“La macchinazione” di David Grieco e la scandalosa domanda: chi è sopravvissuto a Pasolini?

“La macchinazione” di David Grieco e la scandalosa domanda: chi è sopravvissuto a Pasolini?

Apr 2, 2016

“Il corpo (ogni corpo), coperto di croste ed eternamente crocifisso, / (non c’è niente da fare!) è preso per scherzo; / è una cosa privata su cui è bene sorvolare, tacere / – o, appunto, solo scherzarci su, nelle more” Pier Paolo Pasolini, 1971

La macchinazione

Il nostro tempo non è un tempo in cui è più possibile parlare di religione, l’abisso tra corpo e Storia è ormai così profondo che la fantasia di poterne intravedere il fondo è al limite dell’inimmaginabile. Stiamo dimenticando non solo, oramai, com’erano prima le cose, ma anche come sono adesso e incombe su di noi non il presente che crolla, ma un futuro già architettato e costruito da qualcun altro. Per questo si può affermare senza alcuna ombra di dubbio che in questo nostro tempo senza religione e senza presente “La macchinazione” di David Grieco è un film in grado di imporsi per una riflessione doverosa ed urgente non soltanto sull’assassinio di Pasolini ma sulla realtà politica e sociale italiana (e magari, con un po’ di coraggio si potrebbe anche arrivare a riflettere sulla realtà di quella che proprio Pasolini evocava come crisi cosmica).

Grieco ha seguito l’urgenza di aggiungere ombre alla vicenda Pasolini che per molti fu immediatamente (troppo) chiara proprio perché illuminata macchinosamente. Il regista smonta la vicenda in sé prima di tutto narrativamente, scomponendo i piani temporali con estrema lucidità, come per far piombare lo spettatore in un delirio di impotenza di fronte all’omicidio dell’intellettuale che intendeva opporsi alla distruzione dell’identità e al nuovo fascismo del Potere consumistico. Oltre a porre l’interrogativo scomodo (per questo scandaloso) «Chi ha ucciso Pasolini?», con questa ardita de-costruzione temporale costituita da acciaccature, appoggiature e sincopi nel montaggio efficace di Francesco Bilotti, Grieco fornisce una chiave di lettura interessante per cominciare a rispondere ad un’altra e ben più scandalosa domanda: «Chi è sopravvissuto a Pasolini?».

Ma Pasolini stesso metteva sull’avviso. Un corpo martoriato è preso dai più per scherzo. «Faccio la parte di un pischello che ammazza un frocio, pensa te» dice Pelosi, un Alessandro Sardelli barbaro e innocente, a Pier Paolo nella scena ambientata sulla spiaggia di Ostia, scena che sembra spezzare il racconto volutamente senza calcare troppo toni profetici, ma aprendo un baratro tra realtà e finzione scenica. Lo scherzo, la beffa che poi qualcuno farà in modo risulti essere cresciuta per inerzia, perché “si sapeva” che l’omosessualità di Pasolini l’avrebbe sicuramente condotto alla morte, ad una analisi persino non troppo attenta poteva già all’epoca dei fatti risultare invece mossa, pur non senza fatica, da abili ed esperti manovratori. Occorre a questo punto fare riferimento, pur brevemente, al dato storico da cui Grieco è partito per “La macchinazione“.

La macchinazione - Pier Paolo Pasolini

Pasolini sta ultimando la lavorazione di “Salò o Le 120 giornate di Sodoma”, ma soprattutto è concentrato nella magmatica scrittura di “Petrolio”. Pasolini ha intenzione di denunciare attraverso il romanzo l’allora presidente della Montedison e fondatore della loggia massonica P2, Eugenio Cefis, da lui identificato come personaggio chiave nello stragismo, coinvolto nel caso Mattei e in trame internazionali. A suffragio di questa contro-macchinazione pasoliniana c’è un libro-inchiesta ormai introvabile firmato da un certo Giorgio Steimetz (Roberto Citran interpreta la rassegnazione del personaggio con estrema dignità) e le confidenziali indicazioni dello stesso autore che non esita ad incontrare Pasolini. Ma la contro-macchinazione pasoliniana è destinata a fallire, Pier Paolo stesso ne è cosciente. Intervengono i piani alti, si affacciano gli Onorevoli, ma soprattutto interviene la piccola criminalità (quella criminalità porta in sé i prodromi della Banda della Magliana) che ruberà la pellicola ancora non sviluppata di “Salò o le 120 Giornate di Sodoma” aprendo la trattativa per il riscatto.

