“La stagione che verrà” di Paola Soriga: storia di una generazione che crede di non avere storia

“La stagione che verrà” di Paola Soriga: storia di una generazione che crede di non avere storia

Feb 29, 2016

La stagione che verrà” è un romanzo di Paola Soriga, edito da Einaudi nel 2015.

 

La stagione che verrà

Questa storia è un gomitolo che diventa più grande ogni giorno, o pagina, che passa.

Fili di diversi colori si annodano l’uno con l’altro, per non perdersi e per diventare materiale per una coperta che scaldi i sonni di un neonato nel freddo inverno, nella stagione che verrà.

Il romanzo di Paola Soriga è un intreccio aggrovigliato di pensieri e parole e melodie. Immersi in un flusso di coscienza, in un continuo passaggio dalla terza alla prima persona singolare, in una successione famelica di virgole che separano luoghi e epoche e in frasi colloquiali di una babele di idiomi e volti, conosciamo le vicende di Agata, Matteo e, soprattutto, Dora.

Questa storia è una matassa che è impossibile dipanare.

Agata è una pediatra, incinta di un figlio che il padre non vuole; Matteo è un insegnante che ha scoperto di essere gravemente malato.

Entrambi decidono di lasciare rispettivamente Pavia e Bologna per tornare nell’Isola in cui sono nati e cresciuti, ospiti di Dora, anche lei di nuovo in Sardegna, dove aver girato mezzo mondo.

Tutte le strade portano alla casa di Dora, donna “capitale” di una generazione di trentenni non ancora quarantenni che fanno la storia, ma non ci credono fino in fondo.

Una storia fatta di piccolezze, un mosaico di sogni universitari che si infrangono alla ricerca di un lavoro; di spiagge bianche, vicoli, locali notturni e mercati; di birra, tè, latte e canne; di amore che non è solo sesso e di sesso che non è proprio amore; di corpi e anime che si librano come fenicotteri rosa che si sono adattati a vivere ad uno stagno in mezzo al trafficoni mezzi e persone.

Paola Soriga

Al termine del romanzo, Paola Soriga inserisce un elenco delle canzoni citate nel corso della narrazione.

A me ne è venuta in mente una che non compare nel libro, ma che risale all’epoca in cui noi, figli di questa generazione cinica e, al contempo, sognatrice, eravamo ancora ragazzi cresciuti con le sigle di bim bum bam e la coniugazione dell’aoristo.

Noi che, durante il temporale, speriamo, sempre e comunque, nella stagione che verrà.

 

«Tu riri, tu riri, tu ririri…/ anni questi anni passati così…/ aridi, sterili, vuoti, è l’era delle immagini…/ ci ha rubato il cuore, l’inventiva, le idee, le parole/ ma certo che provo qualcosa per te…/ ma dire amore è difficile, l’epoca del “tun tun cha ci pa tu pa tum”/ ci ha stordito il cuore, siamo isole senza valore/ ma la sera a casa di Luca torniamo a parlare,/ ma la sera a casa di Luca che musica c’è/ pochi amici a casa di Luca, lo stato ideale/ perché ognuno a casa di Luca è nient’altro che sé,/ certe sere a casa di Luca facciamo le tre, cantando le canzoni/ che belle vibrazioni…ancora». – Silvia Salemi – Giampiero Artegiani, A casa di Luca, 1997

 

Written by Emma Fenu

 

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: