Intervista di Irene Gianeselli al regista David Grieco: “La macchinazione”, Pasolini è più vivo che mai

Intervista di Irene Gianeselli al regista David Grieco: “La macchinazione”, Pasolini è più vivo che mai

Apr 9, 2016

Ho incontrato David Grieco in occasione del Bari International Film Festival 2016  dove il film “La macchinazione” è in concorso. All’interno delle manifestazioni della rassegna il regista ha presentato il libro “La macchinazione. Pasolini. La verità sulla morte” edito da Rizzoli.

David Grieco

Il film è lacerante e lo è altrettanto il libro, forse il libro lo è ancora di più, perché quando si legge le parole scavano gallerie nella mente, anche nella mente del lettore più distratto. Per capire e assorbire lo sconvolgimento di un film, invece, bisognerebbe concedersi il lusso di vederlo più di una volta. Le parole sulla carta hanno un peso e quel peso permette loro di rimanere tra le distrazione come un ingombrante, assoluto presente molto più che fisico, un assoluto presente al quale si può costantemente ritornare.

In questa intervista David Grieco non si limita a parlare di Pasolini, parla anche del Cinema e di quello che siamo, delle responsabilità che abbiamo nei confronti di noi stessi e degli altri, soprattutto degli altri; quello che al termine dell’intervista ho compreso, e spero sia evidente, è che Pasolini non solo è ancora vivo, ma ce lo portiamo dentro tutti. Chi con l’ottuso disprezzo, chi con la fiducia e il coraggio di pretendere delle risposte.

David Grieco: La mia generazione quando andava al cinema imparava molto. Io da ragazzino al cinema ho imparato perfino la Storia e la Geografia. Siamo cresciuti con film che procuravano sdegno, e quello sdegno, quando uscivi dalla sala, serviva a portare avanti tante battaglie che in alcuni casi producevano anche dei risultati concreti. Oggi lo sdegno non c’è più. Se c’è è anarchico, cieco, siamo un Paese, come qualcuno dice, di malpensanti e di imprecanti, però poi tutta questa gente è in realtà la  gente che da ragazzo incontravo sugli autobus e diceva «Questo è un Paese di ladri…» e che per questo noi tacciavamo di qualunquismo.

 

I.G.: Cos’è il qualunquismo?

David Grieco: Il qualunquismo consiste nel fatto che probabilmente dici anche cose vere, però le devi motivare, spiegare, destrutturare, devi anche capire cosa bisogna fare perché quello che tu evidenzi come un problema, come il problema, non accada ancora.

 

I.G.: C’è molto qualunquismo attorno a Pasolini.

David Grieco: Quando io, ma non soltanto io, incontro qualcuno che dice «Eh, ma Pasolini era un pedofilo», allora comincio ad argomentare «Non è così, come non è vero che Pelosi lo ha ammazzato, la questione è complessa» dico, e cerco di spiegare, ma non passano veramente neppure cinque minuti che di solito questo qualcuno fa un passo indietro e scappa. Non ti contesta nemmeno, non ha gli strumenti per farlo, potresti anche dirgli moltissime sciocchezze e le subirebbe, come evidentemente subisce la maggior parte delle cose che gli vengono dette. Non si ha più la volontà di interloquire ed elaborare un pensiero, di ammettere “Aspetta, mi stai parlando di qualcosa che non conosco, allora devo rimetterci la testa su questa storia, devo ritornarci, magari poi non la penserò come te, ma mi hai instillato un dubbio“. Questo processo non c’è più. E questo processo io l’ho sentito in questi due giorni a Bari e sono rimasto veramente scioccato. Lo sento qui nei giovani come te e t’assicuro che non so in quale altro posto in Italia ci possa essere una tale concentrazione di giovani. Credo sia una questione culturale; altrove incontro giovani così, ma non tanti e tutti insieme nello stesso luogo. Qui siete giovani che studiano, avete scelto di farlo non per prendervi un pezzo di carta, perché sapete benissimo che non servirà, ma per arricchirvi e crescere. Il rapporto tra titolo di studio e lavoro oramai non esiste più, lo sappiamo. Siete una realtà e il fatto di essere qui per la prima volta mi fa sentire come un turista che viene da lontano: ci sono passato, Bari è una città bellissima, però ho scoperto una umanità abbastanza straordinaria. Voi giovani date fiducia, date l’idea che qualcosa può cambiare, che ha senso parlare di determinate cose.