Massimo Ranieri è un Pier Paolo Pasolini terribilmente somigliante, gli elementi ci sono tutti, i lineamenti duri ed allo stesso tempo delicati, gli occhi scuri e liquidi dietro le spesse lenti, l’abitudine di raccogliere con la mano il mento poggiando l’incavo tra indice e pollice sulle labbra, la molle ostinazione nella camminata sicura. Manca il corpo asciutto, la magrezza tagliente, ma è piacevole che sia così, perché questa mancanza rimarca la differenza tra la sacralità della realtà e quella della finzione scenica. Massimo Ranieri cura molto le intenzioni e pare superare la questione mimetica. Pronuncia le proprie battute, non re-cita, anche nelle scene più rischiose perché più intime, quelle in cui la madre (una straordinaria Milena Vukotic) e il figlio si stringono cercando di allontanare incubi e paure. La saturazione, la sovraesposizione e la sottoesposizione nella fotografia di Fabio Zamarion, concorrono alla tensiva scomposizione narrativa, mentre le musiche dei Pink Floyd si inseriscono con un pedale di tonica piuttosto autonomo, possente ed evocativo.

David Grieco - La macchinazione

Grieco sposta i personaggi rendendoli pluridimensionali e polisemici: dice molto su un sistema di pensiero tutto italiano il personaggio di Sergio (un Matteo Taranto convincente e presente) con la sua parlata romanesca spuria, abbandonata solo per scimmiottare velleitariamente il Gian Maria Volonté di Petri nell'”Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” nel garage in cui vengono nascoste le pellicole di Salò.

Sergio vuole fare “il salto di qualità”, ha l’ambizione del borgataro che vuole imborghesirsi e su questo pone l’accento anche Libero De Rienzo che interpreta con grande misura il “fratello in omicidio” di Sergio. Dice molto quello sguardo di Sergio al limite tra incoscienza e abbandono alla macchinazione stessa di cui si sporca le mani.

Dice molto anche il giornalista francese (ottima l’impostazione pulita di François-Xavier Demaison) che esita quando Pasolini gli spiega che la scuola è il luogo dell’appiattimento morale e culturale. Dicono molto anche i volti della gente dell’Idroscalo che dalla grata di ferro osserva sconvolta l’assassinio.

Tony Laudadio è l’avvocato di Pelosi: l’avvocato possiede la forma di violenza più edulcorata – quella violenza che Pasolini disprezzava -, la violenza della parola piegata e abusata che l’attore riesce a condensare nella plasticità corporea, nel tono della voce pastoso, nello sguardo ferocemente controllato. L’avvocato, camerata del MSI, manovra attentati ai cortei e assassini all’idroscalo con la stessa greve levità: il più piccolo ingranaggio, nella macchinazione, vale quanto l’intero quadro di comando.

La macchinazione - Pier Paolo Pasolini

Quello di Grieco è un film onesto. Sono oneste le sue intenzioni, sono onesti i suoi attori che dissotterrano dal brulichio e traggono dal vortice l’opera monumentale di Pasolini, il blocco di segni che gronda sangue e petrolio rimettendo i frantumi dell’identità sfigurata di Pasolini al centro della scena con quella poesia impossibile, barbara e squisita dell’intellettuale.

Chi è sopravvissuto a Pasolini, nel bene e nel male? «Speranza è una parola che odio» ripete Pier Paolo. Se speranza significa oblio, rinuncia alla rivoluzione, forse dovremmo cominciare ad odiarla anche noi, questa parola. Come dovremmo diffidare della parola innocenza, quell’innocenza de “La sequenza del fiore di carta”, il cortometraggio diretto proprio da Pier Paolo Pasolini. «È vero sei innocente, e chi è innocente non sa e chi non sa non vuole. Ma io che sono il tuo Dio ti ordino di sapere e di volere. […] Gli innocenti saranno condannati perché non hanno più il diritto di esserlo».

 

Written by Irene Gianeselli

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: