Le métier de la critique: Mauro Cesaretti, il poeta anconetano sperimentatore del melting pot artistico

Le métier de la critique: Mauro Cesaretti, il poeta anconetano sperimentatore del melting pot artistico

mag 3, 2016

 Mauro Cesaretti: la poesia performativa

Il poeta anconetano sperimentatore del melting pot artistico

Mauro Cesaretti

Mauro Cesaretti (Ancona, 1996) è attualmente iscritto all’Università di Scienze dei Beni Culturali di Milano, dove vive. Sin da giovanissimo, già all’età di sei anni, si è avvicinato al mondo del teatro prendendo a recitare al Teatro Stabile delle Marche. A questo interesse è seguito quello per la musica che lo ha portato a studiare pianoforte. L’avvicinamento al mondo della poesia è avvenuto poco dopo quando si è interessato alla attività del Festival “La punta della lingua” nel capoluogo dorico, uno dei principali momenti d’incontro per gli amanti del genere.

Del 2013 è la prima pubblicazione, il volume poetico “Se è Vita, lo sarà per sempre”, primo libro pensato come un progetto più ampio, nella forma della trilogia “l’Infinito” di cui, due anni dopo, nel 2015, esce il successivo “Se è Poesia, lo sarà per sempre”. Il libro che chiuderà la trilogia uscirà nel 2017, sempre per i tipi di Montag Edizioni di Tolentino che hanno vivamente creduto nel progetto poetico.

Nel corso degli ultimi anni Mauro Cesaretti assieme all’amico ballerino Luca Marchetti ha dato vita a una iniziativa interessante di fusione di poesia e danza per mezzo di una serie di performance (molte delle quali in Youtube) all’interno del poco noto genere poetico-dinamico della body poetry connubio curioso tra parola e flessuosità di movimenti.

Contemporaneamente Cesaretti ha partecipato in veste di invitato come ospite d’onore ad alcuni eventi letterari e musicali, ha ricevuto recensioni e commenti critici pubblicati su blog e giornali, ha partecipato a trasmissioni radiofoniche e si è visto pubblicare vari testi poetici in antologie, lavori collettivi e in riviste. Recentemente tre sue liriche tratte dal suo primo libro sono state pubblicate nell’ampia antologia sulla poesia marchigiana da me curata ed intitolata “Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana”.

Se è Poesia, lo sarà per sempre

Ho avuto il piacere di fare da relatore a Mauro Cesaretti in una recente presentazione del suo libro che si è svolta domenica 24 aprile all’Auditorium Marini di Falconara Marittima. Ho deciso di partire dall’analisi del titolo del suo libro, apparentemente ampolloso e pesante, in realtà assai efficace e sperimentale. Colpisce, infatti, la definizione che il poeta inserisce in chiave dubitativa, introdotta da una perifrasi condizionale (“se”) seguita da un’altra perifrasi la cui validità viene mostrata come reale ed universale al compimento della prima. Evidenti richiami alla filosofia naturalistica di impostazione empirica e scientifica dove, se una condizione viene rispettata, allora è vero anche il suo seguito. In questo procedimento mi pare di credere che Cesaretti abbia voluto sottolineare quanto la parola poesia sia centrale nel suo ragionamento: la poesia che esiste come tale, che è percepita come entità in sé indipendente e concreta, è viva, universale ed eterna.

Tre riferimenti a tre grandi poeti credo che siano significativi per poter spiegare il concetto del titolo del libro:

- L’idea di eternità della poesia, il suo non saper morire, il fatto di rimanere sempre verde, di essere caratterizzata per la mancanza di un’anagrafica del testo è ciò che a distanza di tanti anni, si verifica ad esempio con i sonetti shakespeariani, le liriche del Leopardi, gli epitaffi di Edgar Lee Master,…

Il concretismo della poesia, il fatto di essere materia concreta pur se intangibile, è un concetto molto impiegato dai poeti, si veda Neruda che, per parlare della sua iniziazione alla poesia, disse che “la poesia era lì e mi toccava” o il poeta russo Evgenij Evthushenko che scrisse “Ho infilato a un ramo una poesia,/ che lotta e non si lascia afferrare/ dal vento”;

L’archetipo di onestà della poesiadi cui parlava Saba(1) che, amareggiato da una spropositata tendenza all’eccesso e ai barocchismi, sosteneva che una poesia per essere tale deve essere onesta, ossia implica che gli stessi poeti lo siano. Una onestà che risiede in una schiettezza di linguaggio e in una privazione di tutto quanto è aneddotico, strumentale, ridondante, artificioso e di strutture arzigogolate dall’estetica sfruttata. La poesia non deve irritare, disgustare né amplificare contenuti (era assolutamente contrario a quelli che, saggiamente, definiva d’animo e la reale vocazione ad esprimersi. Ciò che il nostro Elio Pecora espresse sostenendo “la poesia non può mentire”.

