“Ave, Cesare!” di Joel e Ethan Coen: omaggio e critica si fondono nella nuova personalissima creazione a due teste

Lo scorso febbraio la Berlinale 2016 ha preso avvio con il 17esimo lungometraggio dei fratelli Coen (Ethan e Joel), distinta parabola meta-cinematografica che narra le intense giornate di Eddie Mannix, capo dell’immaginaria Capitol Pictures negli anni ’50, alle prese fra un teatro di posa e l’altro con mille divergenze produttive (e para-produttive), fra cui la sparizione del primattore del peplum “Ave, Cesare!”, titolo forte dell’anno.

Ave, Cesare!

La scelta fondativa risiede nella suddivisione del racconto in un cospicuo numero di siparietti, realtà fisicamente e temporalmente a sé stanti, incorniciate per lo più dai vari set, in cui registi, attori e segretari fanno capo al puntualissimo Mannix, interpretato da un Josh Brolin concreto e ponderato, alla sua terza collaborazione dopo “Non è un paese per vecchi” (2007) e “Il Grinta” (2010). Ossequiando le singolari logiche drammaturgiche cui gli autori ci hanno abituato, quel che emerge è un vero microcosmo dal profilo realistico e multi-sfaccettato.

In esso prendono forma con grande naturalezza e con una costante, sottile, controllatissima vena umoristica, spesso così sotterranea da non poter nell’arco di una singola sequenza apparire nella sua compiutezza, vezzi, talenti, profonde discrepanze fra diversi allestimenti, che a loro volta offrono l’occasione, colta e proposta sempre con gentilezza e pertinenza, per rappresentazioni canore o danzate, epiche o melodrammatiche, costantemente filtrate attraverso la lente della surrealtà e della bizzarria, di accostamenti tematici inusuali (dai credo religiosi alle piccole idiosincrasie quotidiane, dai grandi dibattiti etico-economici a grandi taciuti scandali), dell’insistita parodia dei generi, la quale tuttavia non fornisce mai gratuitamente alcun contenuto, non cerca cioè in alcun modo un feedback elementare e spontaneo.

Ave, Cesare!

In questo senso, nonostante “Ave, Cesare!” possa coinvolgere con minor impeto e incisività rispetto ad altri titoli passati, la sua complessa e pittoresca struttura, fotografata in tutta la sua sgargiante luminescenza dal fedele Roger Deakins e accompagnata attraverso il plastico commento sonoro di Carter Burwell, da sempre al servizio dei Coen, rivela un’ambizione alla moderatezza, alla plausibilità (pur all’interno di un affresco che ritrae la stessa industria cinematografica, la “fabbrica dei sogni”, capitalistico regno delle stravaganze minacciato dalle rosse prosopopee sulla battigia di Malibù, in seno alle quali trova spazio persino un eccentrico cameo di Dolph Lundgren), che merita una giusta evidenziazione, necessita di una lettura imparziale e pulita.

L’altro evidente “prodigio” che sprona ad apprezzare l’opera è la preziosa composizione del cast, di verde estrazione nei casi di Alden Ehrenreich (il ciangottante mandriano Hobie Doyle per la prima volta alle prese con donne avvenenti in vece dei selvaggi destrieri e registi “esigenti” del calibro di Laurence Laurentz aka Ralph Fiennes) e Channing Tatum (disinvolto ballerino in un musical marinaresco), Scarlett Johansson (una capricciosa sirena dalla turbolenta vita privata) e Jonah Hill (il martire tuttofare Joe Silverman), o autentico zoccolo duro quando si tratta di George Clooney (alla quarta apparizione dopo “Fratello, dove sei?”, 2000, “Prima ti sposo, poi ti rovino”, 2003, e “Burn After Reading”, 2008, qui nei panni della suggestionabile star Baird Whitlock), Tilda Swinton (sdoppiata nelle frasche gemelle Thora e Thessaly), e l’inossidabile Frances McDormand, che accompagnando il duo fin dal loro esordio nel 1984 (“Blood Simple – Sangue facile”) si diletta ora in uno squisito cameo in veste di impavida montatrice.

 

Voto al film

 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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