 

I.G.: Al Bif&st hai presentato il libro “La macchinazione. Pasolini. La verità sulla morte“. Questo libro, come il film del resto, è doloroso sia civilmente che eticamente e moralmente. Nel primo capitolo il corpo straziato di Pasolini rimanda al supplizio cristologico.

La macchinazione

David Grieco: Cristo non l’hanno ridotto così, in qualche modo sapevano di uccidere qualcuno che emanava qualcosa di potente, che aveva un seguito potente, c’è stato più rispetto per Cristo. Invece nel caso di Pasolini sapevano di uccidere un uomo che era rimasto solo e ancora adesso Pasolini è molto solo, giusto un po’ meno di quando lo hanno ammazzato. Per questo sento che portiamo tutti la responsabilità della sua morte, perché lo abbiamo lasciato solo all’epoca e continuiamo a lasciarlo solo adesso, come in tutti questi quarant’anni.

 

I.G.: Nel libro c’è una presenza piuttosto ingombrante che mi ha stupito. Nei libri di Storia sembra quasi che il nazismo e il fascismo siano battuti, dimenticati e che subito dopo il ’43 le cose abbiano davvero cominciate a cambiare. Invece non è andata proprio così.

David Grieco: Noi abbiamo questo peccato originale, veramente spaventoso, che è quello di essere stati per due anni con un piede in due staffe. Dopo l’8 settembre del ’43 noi siamo stati contemporaneamente con i nazisti e contro i nazisti assieme agli alleati. Ed è questo l’atto fondante della Repubblica italiana, è questa la ragione della sua ambiguità e di una situazione politica che a forza di degenerarsi è arrivata ad oggi, dove nessuno sa più chi è. C’è questo caos, questa anarchia totale. In realtà quando c’è stata la guerra di liberazione i russi sono entrati a Berlino. Gli americani sbarcano in Sicilia, lo possono fare solo attraverso un patto con la mafia, perché sanno che è la mafia a comandare, e ne rafforzano in modo decisivo anche il potere nominando sindaci i mafiosi più in vista. Poi cominciano a salire, ma sono del tutto consapevoli del fatto che la guerra è ormai vinta. Alla fine del ’43 i nazisti hanno perso. La preoccupazione degli americani quindi non è quella, come dicevi tu, di liberare dal nazismo. Ma la loro preoccupazione è per la guerra successiva, che sanno sarà un guerra fredda contro un nemico ideologico che forse credono anche più pericoloso. Creano quindi un esercito ombra arruolando tutti, anche i gerarchi nazisti. Questo esercito non è stato creato solo in Italia, ma in tutto il mondo e si chiama “Stay behind” che significa tante cose (stai nascosto, stai dietro alle cose che si fanno nel senso che sei tu ad organizzare, manovrare…). In Italia si chiama “Gladio”. Poi viene divisa Berlino, c’è il Processo di Norimberga, i grandi atti della fine della guerra, ma questo esercito è già pronto, già all’erta per arginare il pericolo di quest’altro Paese, la Russia, che nonostante tutti gli errori/orrori dello stalinismo rappresenta un modello entusiasmante, perché il nazismo è finito con il fallimento della presa di Leningrado e i russi hanno combattuto contro i nazisti veramente con le unghie e con i denti, e una volta fuori dalla guerra denutriti, morti, si sono risollevati. Gli americani pensano: se l’Europa diventa comunista i nostri affari finiscono. È in quel momento che si gettano le basi per un conflitto diverso e altrettanto spaventoso.

 

I.G.: Dicevi che ideologicamente oggi in Italia non si può più fare distinzioni.

