Intervista di Irene Gianeselli all’attore Antonio Zavatteri: la conduzione e l’esplorazione dell’evento teatrale

Intervista di Irene Gianeselli all’attore Antonio Zavatteri: la conduzione e l’esplorazione dell’evento teatrale

Mar 25, 2016

Antonio Zavatteri torinese di nascita ma genovese d’adozione si trasferisce in Liguria per studiare recitazione alla scuola del Teatro Stabile di Genova dove rimane fino al 1994.

Antonio Zavatteri

Lavora con registi come Benno Besson, Alfredo Arias, Marco Sciaccaluga, Andrea De Rosa, Luca Ronconi, Matthias Langhoff. Avvia la propria carriera registica mettendo in scena vari spettacoli tra cui la Bottega del CaffèDon Giovanni e Dealer’s Choice.

Ha fatto parte di una delle più importanti compagnie italiane di ricerca la Popular Shakespeare Kompany diretta da Valerio Binasco, con cui ha realizzato Romeo e GiuliettaLa Tempesta di W. Shakespeare. Negli ultimi anni ha avviato una intensa attività televisiva recitando in 1992 di Giuseppe Gagliardi, in Gomorra – la serie di Stefano Sollima. È stato al cinema con Gabriele Muccino (Baciami Ancora), Francesca Comencini (Un Giorno Speciale), Maria Sole Tognazzi (Io e Lei), Ben Stiller (Zoolander 2) e Nanni Moretti (Mia Madre). Ha partecipato a Pecore in Erba, l’opera prima di Alberto Caviglia.

Antonio Zavatteri racconta ai lettori di Oubliette Magazine la propria esperienza di attore.

 

I.G.: Ti ringrazio per la disponibilità. Come e quando hai cominciato il tuo percorso artistico?

Antonio Zavatteri: Ho cominciato relativamente tardi a interessarmi alla recitazione. La prima volta che sono stato a teatro come spettatore avevo già più di vent’anni, e in quel momento stavo facendo tutt’altro, lavoravo come impiegato in una società dell’ENI a San Donato Milanese. Credo sia stato questo a condurmi verso la ricerca di qualcosa che desse un senso alla mia vita: trovavo insopportabile il lavoro che stavo facendo e immaginarmi a sprecare il mio tempo in quel modo mi ha spinto in modo furioso verso un’attività creativa e di esplorazione di me stesso.

 

I.G.: Fino al 26 febbraio hai interpretato Iago al fianco di Filippo Dini nell’Otello diretto da Carlo Sciaccaluga. Si è trattato di un allestimento con una scenografia piuttosto particolare. Come hai lavorato sul personaggio?

Antonio Zavatteri

Antonio Zavatteri: Iago è uno dei personaggi più malvagi della storia del teatro, ma tutti quelli che hanno a che fare con lui nella tragedia di Shakespeare lo descrivono continuamente come una persona meravigliosa, (‘l’onesto Jago’ è una delle frasi che più ricorrono nel testo). Ecco questa contraddizione è un aspetto estremamente interessante del personaggio, quanto interessanti sono le possibili motivazioni che lo spingono a fare tanto male. Ho cercato quindi di dare una mia spiegazione, che non ha a che fare con la gelosia nei confronti di Cassio o con il desiderio di vendetta in quelli di Otello, ma con una specie di cortocircuito che ad un certo punto lo colpisce, come capita che colpisca un uomo insospettabile e che inaspettatamente si trasforma, per esempio, in un assassino seriale. Motivazioni che hanno a che fare con la frustrazione e l’insoddisfazione del bilancio di una vita, cose abbastanza comuni che però, comunemente vengono digerite o controllate con l’accettazione o la rassegnazione, ma che in qualcuno possono trasformarsi in ossessione e desiderio di distruzione.

 

I.G.: Le prénom (Cena tra amici) è la commedia di cui hai adattato per il teatro la traduzione italiana di Fausto Paravidino. A riguardo hai scritto: “Le Prénom è una commedia moderna molto divertente che mette in scena un nucleo famigliare borghese costituito da stereotipi sociali ben riconoscibili, che ci fanno sorridere osservandoli, che troviamo vagamente antipatici, ma nei quali al tempo stesso ci riconosciamo con un po’ di fastidio”. Puoi parlarci di questo progetto? Qual è stato l’esito finale del tuo lavoro sul testo?

Antonio Zavatteri: Sì, devo dire che le note di regia spesso sono di una superficialità imbarazzante, anche perché vengono richieste in un momento in cui il testo dev’essere ancora realmente affrontato, almeno per come affronto io i testi e le regie di uno spettacolo. Il progetto è nato un paio di anni fa da un desiderio di voler esaminare e mettere in scena un nucleo familiare borghese, di una borghesia attuale come potrebbe essere quella di Carnage di Jasmine Reza. Infatti di Carnage abbiamo chiesto il permesso di messa in scena agli aventi diritto, che però li avevano già concessi ad altri. Quindi, visto che non volevo cambiare completamente direzione, ho pensato di provare con questa commedia di cui non avevo amato completamente la versione cinematografica, ma che mi aveva incuriosito. È la prima volta che affronto una commedia di questo genere con un meccanismo comico molto riconoscibile, ma al tempo stesso con una descrizione di umanità e relazioni familiari molto precise e profonde. Mi ha sorpreso completamente e quello che avevo preso come una sorta di ripiego rispetto a un teatro più ‘importante’ ho scoperto avere ben di più di quello che rivelava all’apparenza. Inoltre una grande soddisfazione l’ha data il pubblico che ha riempito per tre settimane il Duse di Genova e sono state aggiunte recite straordinarie per poter soddisfare le richieste. Il Teatro di Genova porterà in tournée lo spettacolo nella prossima stagione.

