“Le streghe di Lenzavacche” di Simona Lo Iacono: il romanzo del magistrato siciliano candidato al Premio Strega

“Le streghe di Lenzavacche” di Simona Lo Iacono: il romanzo del magistrato siciliano candidato al Premio Strega

Apr 25, 2016

“E cominciarono le bisbigliate all’angolo, i segnali da sempre decifrabili dell’emarginazione, gli stessi da secoli, ora qui ora lì, che si tratti di streghe, di adùlteri, di peccaminosi, il vocio è uguale: arriva ‘u mongulu cu sa matri, itavinni, arriva ‘u mostru (arriva il mongoloide con sua madre, andatevene, arriva il mostro).”

Le streghe di Lenzavacche

Il romanzo della scrittrice pluripremiata Simona Lo Iacono, nonché magistrato presso il Tribunale di Catania, è candidato al Premio Strega 2016. Quando si legge un’opera così ben articolata e coinvolgente, verrebbe da esultare a gran voce e stringere la mano all’autore, comunicando tutto l’assenso per avere svolto un ottimo lavoro.

Questa è stata la mia reazione dopo aver letto “Le streghe di Lenzavacche” (Edizioni e/o, marzo 2016) ma, nonostante non mi capiti troppo spesso, ho dovuto fare appello a tutto il mio contegno per riuscire a scrivere una recensione meno soggettivamente entusiasta e più credibile, dal punto di vista delle argomentazioni.

L’opera è divisa in due parti e conta circa 150 pagine. La struttura è concepita in modo originale, poiché al classico “antefatto” è dedicata in realtà la parte finale.

La prima parte è ambientata nella Sicilia del 1938, in pieno periodo fascista. Siamo alle soglie del secondo conflitto mondiale, e l’ideale della perfezione fisica è considerato un “must”. A Lenzavacche, piccolo paese siciliano, nasce Felice, un bimbo disabile che non parla e si muove in modo scomposto, seppur animato da una grande vivacità. La madre è la giovane Rosalba, che lo ha avuto da una relazione con un arrotino di passaggio. Ovviamente, ai tempi, il legame era considerato peccaminoso e, dopo una separazione violenta, del destino dell’uomo non ha più saputo niente. Con lei, in un’antica tenuta ereditata dalla famiglia, vive la madre Tilde, una donna che conosce le proprietà curative delle erbe officinali, e sa vegliare in maniera protettiva su figlia e nipote.

Ad aiutare le due donne, nella difficile impresa di crescere il piccolo Felice, c’è anche l’attempato farmacista Mussumeli. Amante del gentil sesso e della bella vita, fa da padre putativo al bambino, ed è l’unico a trattarlo in modo naturale. Inoltre, alla scuola elementare del paese, giunge il giovane maestro Mancuso che, nonostante i rigidi dettami imposti dal fascio, va controcorrente, insegnando ai suoi alunni la bellezza della letteratura e il fatto che si possa evadere attraverso le storie contenute nei libri. Tutti questi personaggi, accomunati da un destino circolare, si ritroveranno ad interagire al fine di rendere agevole la vita di Felice, incoraggiandolo ad essere sempre più indipendente.

In questo paese bigotto e ricco di superstizioni, infatti, la cultura del “diverso” non esiste. Il bambino vive emarginato da tutti, nonostante si sia sempre dimostrato in grado di apprendere e di esprimersi attraverso espedienti non verbali.

Simona Lo Iacono

Questa storia tenera e struggente, fa da contraltare alla seconda parte, dove l’autrice offre tutte le spiegazioni al lettore, attraverso un documento del Seicento, scritto in lingua quanto più attinente al periodo. Si tratta di un testamento, redatto appunto nel XVII secolo, che aveva come clausola di essere letto soltanto nel 1950. Emergono così tutte le difficoltà e le barbarie che le donne hanno da sempre dovuto subire: tacciate di stregoneria soltanto perché amavano la cultura. La lettura era considerata pericolosa, e chi ne mostrava l’inclinazione veniva eliminato in modo violento.

Si scopre che nel 1600, in Sicilia, la streghe di Lenzavacche erano un gruppo di donne emarginate, gravide e rinnegate che avevano trovato rifugio presso la tenuta isolata che in seguito sarà di Tilde e Rosalba, dando inizio ad una sorta di “comune”, in cui si aiutavano a vicenda. Poiché interessate alle lettere, furono bollate come folli e vennero considerate delle “corruttrici”. Fecero una fine orrenda, come tutte le donne che hanno osato nel corso dei secoli, e ancora adesso osano, ribellarsi alle convenzioni.

Attraverso un sapiente cambio di registro narrativo, che dal vernacolo giunge fino ad espressioni latine, e ad una prosa altamente evocativa e ricca di vocaboli, il messaggio di Simona Lo Iacono arriva chiaro e forte. Sono parole potenti, che penetrano l’animo e, per quanto possibile, lo rendono più consapevole degli abomini perpetrati dalla storia.

 

Written by Cristina Biolcati

 

 

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