 Stile poetico

Mauro Cesaretti

I componimenti di Cesaretti si mostrano, anche visivamente, per essere particolarmente scarni nel numero di versi, non di rado abbiamo poesie costruire da soli 2, 3 o 4 versi. In quella che potrebbe sembrare un’estrema operazione di riduzione, sintesi e concentrazione delle immagini, non si deve cadere nell’errore di interpretare la sua poetica come ermetica o di tendenza post-ermetica. Al contrario, le immagini che emana, le costruzioni del pensiero, il sistema variegato dei sentimenti che pulsano dietro ogni singolo verso, ci inducono a pensare che sia, invece, una poesia piuttosto intima, intimità della quale il Nostro non ha remore nello svelarsi a un pubblico.

I componimenti più brevi, sebbene abbiano una struttura metrica diversa, fanno pensare un po’ all’istintività fotograficache si raggiunge con la scrittura di haiku, poesie della tradizione giapponese dove quello che conta non è l’azione ossia il dire le cose, ma l’oggetto, il dipingere le cose.

Il linguaggio è prevalentemente tratto da un vocabolario del lessico comune contemporaneo sebbene frequentemente Cesaretti impieghi meccanismi sintattici quali elisioni ed apocopi (caduta di vocali finali) che danno al testo una fisionomia d’altri tempi, tracciandone un legame abbastanza evidente con un poetare sciolto e fluente che a tratti fa ricordare Luzi, anche nell’impiego dell’enjambemant, espediente che porta a una frattura tra l’unità versificatoria e sintattica, proponendo una maggior liquidità e consequenzialità del verso che scivola nel successivo.

Dello sterminato universo delle figure retoriche Cesaretti sembra prediligere la sinestesia (associa un nome ad un aggettivo che si riferisce a sfere sensoriali diverse) rifuggendo invece l’impiego di anafore(2), pleonasmi, iperboli ed ossimori evitando, cioè, di far uso di quegli strumenti poetici che si esprimono in forma estrema senza permettere di intravedere in essi una gradazione del temperamento.

La punteggiatura è assai scarna (vi sono intere poesie dove non compare neppure una virgola) così pure non vi sono elementi di stasi dati dall’interpunzione, né toni particolarmente enfatici quali esclamazioni o punti interrogativi mentre si ricorre spesso ai due punti per meglio spiegare un concetto ed entrare nel profondo del ragionamento.

La poetica del Nostro non ha la forma dell’encomio, né della preghiera, si diversifica dal canto accorato e dal carme civile pregno d’indignazione per assestarsi in componimenti pregni di riflessioni e ricordi dove, come colloquiando con sé argomenta un discorso, cercando di rintracciare motivi, immagini e legami con un mondo passato.

Versi che spesso si esemplificano attorno all’impiego di connettivi logici che funzionano quali sistemi binari di possibilità: essi sono dati dalla correlazione di immagini o forme verbali, sia nella congiunzione (“amareggiati e sconfitti”) che nella disgiunzione inclusiva/esclusiva (“inganno o bugia”).