David Grieco: Berlusconi da un lato ha sdoganato il fascismo e dall’altro ha riesumato il pericolo comunista. Per dirti, c’è un signore che passa i suoi giorni a Piazza Duomo a Milano con un cartello appeso al collo. Sul cartello c’è scritto “Non sono comunista” e così questo signore da vent’anni vive, non dico agiato, ma insomma vive, perché fa il testimone vivente e muto dell’anticomunismo. Ormai fascismo e comunismo sono tra i termini più obsoleti che esistano, perché oggi sono altre le battaglie, sono e dovrebbero essere contro una disuguaglianza sociale come non si è mai vista prima. Solo che le nuove battaglie disturbano di più il manovratore, molto più del fascismo e del comunismo, pertanto si riporta tutto indietro a questa guerra grottesca pur di non concentrarsi sui nuovi temi. È tutto sempre costruito come un raggiro, poi per di più gli uomini politici si sono dimostrati profittatori al di là del pensabile anche avendo le origini più diverse, di qui la sfiducia totale nella politica.

 

I.G.: Ma c’è una speranza per tornare a fare politica in Italia?

David Grieco

David Grieco: Non lo so. Io credo che Internet dia la speranza per fare qualsiasi cosa. Il problema sono le televisioni, finché le televisioni avranno questo immenso potere, anche se è un potere in calo perché voi giovani non guardate più di tanto la televisione. Io presumo che tra una decina d’anni non ci sarà più ciò che Pasolini ha descritto meglio di chiunque altro: la persuasione occulta che entra dentro casa, ipnotizzante. Quando tutto questo finirà ci saranno grandi margini per fare politica. Perché il fenomeno televisione sta declinando.

 

I.G.: Anche il web ha i suoi rischi, però.

David Grieco: Sì, ma proprio perché c’è di tutto si ha la possibilità di valutare. Adesso siamo ancora in balia del Web in qualche modo, ma finiremo di esserlo, non dimenticare che stiamo parlando di fenomeni molto recenti. Anche il fenomeno più inquietante di questi attrezzi, dei cellulari, per cui perfino nelle case non c’è più rapporto diretto tra le persone, è cominciato sei, sette anni fa, ma era chiaro che sarebbe andata così. Ultimamente però c’è chi rinuncia allo smartphone preferendo un telefono piccolo che si può tenere in tasca e che non distrae, ma serve solo e soltanto per telefonare. Bisogna cercare di gestire questa tecnologia invece che lasciarci gestire. Era chiaro che nei primi anni sarebbe stato il contrario. È chiaro anche che sarà un processo graduale, la tua è la prima generazione che si sta ponendo il problema. I trentenni, i quarantenni sono i peggiori in questo Paese, perché su di loro è stato fatto un lavaggio del cervello tremendo. S’è parlato delle peggiori malefatte di Berlusconi, ma la sua peggiore malefatta è la televisione che ha creato e che è entrata nelle case degli italiani. Ci ha fatto perdere, come diceva Pasolini, qualunque tipo di identità naturale, ci ha snaturato, siamo diventati tutti uguali, ma pieni di niente. Tutti alla mercé di questo oggetto.

 

I.G.: Nell’intervista che ne “La Macchinazione” rilascia al giornalista francese, Pasolini dice una battuta che è molto significativa. Io non ho paura del futuro – dice – ho paura del presente perché non ho più memoria. Abbiamo una possibilità di recuperare la memoria per vivere il nostro presente?

David Grieco: Io credo che lo stiamo facendo, l’Italia che ha il “difetto” di non essere una nazione, ma di essere un agglomerato di tanti popoli e culture diverse, localmente è ancora abbastanza legata alle proprie culture particolari e questo ci salverà, nonostante tutto. Rispetto ad altre nazioni che hanno il “pregio” di essere nazioni, noi non saremo massificati totalmente. Perché per esempio Bari è completamente diversa dalle altre città e viceversa, e quindi ogni città conserva una sua particolarità. Noi conserviamo i nostri dialetti e lingue locali. Questa identità io ancora la vedo in Italia anche se messa a dura prova da tante cose, però c’è. Credo che Pasolini penserebbe questo, se Pasolini vedesse questa situazione, talmente vicina a quello che lui temeva, penso direbbe che ancora sono visibili le radici – beninteso tutte diverse e diseguali – di questo Paese. Non le hanno tagliate. Questa “democrazia” è una dittatura strisciante peggio del fascismo, diceva Pasolini a proposito del consumismo. Io credo che neanche il consumismo sia riuscito a tagliare le radici dell’Italia.

