Intervista di Irene Gianeselli all’attrice Valeria Cavalli: il ricordo di Ettore Scola al Bari International Film Festival 2016

Intervista di Irene Gianeselli all’attrice Valeria Cavalli: il ricordo di Ettore Scola al Bari International Film Festival 2016

Apr 19, 2016

Abbiamo incontrato l’attrice Valeria Cavalli al Bari International Film Festival 2016 in occasione delle manifestazioni in onore di Ettore Scola, direttore artistico del Festival barese scomparso di recente.

Valeria Cavalli

Valeria Cavalli condivide in esclusiva per Oubliette il suo personale ricordo del Maestro che la diresse in “Mario Maria e Mario” film del 1993 sulla crisi del PCI alla fine degli Anni Ottanta.

La sua interpretazione le valse la Grolla d’Oro come migliore attrice.

 

I.G.: Cominciamo proprio dalla tua presenza al Bifest. Che ricordo hai di Ettore Scola?

Valeria Cavalli: Caro Ettore! Oggi mi sono resa conto di essere una delle poche che non ha tenuto un contatto permanente con lui. Ho verificato che tutti gli altri continuavano a seguirlo, a sentirlo, a chiamarlo e mentre io ho qualche difficoltà a comunicare (difatti vado poco su facebook e frequento poco i social in generale). L’idea di chiamarlo solo per dirgli “Ciao sono ancora qua” mi sembrava assurda e inutile e quindi non lo chiamavo, se lo incontravo da qualche parte ci salutavamo affettuosamente, ma non lo chiamavo. E adesso rimpiango di non averlo fatto, di non averlo chiamato anche soltanto per dirgli “Ciao, come stai?”.  Avrei dovuto farlo, però, ecco, non me la sentivo, mi sembrava di dire “Guarda che sono qua, se per caso ti ricordi di me facciamo qualcosa insieme”. Invece adesso rimpiango tantissimo di non avere avuto il coraggio di farlo ugualmente, ci sarebbe stato un ponte con lui, perché comunque c’era un legame: Ettore instaurava un legame forte con tutte le persone che sceglieva per lavorare con lui, tecnici e artisti. Ettore, tra l’altro, era una persona iperattiva. Ricordo quando giravamo, il sabato e la domenica non se ne stava a Roma a far niente, partiva, andava a partecipare a un festival, a fare una conferenza, faceva chilometri e chilometri, aveva un autista che lo conduceva in macchina, era sempre in giro, però dovunque andasse creava legami. C’è dice che “spandeva amore”. Io non lo so se spandesse amore o spandesse semplicemente amore per l’umanità. Scola era molto interessato all’umanità, l’amava, per questo faceva caricature, perché era curiosissimo, gli piaceva scoprire le reazioni dell’altro e difatti nei suoi film questo è il tema principale: ad esempio in “Mario Maria Mario”, di fronte alla scissione del partito comunista Scola ha raccontato le reazioni delle persone che erano sempre state dalla stessa parte e che all’improvviso si sono trovate separate, l’analisi delle reazioni dei personaggi è una costante dei suoi film. Come lo stato di claustrofobia in cui metteva i suoi personaggi. In periodi di vita dove tutto va bene e dove si è liberi, trovare ispirazione per raccontare storie interessanti è più difficile che in situazioni di difficoltà estreme e dolorose. Difatti la guerra, dove l’essere umano si trova in una condizione alla quale non può sfuggire, la reazione di ognuno, del ladro come dell’onesto, del buono come del cretino, del cattivo e dell’intelligente, del furbo, della coppia, del gruppo, del singolo, fornisce un’infinità di storie da osservare e da raccontare. Dopo il neorealismo, Scola ha continuato sempre su questa strada, lui e tutta la sua generazione. C’è una situazione di ambiente chiuso anche in mezzo alla strada. Persino “Il sorpasso”, che Scola non ha filmato ma che ha scritto, presenta una situazione claustrofobica dalla quale non si sfugge, e in quella situazione