Aspetti contenutistici (tematiche)

Mauro Cesaretti

Variegate sono le suggestioni tematiche che promanano dalle poesie raccolte in questo libro all’interno del quale ne ho enucleate alcune che fuoriescono in maniera assai netta e caratteristica del suo fare poesia:

Il mondo dei ricordiData l’anagrafica del Nostro, si tratta di un passato non molto lontano ma non privo di accadimenti che hanno segnato, nel bene e nel male, il suo presente. Le scintille di memoria che riaffiorano spesso nelle varie liriche mettono in luce un animo riflessivo, contemplativo, pacato, una poetica fondata su un pieno senso di consapevolezza dell’essere. A volte sono ricordi dolci che si rievocano con nostalgia e un velato rimpianto, altre volte concernono momenti di dolore che il Nostro sembra rivivere ogni volta che riappaiono nei gorghi della mente: “Ricordi come rocce sulla coscienza” scrive in “I pensieri della sera” p. 10. Il collegamento tra l’immagine del ricordo e la prestanza fisica della pietra ritorna anche in “Pietre scagliate” dove i ricordi vengono definiti “imbalsamati” (p. 27): sono ormai immutabili e corificati. Si parla anche di “ombra dei ricordi” (poesia “I cadaveri del tempo”, p. 40) ad intendere quegli aloni difficilmente distinguibili e foschi che contornano i fugaci barlumi di pillole di memoria che rifulgono e si rivivono.

La sfera del tempo visto come meccanismo imperscrutabile che conduce al deterioramento e alla dissipazione. Frequenti le immagini di spazi desolati e abbandonati o di anziani soli (parla di “diluvio della vecchiaia”). In una poesia così scrive: “io penso al degradar delle cose” p. 79 mostrando attenzione al dettaglio, alla fine delle cose, alla cosmologia della finitudine.

- La morte: quella concreta, sperimentata per la perdita di un caro, quella universale come pensiero, ossessione, motivo di indagine, vorticante presenza della quale ci sfugge un significato, i neri stilemi del mondo funereo (cimitero, tomba, lapidi). La morte, talmente pesante e ingombrante, è spesso vista come entità che ha una sua solidità tanto che il Nostro ce la descrive contenuta in oggetti quali dei “vasi”: sono dei calici amari nei quali gravitano i dolori, le urla, le dolorose solitudini.

- Il pianto ed il lamento:attestazioni di una situazione di sofferenza e privazione che fa ricordare in alcuni tratti la poetica crepuscolare sebbene qui non si cada mai nel pietismo né nel vittimismo propriamente detto.

La confusione interiore: il caos emotivo che “spacca la concordia mia (poesia “My confusion”, p. 25) che non è altro che una instabilità fisiologica di una condizione vitale difficile dominata da insicurezza sociale e rabbia personale.

- La forza di volontà, la speranza e la resilienza. Da un periodo di dolore, da un momento di difficoltà si può ripartire: “Solo la volontà può cambiare le cose” scrive in “Cicatrici indelebili” p.8.

- L’abbattimento e la costernazione dinanzi a riflessioni ontologiche e universali dove l’uomo non è mai collazionatore di sole vittorie ma anche di difficili e impareggiabili sconfitte (poesia “Il richiamo della sconfitta” p. 13 che nella chiusa fornisce una visione che potremmo avvicinare a un realismo crudo nella concreta amarezza delle tesi proposte).

- L’uomo come teatrante (“Quello che la vita non dice”, p. 28) è evidente l’interesse di Cesaretti verso il mondo teatrale qui radicato in questa poesia in maniera eclatante per mezzo di una sintassi tipicamente legata alla cinematografia. Con echi pirandelliani nonché calviniani sull’imperscrutabilità della nostra personalità, Cesaretti parla dell’uomo come attore di sé stesso e della vita come destino già scritto, come su un canovaccio. L’uomo non sembra, allora, tanto l’artefice del suo destino ma si identifica con il suo stesso destino. La vita dell’essere è pervasa da curiosità (che è insieme ambizione ed originalità), ammorbata dalla paura (l’ossessione e ciò che è ignoto) e invaghita di tentazioni.

Mauro Cesaretti

- L’antropomorfismo e la cosificazione: uno spostamento di prerogative dell’essere umano verso l’inanimato (il “respirare dei pioppi” in “Dopo la festa”) e al contrario l’inanità dell’uomo che diviene voce, colore, rumore: “diventavo fumo al vento” (stessa poesia) sono procedimenti che Cesaretti usa e che meglio gli consentono di tracciare radiografie esistenziali come quella che lo riguarda dopo l’aver preso parte ad una festa.

