“Revenant” di Michael Punke: una storia di vendetta che ha ispirato il film con Leonardo DiCaprio

“Revenant” di Michael Punke: una storia di vendetta che ha ispirato il film con Leonardo DiCaprio

Feb 18, 2016

“La frustrante necessità di procrastinare la resa dei conti agì come acqua sul ferro incandescente della sua determinazione: la indurì, rendendola inflessibile. Giurò di sopravvivere, se non altro per vendicarsi degli uomini che lo avevano tradito.”

Revenant

Revenant” di Michael Punke (Einaudi, 2014) narra la vera storia del cacciatore di pelli Hugh Glass, che il 24 agosto 1823 subì il devastante attacco di un orso grizzly e riuscì miracolosamente a sopravvivere. Un uomo coraggioso, tradito dei compagni, abbandonato a se stesso e lasciato a morire senza armi né possibilità di difendersi.

Quanto detto basterebbe ad attirare l’attenzione su questa storia, ma ingrediente base è la dura legge del west, con le sue sconfinate praterie e le irte montagne; col suo clima rigido di ghiaccio e neve; con le tribù indiane sul piede di guerra e decise a fare lo scalpo a chiunque osi attraversare il loro territorio.

L’esploratore Hugh Glass, che ha preso parte ad una spedizione lungo il fiume Missouri in un territorio esplorato fino ad allora da pochi, dopo essere stato assalito da un orso e tradito dai suoi compagni, è protagonista di un’incredibile odissea. Egli riesce a percorrere una distanza interminabile in condizioni estreme – parte della quale strisciando carponi – e sopravvivendo a mille insidie. Nemici di Glass non sono solo quei due uomini che avrebbero dovuto vegliarlo e invece se la sono data a gambe, ai quali ha giurato vendetta, ma anche la stessa natura e le popolazioni indigene ostili all’uomo bianco. Quegli stessi popoli sconosciuti che sapranno anche aiutarlo, dimostrando che non si deve mai generalizzare e che gli uomini non sono tutti uguali.

Revenant” può essere definito come una storia di salvezza e di redenzione, improntata su questa leggendaria figura, Hugh Glass, il cui passato rocambolesco lo lega addirittura ad una storia di pirati e ad una convivenza presso una tribù di indiani pawnee.

L’autore ci confessa di avere rispettato buona parte delle vicende biografiche attribuite ai personaggi, ma di avere fatto appello per molti versi anche alla fantasia.

Si tratta della grande Frontiera americana, e del genere western che siamo abituati a vedere in tv, la cui epopea è descritta con magnificenza attraverso i paesaggi e gli eventi crudi, che di per sé fanno tutto. Lo stile dell’autore è cinematografico, ma è essenziale. Scandagliare troppo i sentimenti sarebbe stato fuori luogo, e infatti Hugh Glass è un uomo che tenta in tutto e per tutto di sopravvivere, ed è concentrato su questo. Non vi sono idee nobili in lui: quello che lo tiene in vita è il potersi vendicare di chi lo ha tradito. D’altra parte il romanzo rispecchia un’epoca in cui l’esistenza era talmente dura da poter essere paragonata a quella di un animale. Lottare ogni giorno contro la morte e dover risolvere le situazioni più elementari, quali reperire cibo e ripararsi dal freddo, non lascia spazio a pensieri di chissà quale spessore. Credo sia comprensibile e normale.

Michael Punke

Nel romanzo si alternano momenti di pathos estremo, che vede un Hugh Glass in continuo pericolo di vita; a momenti in cui l’autore realizza una cronistoria dei vari personaggi, e lì l’attenzione va un po’ a scemare.

Da questo libro è tratta la trasposizione cinematografica che proprio in questi giorni imperversa nelle sale italiane. Si tratta del film omonimo, avente Leonardo DiCaprio come protagonista. Non entriamo nel merito, perché non è questa la sede. Mi limito ad affermare che forse qui il sentimento della vendetta non e’ cosi’ fortemente giustificato – nel romanzo Glass non ha figli -, tant’è che a poco a poco si disperde.

Anche l’uomo più rancoroso viene sopraffatto dalla stanchezza, e ad una vita di stenti intende porre una fine. Forse anche nel vecchio west, dove la vita umana non valeva poi molto, di nascosto si sognava un futuro. E la possibilità di poterlo vivere, alla fine, vince. Ha la meglio sul perdono stesso e sulla capacità di fare chiarezza. Come se la verità e il coraggio “retrocedessero”, e rimanesse l’essere umano con le sue miserie. Non pago, ma vivo.

Una bella rivincita, comunque, per uno che era già morto ed è ritornato in vita.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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