succede qualcosa, lì dentro accadono dei fatti. Ettore si serviva di questa chiave per studiare l’essere umano e raccontarlo. In conferenza stampa ci è stato chiesto se è possibile ritrovare nei giovani cineasti italiani d’oggi quello che faceva Ettore, lo sguardo di Ettore, il suo modo di raccontare. Secondo me la risposta è no. Perché i tempi sono cambiati, la cultura è diversa. Scola era un goliardico come quelli della sua generazione, il cui modo un modo di vedere e raccontare le cose oggi sarebbe considerato politicamente scorretto. Il loro sguardo era scevro di tutte quelle sovrastrutture oggi imposte al nostro pensiero. A me che sono figlia di quella generazione, questo spirito goliardico manca molto, difatti rido di cuore immaginando “Mario Maria e Mario” recitato da Gassman, Tognazzi, la Vitti piuttosto che la Sandrelli, il loro modo di far ridere nasceva da un sense of humor che non abbiamo più e che era straordinario, era intelligente, sarcastico, sofferente, quando era cattivo non era cattivo. Oggi per far capire ai giovani cosa sia la goliardia cito come esempio “Amici Miei”: con tutta la cattiveria che ci può essere dentro, non è un film cattivo. Ettore è rimasto nel cuore della gente, forse anche per il suo impegno politico forte: era sempre presente quando c’era una relazione con la politica, riuniva, partecipava, era stato membro del governo ombra. Di fronte a quella che si può chiamare evoluzione, in bene o in male che sia, si direbbe che abbia lasciato perdere. Forse era deluso o forse non lo era, certo è che avendo sempre fatto anche politica con la propria vita, il risultato lo ha deluso. In un’intervista ha detto una cosa molto interessante e molto bella, che gli intellettuali hanno una colpa nei confronti dei giovani a cui pretendono di rivolgersi, quella di parlare molto ma alla fine di non essere in grado di dar loro le chiavi per risolvere i problemi posti. Scola è stato il filo rosso che collega tutti i nostri sceneggiatori e tutti i nostri grandi registi partendo dal Neorealismo e continuando con la commedia all’italianaHa iniziato prestissimo, è passato dalla sceneggiatura, ha lavorato e collaborato con tutti senza mai elevarsi al di sopra degli altri, legandosi a tutti ed è stato l’ultimo di quel gruppo che ha portato il testimone fino a qui. Mi rendo conto ora che Ettore ha fatto del Neorealismo anche con noi, in Mario, Maria e Mario, perché aveva la capacità di portarti a fare delle cose senza che tu te ne rendessi conto per filmarti nella tua più profonda verità: è una riflessione su Scola che mi viene adesso parlando con te, sì era questo che faceva. Ettore era amato da tutti, anche perché era esigente, era serio. Lo ha detto bene Gigliola, la moglie, al termine dell’intervista che abbiamo rilasciato per il Bif&st  in cui lo abbiamo descritto come piacevole, tranquillo, simpatico e burlone “Ma lui non era solo così, era anche molto duro, quando si deve tenere in piedi una troupe di uomini devi essere il capo”. Era un uomo di polso che sapeva tenere una troupe, un set, come il comandante di una nave.

 

I.G.: Secondo te, se adesso avesse fatto un film come lo avrebbe pensato?

Valeria Cavalli - Bari International Film Festival - 2016

Valeria Cavalli: Il suo ultimo film, girato un paio d’anni fa, è “Che strano chiamarsi Federico”, su Federico Fellini a cui era molto legato, una sorta di “Amarcord” a modo suo, un po’ film, un po’ documentario, un po’ testimonianza, il che mostra un adeguamento di Scola al nuovo modo di raccontare, per cui penso che pur conservando il proprio stile avrebbe fatto utilizzato il linguaggio filmico d’oggi, tendenzialmente documentaristico.

 

I.G.: Torniamo a “Mario Maria e Mario”, come lavoraste su quel film?