 

I.G.: A proposito di istituzioni culturali, nel film c’è una scena in cui Pasolini parla della scuola.

La macchinazione

David Grieco: Il discorso sulla scuola che è presente nel film è un discorso che Pasolini fece in televisione. Io poi gli dissi che tutto sommato questo suo discorso era inaccettabile, e lui sapeva che glielo diceva uno che aveva lasciato la scuola: ricordo che avemmo una lunga discussione su questo argomento, e lui riconobbe di essere stato estremo. Ma io sapevo che quando Pasolini andava in televisione aveva un odio smisurato nei confronti del mezzo, proprio per quella prerogativa manipolatoria che ha il mezzo, e allora sentiva la necessità di essere ancora più provocatorio. Pasolini in una intervista a Biagi disse «Io quando sono in televisione sono in una condizione oggettiva di superiorità rispetto a chi mi sta guardando e questa cosa mi infastidisce tremendamente»: cercava di usare questa superiorità per essere sconvolgente. Per questo ho inserito la scena dell’incontro con il giovane studente alla trattoria Biondo Tevere, scena che scrissi di notte dopo aver incontrato per puro caso il ragazzo del film. Ho cercato di ritagliare e raccontare nei limiti, perché ci sono molte cose ancora più personali su Pasolini che rischiavano però di annacquare drammaturgicamente il film, ma ho lasciato questa scena perché volevo che tutti capissero che Pasolini, definito uomo ieratico, severo, estremamente convinto di essere portatore di un Verbo, non era così. Pasolini era un uomo molto timido e molto coraggioso.

 

I.G.: Tu scrivi nel libro che Pasolini intimidiva con la sua timidezza.

David Grieco: Sì, perché è così. Quella sua timidezza ti metteva in soggezione. Qualsiasi parola gli dicevi, la potevi vedere addosso a lui, quasi rimbombava dentro il suo corpo, aveva una ipersensibilità per gli altri.

 

I.G.: C’è una tenerezza sconvolgente nel tuo film che emerge nel rapporto con i giovani uomini. Come se in quei giovani Pasolini cercasse la parte più barbarica e squisita di sé.

David Grieco: Ho modellato il rapporto con Pelosi sul rapporto con Ninetto. So che in qualche modo Pasolini con Pelosi aveva passato dei mesi quasi da fidanzato e penso che lui in Pelosi rivedesse Ninetto. Pasolini aveva un compagno-figlio, come capita spesso agli omosessuali, ed era Ninetto Davoli che poi sposò una donna straordinaria, ebbe da lei due figli e li chiamò proprio Guido e Pier Paolo come i due fratelli Pasolini. Pasolini non riusciva ad accettare l’idea di invecchiare e credo abbia cercato qualcuno che potesse ridargli quel rapporto con Ninetto di cui oramai era orfano. Perciò nel film ho ricostruito il rapporto con Pelosi con grande scioltezza. Non mi sono mai posto il problema “Adesso come gli parla, cosa gli dice…” perché per me quello era il rapporto tra Ninetto e Pasolini che ho visto tante volte, un rapporto di cui conoscevo la quotidianità.

 

I.G.: C’è infatti naturalezza nell’impostazione degli attori.

La Macchinazione

David Grieco: Mi hanno regalato tutti qualcosa di speciale, sono tutti straordinari. Amo molto gli attori, chiedo loro di entrare nei personaggi a modo loro, di propormi tutto quello che passa loro per la testa, e li incoraggio ad improvvisare. È il mio modo di lavorare ed è anche un modo per non accorgersi della fatica di questo lavoro. Sono riuscito a coinvolgere gli attori fin dal primo giorno di riprese. Si sono lasciati coinvolgere. Non era nemmeno una cosa che avevo messo in conto. La realtà è che il primo giorno che sono arrivato sul set io sono ricaduto in quegli anni. L’ho girato come fosse stato il presente e questo è stato percepito da tutti e anche chi non era ancora nato in quegli anni è entrato in questa specie di bolla. Si vede emotivamente che ho voluto fare questo film come se l’avessi girato un mese dopo la morte di Pasolini, perché sentivo anche il senso di colpa per non averci pensato prima a fare questo film e soprattutto il senso di colpa di tutto il cinema italiano che non ci ha pensato. Ci hanno provato Giordana, Grimaldi, ma in un modo puramente cinematografico.