 

I.G.: Hai lavorato con Luca Ronconi, puoi condividere con noi un tuo ricordo del Maestro?

Antonio Zavatteri

Antonio Zavatteri: Con Ronconi ho partecipato ad un solo spettacolo nel 2004, l’anno di Genova capitale della cultura, se non sbaglio, in cui per l’occasione Ronconi ha messo in scena La Centaura di Andreini, un testo barocco praticamente mai rappresentato. Devo dire che è stato un incontro importante e con un uomo di spettacolo molto interessante, ma devo anche ammettere che non faccio parte della folta schiera di adoratori del suo teatro. Lo considero comunque un artista gigantesco, con un’idea di teatro personale e unica. Ero molto curioso di vedere il processo creativo di Ronconi, e oltre al suo lavoro nell’interpretazione di un testo volevo capire cosa stava dietro quello strano modo di recitare dei suoi attori. Ne sono rimasto molto affascinato ma credo di non aver compreso bene il suo pensiero.

 

I.G.: Puoi raccontarci la tua esperienza con la Popular Shakespeare Kompany diretta da Valerio Binasco?

Antonio Zavatteri: Con la PSK ho passato tre stagioni esaltanti della mia vita professionale, sia per il lavoro con Valerio che per la presenza in compagnia di attori eccezionali e di amici notevoli. Insieme abbiamo fatto Romeo e Giulietta, con un importante teatro romano e la presenza di una star (Riccardo Scamarcio che faceva Romeo), e Tempesta, che invece abbiamo provato in un paesino del basso Piemonte senza la partecipazione di nessun nome importante se non quello di Shakespeare. Tutt’e due sono state esperienze estremamente creative e divertenti: Valerio è un catalizzatore di entusiasmi e anche se lui ama narcisisticamente non definirsi un maestro, di fatto lo è, e con le sue capacità e le sue incredibili doti di comunicatore riesce sempre a determinare spettacoli vitali. Poi dopo Tempesta ho interrotto la mia esperienza con loro perché ho avuto altre proposte di lavoro, ma mi è dispiaciuto molto, nonostante creda fortemente che i rapporti con i maestri debbano avere una vita non troppo prolungata.

 

I.G.: Qual è il tuo rapporto con il cinema e la televisione e qual è la dimensione che preferisci?

Antonio Zavatteri

Antonio Zavatteri: Ho sempre pensato che il mio desiderio più forte e preciso fosse quello di dedicarmi al teatro e di approfondire e sperimentare soprattutto il rapporto con la recitazione dal vivo. Negli ultimi anni però ho scoperto la gioia, l’esaltazione e soprattutto le difficoltà del recitare davanti alla macchina da presa. In questo momento vorrei fare solo quello, forse anche per il semplice motivo che ho lavorato in teatro per vent’anni e amo il cambiamento. Ma mentre a teatro mi sento a casa e raggiungo un discreto relax in modo abbastanza facile, in cinema e tv sento che ho moltissimo da scoprire e sperimentare. Purtroppo le occasioni di lavorare in produzioni di qualità non sono moltissime, ma finora ho avuto la fortuna di incontrare film e registi notevoli. Ora il cinema è la mia ossessione, il mio desiderio è questo. E in teatro dedicarmi alla regia. Ora, poi vedrò.

 

I.G.: C’è un personaggio in particolare che fino a questo momento ti ha assorbito completamente o colpito in maniera inaspettata (al teatro, al cinema o in televisione)?

Antonio Zavatteri: Ho amato molti personaggi su cui ho lavorato, ma se devo scegliere quello a cui ora sono particolarmente legato scelgo Pollo. Un cameriere di una commedia di Patrick Marber, Poker (Scelta al Mazziere), un mezzo idiota, sognatore, che non si accorge di essere preso in giro da tutti i colleghi del ristorante dove lavora, una specie di fool ingenuo. Normalmente i ruoli per cui mi chiamano sono sempre dei severi uomini con personalità, e talvolta fascino, perché è la maschera che indosso nella vita: come chiunque ‘porto’ una persona pubblica che nasconde anche se solo parzialmente, la mia vera essenza. Un’essenza che è più goffa e ‘sfigata’ dell’immagine che gli altri hanno di me. Ne aggiungerei però anche un altro, il contabile di Gomorra – La serie, Franco Musi, completamente differente dal cameriere di Marber, ma anche lui un fallito che sognava grandezze. È estremamente divertente recitare i falliti, e anche molto gli inconsapevoli.

 

I.G.: Progetti futuri?

Antonio Zavatteri: Non lo so, questo è un momento delicato per me, come se sentissi una necessità di cambiamento che però fa fatica a rivelarsi completamente, e sarà scontato e banale, ma vorrei più che mai poter compiere delle scelte senza subire gli eventi che mi si propongono. In questo momento sto facendo la regia di un monologo di Will Eno, intitolato Thom Pain (Basato Sul Niente), con Alberto Giusta, un testo particolarmente ostico (il titolo non inganna!), ma con molti elementi di interesse, per una conduzione di attore più che per una costruzione di teatro di regia. E la conduzione e l’esplorazione dell’attore (che sia io o altri attori da dirigere) è ancora la cosa che più mi interessa nel mio lavoro.

 

Written by Irene Gianeselli

 

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