Valeria Cavalli: Scola non ci faceva studiare le battute il giorno prima per il giorno dopo, quando la sera andava via diceva “Non studiatevi le battute”, non si trattava evidentemente di non studiare nel senso letterale del termine, perché sapevamo quello che intendeva: voleva mantenere una certa spontaneità. Io studiavo solo le battute a memoria ma non preparavo la scena e sapevo, me ne rendevo conto, che prima di girare, magari durante le pause, lui ci metteva in condizione di avere lo stato d’animo giusto per la scena, trovava il modo di creare l’atmosfera e la tensione che gli attori avrebbero dovuto portarsi addosso. Alla fine il risultato era meraviglioso, perché Ettore era un grandissimo osservatore: sapeva intuire le dinamiche che si sviluppavano nella relazione fra gli attori e le faceva emergere nella scena e lo sapeva fare molto bene, mentre ci sono tantissimi registi che ci provano ma non sanno trovare le soluzioni. Utilizzava differenti metodi, a seconda di chi aveva davanti, per dirigere gli attori e per ottenere da loro quello che gli serviva, perché non aveva un’idea precostituita, non diceva “Io voglio che tu sia così” come fanno quei registi che vogliono che tu faccia una cosa in un determinato modo e non ti danno tregua, lui guardava come tu naturalmente potevi dare vita al personaggio ed integrarti alla scena per produrre il migliore risultato sul piano del realismo.

 

I.G.: È una caratteristica che nel nostro cinema non c’è più.

Valeria Cavalli: Non c’è più in parte anche perché oggi i registi cercano di più il movimento di macchina che la direzione di attori, purtroppo sono ormai pochi i registi che sanno cosa sia un attore, ma non solo in Italia.

 

I.G.: Qual è la condizione attuale degli attori?

Valeria Cavalli - Bari International Film Festival - 2016

Valeria Cavalli: Gli attori fanno le loro scuole, fanno i loro seminari, spesso ci sono grandi attori molto bravi che sono delusi perché nonostante tutto quello che hanno imparato non viene data loro la possibilità di recitare, di costruire, di mettere in piedi, di provare. È finita l’epoca in cui si provava, col regista, coi colleghi, con la troupe, mentre le prove sono fondamentali per mettere in relazione tutti i personaggi. Anche con Scola si provava. Per superare le ristrettezze finanziarie del film “Happy Days Motel“, ad esempio, un mese prima di partire a girare in Sardegna abbiamo provato con Francesca Staasch, la regista, che riscriveva certe scene quando si rendeva conto, proprio grazie alle prove, che qualcosa poteva essere migliorato. Questo ci ha permesso di ottimizzare il pochissimo tempo a disposizione una volta arrivati sul set: sapevamo già tutti cosa fare per cui noi attori potevamo lasciar vivere i personaggi, mentre Francesca ha potuto dedicarsi alla parte tecnica delle riprese: questo ci ha aiutati a superare con agilità i vari ostacoli che abbiamo incontrato durante la lavorazione del film. Devo dire che Francesca ha fatto molte regie teatrali per cui conosce l’importanza delle prove per togliere l’inutile, “vedere che succede” per capire come filmare, e stabilire i rapporti tra i personaggi. Se non si prova ci si ritrova ognuno con un’idea fissa e si rischia di essere tutti stonati perdendo poi tempo prezioso per dare in finale un risultato modesto, a meno che non vi sia sul set un grandissimo attore, di quelli che quando ti da la battuta tutti vanno all’unisono. A me è successo con qualche grande attore, tra i più famosi Mastroianni e la Melato. Entrambi grandi attori di grande generosità che non ti facevano mai sentire in difficoltà o non all’altezza, si era insieme, si parlava e si lavorava, davano per scontato che tu eri lì come loro quindi tu eri a tuo agio, dopo di che ti davano la battuta talmente bene che tu le andavi dietro. Se dovessi dare un consiglio ai nostri attori, direi di approfittare dell’Europa imparando bene almeno un’altra lingua e andare esplorare le ricchezze immense dei teatri al di là delle montagne.

 

Written by Irene Gianeselli

(Seconda e terza fotografia di Irene Gianeselli)

 

 

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