Intervista di Irene Gianeselli a Teatro i di Milano: smettere di resistere per esistere

Intervista di Irene Gianeselli a Teatro i di Milano: smettere di resistere per esistere

Mar 23, 2016

«Fare il teatro sul serio significa sacrificare una vita. La mia è stata tutta una vita di sacrifici e di gelo. Così si fa il Teatro. Così ho sempre fatto. E questa è onesta. Sono sempre stato onesto. E non solo a Teatro.  Lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro». – Eduardo De Filippo

Teatro i

Eduardo De Filippo parla di sacrificio e di gelo, ma soprattutto di onestà e le sue parole sono luminose, esemplari nel senso più profondo, viscerale e vitale. Perché Eduardo parla del teatro, di quel teatro che esiste ed è presente, che si incarna e comunica con gli spettatori.

Il 15 marzo il Teatro i di Milano, realtà off che ha vissuto nel quartiere Conca del Naviglio nel cuore di Milano, ha comunicato l’interruzione della programmazione del 2016. Proprio nel 2016 Teatro i ha compiuto dodici anni, dodici anni di teatro, sacrifici e onestà.

Renzo Martinelli, Federica Fracassi, Francesca Garolla (rigorosamente in ordine di età) parlano della scelta di smettere di resistere, per esistere.

 

I.G.: Teatro i non presenterà la programmazione di aprile, maggio e giugno 2016. Quali sono le ragioni di questa decisione?

Teatro i: Da molto tempo lavoriamo a investimento – di energie, risorse, operatività. Da undici anni. In undici anni le vite cambiano, evolvono,  le esigenze e le progettualità si modificano, così come i contesti, e ci sembra paradossale che le istituzioni possano credere che un’attività artistica riesca invece a vivere in un’eterna attesa, con tempi biblici, burocrazie infinite, intoppi a cui far fronte, mantenendo la stessa freschezza e voglia di fare. Ci fermiamo per responsabilità nei confronti del nostro pubblico e di noi stessi. Cosa possiamo fare realmente nelle condizioni in cui siamo? Il contesto in cui operiamo, la strategia di politica culturale in cui siamo inseriti e ci sta davvero costringendo ad abbassare le aspettative? Dobbiamo modificare la rotta? Come possiamo trovare il modo migliore per esprimerci e lavorare?

 

I.G.: Nella vostra dichiarazione si legge “Da anni gestiamo uno spazio culturale, attenti al contesto cittadino, offrendo un servizio che oggi sempre più ci appare non richiesto, non previsto”. Chi non chiede e non prevede il vostro servizio (il pubblico in generale o le istituzioni)?

Teatro i: Il pubblico che conosce il nostro lavoro e frequenta il teatro ci sta esprimendo una grande solidarietà. E anche gli operatori, i critici, e le istituzioni lo fanno, dicendoci che si sentirebbe la mancanza di uno spazio come il nostro. Abbiamo tanti e tanti attestati di stima in questi giorni. La chiusura nasce piuttosto dall’esigenza di esprimere un disagio nei confronti di una istituzione che non si fa complice di una strategia, ma si limita a stabilire regole, norme, parametri: in questo senso, forse, il tipo di attività che conduciamo non è previsto. La politica culturale dovrebbe svolgersi insieme alle strutture a favore di un territorio ed essere condotta con una capacità continua di confronto da una parte e dall’altra. Questo “dialogo” è stato alla base del nostro percorso, ma non ha trovato un riscontro concreto da parte delle istituzioni.
Non possiamo continuare a cercare un dialogo che non c’è, e soprattutto non possiamo perdere di vista quello che è il nostro primo interlocutore, il pubblico, 

 

I.G.: Perché avete scelto di definire “servizio” il vostro lavoro e la vostra ricerca?

Teatro i

Teatro i: Teatro i ha trasformato se stesso nel tempo, cercando sempre di mantenere una idea e pratica artistica attenta alla qualità prima che alla quantità, anche a rischio della propria sostenibilità. Nel farlo si è costantemente messo a disposizione  della città e degli enti, diventando anche, in qualche modo,  servizio pubblico. Il progetto culturale di Teatro i nasce da una compagnia di produzione, da un nucleo artistico che avrebbe potuto limitarsi alla realizzazione dei suoi spettacoli ma ha scelto di proporre una stagione, una decisione nata dal desiderio di offrire alla città un servizio culturale più ampio e articolato, un progetto e non solo degli spettacoli.

 

I.G.: Teatro i è per voi una “selva di resistenza poetica”. Perché siete stati costretti a resistere?

Teatro i: In assenza di una strategia culturale chiara, in un sistema che ha moltiplicato la sua offerta e sempre più sembra chiedere “dati”, al di là dei contenuti, in uno spazio, la sede di Teatro i, che è poco più di una sala prove (senza foyer, senza camerini…) , condizionati da una scarsità di risorse che è certo comune nel settore ma, in ogni caso, gravosa, la nostra struttura resiste, più che esistere. La nostra crescita è bloccata, le possibilità di sviluppo sono poche, sempre meno.
Certo è, però, che in questo contesto rimane, e per noi è fondamentale, una propulsione artistica precisa, un progetto culturale per cui la coerenza di contenuti è sempre stata condizione sine qua non.

 

I.G.: Qual è la relazione tra esistere e resistere in questo particolare momento?

Teatro i: Ci siamo visti costretti a cambiare il presente, quanto meno quello che le istituzioni richiedono o si aspettano da noi, chiudendo anticipatamente la stagione, perché vogliamo lavorare per un futuro in cui, in definitiva, smetteremo di “resistere” per esistere, invece, a tutti gli effetti.

 

I.G.: Qual è il rapporto tra la nuova riforma e la vostra condizione lavorativa?

Teatro i: La nuova riforma del teatro, come del resto quella precedente, non prevede finanziamenti per realtà come la nostra. Noi siamo finanziati come compagnia di produzione, ma non come luogo di programmazione. La nostra attività è scissa, a livello ministeriale. Inoltre l’attuale sistema rende ancora più esigue le possibilità di tournée: sia i Teatri nazionali che i Tric hanno vincoli in questo senso.  

 

I.G.: Nel contesto milanese come si inserisce questa sospensione?

Teatro i

Teatro i: Il contesto teatrale milanese oggi è molto diverso da quello che c’era anche solo dieci anni fa. L’offerta si è moltiplicata, sono nati i multisala, l’attenzione al contemporaneo è cresciuta nel tempo, ogni giorno assistiamo all’apertura di nuovi spazi. Siamo tanti. Tantissimi. Questa può e deve essere una ricchezza, ma questa moltiplicazione deve essere sostenuta da una precisa strategia culturale. Quando il problema è la sopravvivenza, quello che prevale è un’ottica prevalentemente concorrenziale e terribilmente solitaria. Come rompere questo meccanismo? È difficile. La chiusura anticipata della nostra stagione si situa in questo orizzonte. È sicuramente la scelta di una singola struttura, ma noi crediamo che possa essere un’azione in cui molti possono identificarsi. Quanti vivono una situazione simile alla nostra? il passaggio successivo è capire come mettersi in relazione, come creare il terreno per un dialogo condiviso, per una interlocuzione condivisa con le istituzioni

 

I.G.: Cosa sperate possa nascere da questa chiusura di stagione anticipata?

Teatro i: Un cambiamento. Per noi e nel dialogo con questa città. La possibilità non di ripartire, azzerando il lavoro fatto fin qui, ma di continuare mettendo a frutto quello per cui da anni lavoriamo. Il tempo di un dialogo e di un pensiero che, al contempo, diventi atto concreto.

 

Written by Irene Gianeselli

 

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