtà sempre più caotica

“Wolves” di Simon Ings: catastrofi globali e altri comfort, ed una realtà sempre più caotica

Mag 11, 2016

” – Hypocrite lecteu, – mon semblable, – mon frère!”

Di seguito, oh lettori, un’acutissima recensione di Serena Bertogliatti scritta in lingua inglese del libro di Simon Ings, “Wolves“, con traduzione in lingua italiana di Daniela Schirru.

Wolves di Simon Ings

Wolves by Simon Ings: global catastrophes and other comforts, and a (augmented) chaotic reality

A global catastrophe can turn into escapism, if the time is ripe – this I thought when an old friend of mine tried to explain why he was so much into horror movies.
At least,” he’d tell me, “I know Freddy Krueger is just fiction. That makes him much less scary than real horrors. That makes him reassuring.
The perfect soundtrack to that moment would have been Suicide and Other Comforts by the British metal band Cradle of Filth, which by the way I listened to for the first time with that very friend. Another paradoxically reassuring entity, I thought as I read the song title. I understood the underlying logic: there can be things much worse than death, much worse than a global catastrophe.
So, back to the point: A global catastrophe can turn into escapism, if the time is ripe.

This seems one of the leading themes of Wolves by Simon Ings (Gollancz, 2015), which is presented as a “surreal whodunnit about what happens when unhappy men get their hands on powerful media” (back cover). I don’t wholeheartedly agree with the subtle moral assumption of this statement, which seems to read as cause-and-effect two sub-themes of the novel: the disaster psychology (here meant as a sub-variety of the Stockholm syndrome, whereby victims “fall in love” with their potential annihilation) and the disaster recurrence. I’m not one-hundred percent sure Ings’ point was to warn us against what would happens if unhappy people got plenty of power. If there is a warning, then it’s rather against a human eternal recurrence: “When civilisations collapse, it’s because they fall out of joint. They deafen on their own feedback. They can no longer imagine themselves.”

All begins in a near future in a roughly sketched England. The whole setting is as vague as the characters’ psychology is detailed – which I see as a merit, since the blurred landscape the story is silhouetted against lets the reader fill in the slots with their own expectations and paranoias. (Which is exactly what one of the main characters does, thus triggering the whole plot. Half-blinded, he reinvents the world by piling up his interpretations of the pixellated images his weak eyes catch. And thus finds out – or arbitrarily decides, since new patterns might “come to represent a convention as incontrovertible, in its way, as the convention formely established” – that pretty much anything can be pornographic.)

The story is set not today but tomorrow: near enough to feel in a familiar place, distant enough to cast a glance and a guess what might happen if.

As any sci-fi product, Wolves plays with a what if. What if Augmented Reality became more pervasive? What if it intertwined with reality?

Old sci-fi Leitmotiv, but Ings has the merit of researching it in a multi-layered novel. The subtle sheet between real and unreal is at the core of all the themes that compose this cross-genres novel: the coming-of-age story, the whodunnit that surrounds the main character’s mother (apparent) suicide; the love story; the disaster psychology; all clustered within a world that fails to recognise itself.

Simon Ings

I read some reviews online before writing my own, finding out that Wolves has been widely but also vaguely criticised. One of the comments (by A.M. Attwood on Amazon.uk) blame the low rating he gave to the novel (1/5 stars) partly on the fact that the “book is so thoroughly detached from reality that I found nothing to engage with”, this due to its vagueness. On the contrary, I find this indeciveness its most realistic trait.

As we read, we find ourselves in a world with no univocal interpretation. Is this the present or the future? Is this London? Is there an important war going on or is it just a minor issue? Has Augmented Reality permanently changed our society or is it just the umpteenth passing technological fancy? Is civilisation really collapsing or is it just the scream of a paranoid siren?

What is more realistic and contemporary than this all post-modern inability to assess anything for sure, being at the same time tossed from one fundamentalism to the other?

Do you remember the half-blinded character? He had a point about pornography: “Augmented Reality, like most technology, has bathos at its heart. To survive, it must never quite unveil itself. It must always fall some way short of its promise. Technology is, in the end, just another species of pornography.

That is, we might be tying our own noose with augmented reality. And it would be a form of erotic asphyxiation.

 

Simon Ings (1965, United Kingdom) is a science fiction writer. He has so far written 8 novels and the non-fiction book The Eye: A Natural History.

 

Written by Serena Bertogliatti

 

In traduzione italiana: 

Una catastrofe globale può diventare una forma di escapismo, se i tempi sono maturi – questo ho pensato quando un mio vecchio amico ha tentato di spiegarmi perché fosse così tanto appassionato di film dell’orrore. “Almeno,” mi ha detto, “so che Freddy Krueger è solo fiction: questo lo rende molto meno spaventoso rispetto all’orrore presente nella vita reale. Lo rende rassicurante, ecco.”

La colonna sonora perfetta per quel momento sarebbe stata “Suicide and Other Comforts” del gruppo metal di origine britannica “Cradle of Filth”, che, tra l’altro, stavo ascoltando per la prima volta in compagnia di quel mio amico. Un’altra cosa paradossalmente rassicurante, ho pensato mentre leggevo il titolo della canzone. E ho capito la logica sottostante: ci possono essere cose ben peggiori della morte, ben peggiori di una catastrofe globale.

Così, tornando al punto di partenza: Una catastrofe globale può diventare una forma di escapismo, se i tempi sono maturi.

Questo sembra essere uno dei temi principali di Wolves di Simon Ings (Gollancz, 2015), che viene presentato come “un giallo dal gusto surreale che spiega cosa succede quando uomini infelici si impossessano di potenti mezzi di comunicazione”, come indicato nella quarta di copertina. Non mi trovo completamente d’accordo con il sottile assunto di tale affermazione, la quale sembra leggere come una sorta di causa ed effetto i due sottotemi del romanzo: la psicologia dell’emergenza che si sviluppa nelle vittime di catastrofi (qui intesa come una sottovarietà della Sindrome di Stoccolma, per cui le vittime tendono ad “innamorarsi” dei loro carnefici) e la ricorrenza di catastrofi. Non sono pienamente sicura che l’idea di Ings sia di metterci in guardia su cosa potrebbe accadere se persone infelici ottenessero un sacco di potere. Se nel romanzo si trova un avvertimento, allora punta piuttosto il dito verso un eterno ritorno che riguarda gli esseri umani: “Quando una civiltà crolla è perché si dissocia da se stessa. Le civiltà diventano sorde ai feedback che si danno, e così crollano. Non sanno più immaginarsi.”

Simon Ings

Tutto ha inizio in un futuro prossimo, in un’appena accennata Inghilterra. L’intera ambientazione è tanto vaga quanto l’aspetto psicologico dei personaggi è dettagliato – cosa che ritengo essere un merito, giacché il paesaggio indistinto che fa da sfondo alla storia permette al lettore di sopperire alle lacune con le proprie aspettative e paranoie. (Che è esattamente quello che fa uno dei personaggi principali del romanzo, dando così il via al racconto. Essendo mezzo accecato, reinventa il mondo accatastando le proprie interpretazioni delle immagini pixellate che la sua vista indebolita cattura. E così scopre – o arbitrariamente decide, poiché nuovi schemi possono “arrivare a appresentare una norma tanto incontrovertibile, a suo modo, quanto la norma precedentemente stabilita” – che sostanzialmente qualsiasi cosa può essere considerata pornografica.)

La storia non è ambientata oggi, ma domani: abbastanza vicino per sentirsi in un luogo familiare, abbastanza lontano per lanciare un’occhiata e provare a indovinare quello che potrebbe accadere se.

Come tutti i romanzi di fantascienza, Wolves gioca con i “E se…?” E se la realtà aumentata diventasse più pervasiva? E se si mischiasse con la realtà?

Un vecchio Leitmotiv dei romanzi di fantascienza, ma Ings ha il merito di indagarlo in un romanzo a più livelli. La linea sottile tra realtà e irrealtà è al centro di tutti i temi che compongono questo romanzo “trasversale” a diversi generi: il romanzo di formazione; il giallo che circonda il suicidio (apparente) della madre del protagonista; la storia d’amore; la psicologia dell’emergenza; tutti raggruppati all’interno di un mondo che fatica a riconoscersi.

Prima di scrivere la mia, ho letto alcune recensioni in rete, scoprendo che Wolves risulta largamente ma vagamente criticato. Uno dei commenti (di A.M. Attwood su Amazon.uk) giustifica il basso punteggio dato al romanzo (1 stella su 5) in parte con il fatto che “il libro è talmente scollegato dalla realtà che non ho trovato niente con cui entrare in relazione” e in parte con la vaghezza della narrazione. Al contrario, trovo che questa indecisione rappresenti il suo tratto più realistico.

Leggendo, entriamo in un mondo privo di interpretazioni inequivocabili. Siamo nel presente o nel futuro? Siamo a Londra? Siamo nel mezzo di una guerra importante o è solo un problema minore? La realtà aumentata ha cambiato permanentemente la nostra società o si tratta solo dell’ennesima moda tecnologica del momento? La civiltà sta davvero crollando o è solo l’urlo di una sirena paranoica?

Cosa è più realistico e contemporaneo di questa incapacità tutta post-moderna di valutare una qualsiasi cosa con certezza, trovandoci contemporaneamente catapultati da un fondamentalismo all’altro?

Ricordate il personaggio mezzo-cieco?

Ebbene, la sua visione della pornografia ha qualcosa da suggerirci: “La Realtà Aumentata, come la maggior parte delle tecnologie, si basa su un anticlimax. Per sopravvivere, non deve quasi mai rivelarsi. Deve sempre venire un po’ meno alle sue promesse. La tecnologia, alla fine, non rappresenta altro che un altro tipo di pornografia.”

Detto in altre parole, forse ci stiamo costruendo un cappio con la realtà aumentata. E, come suicidio, sarebbe da considerarsi come una forma di asfissia autoerotica.

Simon Ings (1965, United Kingdom) è uno scrittore di racconti di fantascienza. Ha scritto finora 8 romanzi e il saggio Storia naturale dell’occhio.

 

Translated by Daniela Schirru

 

 

Info

Sito Simon Ings

 

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