 

I.G.: Penso ad alcune reazioni che ha provocato il film. È come se Pasolini oggi facesse ancora più paura di allora.

David Grieco: Su questo non ci sono dubbi, ma lo sapevo. Lo sapevo, perché un Paese che si ostina a prendere una delle più grandi personalità della sua Storia e a tenerla nascosta sotto questo mare di merda, è chiaro che ha ancora paura. Altrimenti qualcun altro, anche prima di me, non per forza io, avrebbe avuto il coraggio di dire che questa storia non stava in piedi. Spero che si faccia la commissione parlamentare e ci sono tutti i presupposti perché ci sia. Eppure non ho la certezza che succederà. Poi il fatto che Pasolini abbia addirittura spiegato i fenomeni in cui ci troviamo oggi, fa sì che faccia ancora più paura oggi di quarant’anni fa. Quarant’anni fa qualcuno pensava «Lo prenderanno tutti per matto, chi lo seguirà» e infatti è morto da solo, però oggi  voi non lo prendete per matto. Perché quelle cose le state vivendo.

 

I.G.: Hai una grande fiducia negli spettatori: il montaggio internamente è coerente, ma affidi a chi guarda il compito di rimettere i frammenti in ordine l’uno rispetto all’altro. A cosa deve essere funzionale questa scelta?

David Grieco: Hai detto bene: ho una grande fiducia negli spettatori. Chiedo loro di smontare e rimontare la Macchinazione. Poiché molti, decisamente troppi, hanno avuto la pigrizia di credere all’incredibile versione ufficiale della morte di Pasolini, ho deciso di spingerli ad indagare. Rimettete insieme i pezzi e capirete. Capirete perché vi troverete costretti ad usare la vostra testa. Immagino sia per questo motivo che molti spettatori, soprattutto giovani, hanno già visto il film due, o persino tre volte.

 

I.G.: La fotografia: passato e presente finiscono per coincidere. Come hai scelto questo gioco di saturazioni e sottoesposizioni?

La Macchinazione

David Grieco: Gli effetti digitali che si vedono nel film li ho creati con il colorist francese, Elie Akoka, mentre facevamo la correzione del colore. I registi non assistono mai a questa fase del lavoro di post produzione. Io l’ho fatto e ho notato che il processo della colour correction genera una quantità di immagini impressionante. Queste immagini mi hanno appunto impressionato e ho deciso di usarle nel film per creare una sorta di corridoio tra passato e presente. È stato anche un esperimento. La pellicola sta scomparendo e continuiamo a rimpiangerla. Siamo in piena era digitale, cerchiamo di capire cosa ci permette di fare.

 

I.G.: La figura di Laura Betti ha un ruolo centrale nella conservazione delle opere e della memoria di Pasolini, puoi parlarne?

David Grieco: Laura Betti ha voluto essere, ed è stata, la donna di Pasolini. Né moglie né amante, ma Laura è stata madre, figlia, sorella, confidente di Pasolini. Dal 2 novembre del 1975, Laura si è dedicata a Pasolini fino al suo ultimo giorno di vita. L’ho aiutata, all’inizio, a creare il Fondo Pasolini e poi, nel momento in cui il Fondo Pasolini era in pericolo, a portarlo alla Cineteca di Bologna, un luogo che oggi considero la casa di Pasolini, la sua ultima dimora, e non dimentichiamo che Bologna è anche il luogo dove Pasolini è nato e ha studiato.

 

I.G.: Nel libro parli delle vicende di Teorema. I registi di oggi sono stati all’altezza di accogliere l’eredità della lotta di Pasolini a quel Festival di Venezia, quella lotta per la dignità dell’opera d’arte?