Sporadici interessi civili: le poesie con le quali il Nostro affronta problematiche o disagi dell’universo sociale ponendosi il problema delle difficoltà, denunciando soprusi o lasciando intuire in qualche modo la sua venatura ideologica sono assai rare. Si allude in una lirica di due soli versi alla ripresa economica ed in un’altra, con un linguaggio perentorio, ci parla del “paese allo sfascio” (poesia “Preso dalla violenza”, p. 54) fornendoci una diapositiva acre ma puntuale. Ancor di più ciò appare con virulenza quando parla di “autopsia del mondo” (poesia “Nella sua intimità” p. 26) ad intendere un mondo che è divenuto un grande cimitero in cui la vitalità della società è stata sostituita da un annichilente calvario.

Altre tematiche: l’importanza del libero arbitrio, sottaciuti pensieri ed invocazioni di dimensione religiosa, la desolazione ambientale in simbiosi con l’asprezza o l’aridità emotiva (bella la poesia “Quando entra l’inverno” p. 100 in cui Cesaretti traccia pennellate veloci e stizzose sulla tela imprimendo l’assenza, il presagio della morte, l’atonia struggente, la fissità che fa male, l’agonia delle nuvole, la letargia del mondo animale, l’assopimento della coscienza).

Per chiudere la fugace analisi sulla poetica di Cesaretti sulla quale molto ci sarebbe molto da dire, alcuni brevi commenti a tre sue poesie inserite nella antologia di poeti marchigiani “Convivio in versi” da me pubblicata dove Cesaretti –il più giovane- chiude l’ampio percorso cronologico di poeti che si apre con l’anconetano Adolfo De Bosis.

Io e te” è una poesia appassionata d’amore tra un “io” (l’io lirico) e una alterità che possiamo identificare in una donna. Del rapporto di esclusività tra il sé e l’altro il poeta traccia la variegata mappa dei sentimenti fotografati nell’atto della commozione (la lacrima) e del gaudio (il sorriso). L’ambiente che accoglie questa istantanea vissuta e immortalata è tracciata con parsimoniosa attenzione nelle sfumature cromatiche degli elementi: i sassi bianchi, che intuiamo di un biancore quasi abbacinante, sfolgorano su un campo infinito e imperscrutabile di un cielo che si è tinto di grigio.

Amianto” è la dolorosa confessione di un momento di profondo dolore causato da una grave perdita di una persona cara. La nocività dei fumi e delle fibre del materiale mortale di cui la poesia porta il nome appare come la “causa malvagia” che ha inaugurato un percorso di sofferenza e di incredulità dinanzi alla vita che di colpo si compie strappandoci una delle persone più importanti, introducendoci a quella struggente “mensa del dolore” di cui il Nostro ci parla.

Chi non vive, perde. Chi non perde, vince! in tre strofe da quattro versi ciascuna il Nostro, con un’analisi parallela e lucida del gruppo umano, riflette sul sentimento di vuotezza e il senso di mancanza che può gravare su determinate persone. La bilancia, unica testimone del vero, misura, però, le sostanze ed è incapace di quantificare le masse d’assenza. Il titolo del componimento, chiaro e perentorio, diretto e sibillino, ci permette di completare la comprensione di un testo di non così facile lettura.

 

Written by Lorenzo Spurio

 

 

Note

1. Si tratta del celebre saggio “Quel che resta di fare ai poeti” scritto nel 1911 ma pubblicato solamente nel 1914 in rivista.

2. Un esempio di anafora è impiegato nella poesia “L’unica certezza” e nella poesia “Corro” rispettivamente alle pp. 46; 68.

 

One comment

  1. Mi pare che figure retoriche, figure stichiche, argomenti e somiglianze siano comuni a tutti i poeti. Uno studio d’essi dovrebbe mirare solo a mettere in luce se e quali operazioni di poesia (Op) attivino nel fruitore questi tecnemi (It) di M. Cesaretti, il che non mi pare che si dica né si tenti di dire. Quanto alla “poesia performativa” proposta come argomento principale, ve n’è solo un’allusione vaga ove la s’intende nel modo solito, quale generico riverbero di azioni teatrali, mentre essa è altro, e proprio essendo questo altro riesce di grande interesse. Solo perché si sappia ciò che intendo per “poesia performativa”, si veda il mio LA POESIA PERFORMATIVA DI G. SICARI, in “Fermenti” 222, p. 10, in prtc. a p. 16, 3° paragrafo.
    Domenico Alvino

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