“Steve Jobs” di Danny Boyle: quando la vicenda si costruisce tutta attraverso il dialogo

“Steve Jobs” di Danny Boyle: quando la vicenda si costruisce tutta attraverso il dialogo

Feb 2, 2016

Lo “Steve Jobs” di Danny Boyle, regista di “Trainspotting” (1996) e del pluripremiato “The Millionaire” (2008), è l’ultimo lungometraggio che il lustro passato ha visto narrare la storia dell’inventore del primo personal computer dotato di mouse.

Steve Jobs

In precedenza era stato girato un altro biopic, “Jobs” (2013), di Joshua Michael Stern con protagonista Ashton Kutcher, oltre a due documentari, “Steve Jobs. L’intervista perduta” (2011) di Paul Sen e “Steve Jobs – The Man in the Machine” (2015) di Alex Gibney, autore del recente “Going Clear: Scientology e la prigione della fede” e vincitore dell’Oscar grazie a “Taxi to the Dark Side” (2007).

Fin da subito questa nuova ricostruzione dei fatti, che contestualmente si focalizza principalmente sulle svolte del 1984 (quando la Apple ha presentato il Macintosh 128K), del 1988 (in occasione del lancio del nuovo prodotto NeXT Computer) e del 1998 (la nascita dell’iMac G3), si distingue per una fedele adesione alla realtà storica, lungi da quelle idealizzazioni della figura centrale che avevano attirato critiche alquanto negative sul risultato ottenuto da Stern e Kutcher.

L’intero meccanismo drammaturgico nasce ed è guidato dallo splendido copione firmato da Aaron Sorkin, vincitore del Golden Globe (ove la categoria ha un profilo univoco, senza distinzione tra sceneggiature originali o meno), eppure nemmeno nominato agli Oscar. È un distinto concentrato di quasi incessante verbosità, costituito da interventi saccenti, umoristici, di fine costituzione, un’autentica lezione di dialettica.

In questo habitat si muovono con gran disinvoltura i membri di un cast solido e variegato, che ruota incessantemente attorno ad uno splendido Michael Fassbender, giunto alla sua seconda lecitissima nomination agli Academy Awards. La suddetta compagnia non è composta meramente da colleghi di lavoro, bensì da veri e propri amici, alle volte anche avversari, ognuno dei quali seguendo vie traverse stimola o viceversa tenta di ammortizzare le idiosincrasie di Jobs.

Egli dal canto suo incarna un’intelligenza pressoché infallibile, sostenuta sempre da una ragione cui è semplicemente inviso il torto. Ecco quindi che ci vuole una “moglie d’ufficio” affascinante e risoluta come Joanna Hoffman (ossia la meravigliosa Kate Winslet, nominata per la settima volta all’Oscar e vincitrice del Golden Globe) per schiodarlo dal rifiuto di prendersi cura della figlia Lisa e della sua insopportabile madre Chrisann (Katherine Waterston), ci vogliono dei compagni di squadra trasformati letteralmente in nemici come Steve Wozniak (Seth Rogen), creatore della Apple II implorante un minimissimo riconoscimento pubblico per gli sforzi passati del suo team, e come John Sculley (Jeff Daniels), ex-amministratore delegato della Apple, per evidenziare la sua aspirazione a dirigere in toto l’orchestra dei tecnici, a riprodurre una specie di “Sagra della primavera” dell’informatica che cambi il mondo e la sua società.

Steve Jobs - film Danny Boyle

Tali dinamiche di contrasto caratteriale derivano tutte dall’ottima gestione del materiale fornito da Sorkin, affidato ad attori carismatici e alla visione d’insieme di Boyle, il quale, glissando con nonchalance su ogni apparizione pubblica, preferendo approfondire quanto era stato invece trascurato appena due anni prima, ossia lo sfaccettato profilo privato del protagonista, e concedendo un’incontrastata preminenza necessaria alla parola, non sembra emergere con incisività nella rappresentazione, ma senza per questo abbandonare la propria creatura ad una realizzazione scontata, tutt’altro.

Quella che il pubblico si trova di fronte è un’ottima prova di moderazione, tanto pacata quanto sicura dei suoi equilibri e delle sue scelte, che vanno dall’inserimento della gioiosa colonna sonora di Daniel Pemberton alla pressoché totale assenza di riferimenti alla concorrenza Microsoft, dai puntuali intervalli temporali palesati dal montaggio del dinamico Elliot Graham alla sublimazione delle intuizioni del nuovo millennio in promesse legate a quel naturale affetto paterno che solo negli ultimi minuti emerge in tutto il suo splendore.

 

Voto al film

 

 

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

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