David Grieco: Non lo so. Ossia: un tempo, in un Paese cattolico come questo si censurava un film fondamentalmente per due motivi. Le commissioni di censura hanno un catalogo e devono agire secondo quel catalogo. I due motivi sono il sesso e la violenza. Allora, il sesso piano piano è stato sdoganato anche perché il ’68 è stato principalmente una rivoluzione sessuale, la violenza è sparita perché con l’arrivo dei film splatter, con fiumi di sangue sullo schermo, la violenza non è più una motivazione. È chiaro che la violenza splatter è quasi da teatro delle marionette, i ragazzini la vedono e non c’è più nessun problema, anche se vorrei sapere cosa provoca in un ragazzino quella violenza evocata. Probabilmente, come vediamo accadere in America, provoca la totale incapacità di distinguere il confine tra vero e falso, reale e menzogna. In Italia si parla di abolizione della censura che viene sostituita da una autocertificazione del Produttore in cui dichiara chi può vedere il film (film per tutti o vietato ai minori di quattordici anni…). Questa però può essere un’arma a doppio taglio. Detto ciò, il cinema continua in qualche modo a compiacersi della fine di questi due tabù, la violenza e il sesso, senza rendersi conto del fatto che i veri tabù sono altri. Per spiegartelo ti dico che alla vigilia dell’uscita del film molte associazioni che promuovono i film nelle scuole – e tra le altre l’Agis Scuola  – avevano visto il film e avevano annunciato che l’anno prossimo “La macchinazione” sarà film di punta nelle scuole (e per me questo vale un Oscar, perché portare Pasolini nelle scuole è uno degli obiettivi principali e fondamentali di tutto il progetto),  quarantotto ore dopo queste attestazioni però, abbiamo ricevuto per il film un divieto ai minori di quattordici anni che mi avrebbe impedito – come vedi per fortuna ne parlo al passato – di far vedere il film ai ragazzi. La motivazione era che un minore di quattordici anni non può capire l’implicazione storico-politica del film, quindi volevano censurarlo per una ragione politica. Le ragioni politiche sono le stesse ragioni per cui il film è poco distribuito e resta in sala pochi giorni. Abbiamo superato tanti di quegli ostacoli per cui ogni volta mi sono detto: sono matto, ma perché ho un debito di riconoscenza da pagare. È matta la produttrice, è matto anche Massimo Ranieri che da questo film poteva solo avere da perdere. Ma grazie a questa pazzia supereremo tutti gli ostacoli, perché non voglio fermarmi e lo faccio anche per poter aiutare qualcun altro e per dirgli: se ne esce così, non arrenderti al primo o al terzo tentativo. Viviamo una società in cui tutti hanno paura, in cui chi fa cinema fa una autocensura tale  – e forse nemmeno se ne rende conto – che poi non genera nulla o quasi di buono. Quando la televisione ha preso piede e registi e sceneggiatori hanno cominciato a capire durante le riunioni che certe cose non si potevano fare, tutto questo ha impigrito la catena produttiva in senso generale. Poi il nostro Paese cinematograficamente ha sempre continuato a dare segni di vita – e per me continuerà a farlo – anche se la situazione contingente è quella che è.

 

I.G.: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.” Perché hai scelto di utilizzare questa frase prima dei titoli di testa?

David Grieco: Questa frase l’ha scelta Marina Marzotto, la produttrice del film. Marina Marzotto è un imprenditore tanto onesto quanto coraggioso. Credo che la frase l’abbia colpita perché il rapporto malsano tra politici e imprenditori è probabilmente il tumore più maligno che affligge il nostro Paese.

 

I.G.: “La macchinazione” è un film e un libro e parla di una verità feroce. Come si impara a riconoscere la “verità”? Mi spiego: se io non conosco determinate circostanze, se non ho i mezzi per capire, come posso imparare a riconoscere una strada alternativa che mi permetta di arrivare alla verità anche senza quei mezzi e quella conoscenza?

David Grieco

David Grieco: Pasolini mi ha insegnato che occorre pensare con la propria testa. L’intellettuale come lo intendeva Pasolini -penso influenzato da Jean Paul Sartre che aveva teorizzato e quasi militarizzato il concetto- ha come il dovere di “far esplodere le contraddizioni” (si diceva così, lo so, è ridicolo), tutte le contraddizioni, comprese le sue. Se ci pensi, questo è un metodo di indagine permanente. Adatto ad affrontare Pasolini. Ho cercato di raccontare Pasolini come un uomo che non riesce a smettere di pensare. Pasolini aveva una fissità vibrante. Massimo Ranieri lo ha interpretato come in trance. È un po’ la stessa cosa. E Massimo non ha conosciuto veramente Pasolini. In fondo Massimo ha fatto il suo Pasolini, come un film nel film. 

 

I.G.: C’è un aspetto di Pasolini che colpisce: chiunque lo legga, anche il detrattore più in mala fede, chiunque cerchi di mettere le mani nel suo pensiero, non riesce a guastarlo. Le parole di Pasolini restano le parole di Pasolini, il senso di quelle parole rimane il senso pasoliniano puro. I commentatori, i registi, gli attori sono impotenti rispetto all’onestà intellettuale di Pasolini. Pasolini emerge sempre. Però il rischio di accostarsi appiattendolo o compitando biografie o affidando solo agli spettatori il compito di grattare dai prodotti finiti il superfluo è alto. Dopo “La macchinazione” hai detto che nei prossimi anni accoglieresti con piacere altri film su Pasolini. Come si scrive e si gira un film su Pasolini con onestà?

David Grieco: Prima hai dato la risposta poi hai posto la domanda. Sono d’accordo con te, le parole di Pasolini non sono strumentalizzabili. Sarà per questo che lo hanno torturato, ammazzato, infangato.

 

I.G.: Oriana Fallaci nella lettera che scrive per Pasolini dopo aver saputo del suo assassinio fa riferimento a questo passo di “Lettera a un bambino mai nato”: “Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?” Poi aggiunge che anche Pasolini, per lei, era fatto d’amore. Anche l’amore in Pasolini è un gesto poetico-politico?

David Grieco: La Fallaci lirica non mi fa impazzire. Anche l’amore in Pasolini è un concetto poetico-politico? Non mi pare una domanda. Mi pare una bella intuizione tua.

 

I.G.: Siamo in pericolo?

David Grieco: Siamo in pericolo è la sintesi di quei giorni lì, e la sua morte è la dimostrazione del pericolo che correvamo. Il punto è che quel pericolo non lo stiamo più correndo, l’abbiamo corso, nel senso che purtroppo in questi quarant’anni la società si è declinata come sappiamo. Il pericolo è alle spalle. Solo che il pericolo ha creato talmente tanti orrori che ormai ci sembra impossibile risollevarci. Ma è finita. E lo vediamo da uno scenario politico ormai totalmente disgregato, lo vediamo da una crisi economica che ci ha spinto a vendere tutto quello che avevamo, adesso possiamo solo ricominciare. Non siamo più in pericolo. Solo che il pericolo ce lo hanno fatto entrare talmente tanto in testa che non abbiamo coraggio. Poi magari domani mi sparano, ma questo non significa che siamo ancora in pericolo. Se siamo in pericolo è perché non facciamo più lo sforzo di cercare ed elaborare delle vie d’uscita tra di noi, e qui c’è il problema del nostro comunicare non più fisicamente, ma attraverso i social network. Quando sarà finito tutto questo, fermo restando l’utilità dei social network, quando la tecnologia verrà gestita nel modo giusto, io sono sicuro che una generazione come la tua e quella che verrà dopo potrà vivere meglio. Oppure siamo tutti morti. E allora non è che siamo in pericolo, ma siamo tutti morti, che è una cosa un attimo più estrema. La storia dell’umanità è piena di momenti di difficoltà atroce e comunque l’umanità ne è venuta fuori, non vedo perché non debba succedere questa volta. Abbiamo tra le mani una cosa che abbiamo creato, ma che di mano ci sfugge, ed è la tecnologia. Ma abbiamo dei buoni anticorpi.

 

I.G.: Abbiamo Pasolini.

David Grieco: È più vivo che mai.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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