“Il libro delle cose nuove e strane” di Michel Faber: ieri, oggi e domani sono tutti troppo vicini

“Il libro delle cose nuove e strane” di Michel Faber: ieri, oggi e domani sono tutti troppo vicini

Gen 5, 2016

Cara Regina dei Ghiacci, mi hai regalato Il libro delle cose nuove e strane (Bompiani, 2015) dopo che ti avevo consigliato Il petalo cremisi e il bianco dello stesso autore, Michel Faber.

Il libro delle cose nuove e strane

Non sapevo, quand’ho letto quest’ultimo (che risale a più di dieci anni fa, e il mio volerlo recensire poteva giustamente essere tacciato d’atto inutile e vanesio) che Faber si fosse rimesso all’opera.

Me l’hai detto tu, non conoscendolo:

«Ma è lo stesso che ha appena pubblicato un romanzo fantascientifico?»

«Fantascienza?! Faber?!»

Non ti aspetteresti che l’autore di un romanzo storico ottocentesco – un tomo di quelli che a loro volta fanno storia – decida di investire un altro decennio su un’opera che ora, terminata l’ultima pagina, potresti definire a-storica. Siamo usciti da quella libreria con entrambi i libri, Il petalo cremisi e il bianco per te e Il libro delle cose nuove e strane per me. Sapevo che avrei presto letto la mia copia, speravo che avresti presto letto la tua, sicché ci si potesse reincontrare per tirare le somme. Così come il protagonista de Il libro scambia epistole con la moglie Beatrice per aggiornarla sulle sue scoperte, impossibilitato ad avere un qualsiasi altro tipo di scambio, ti porto le mie impressioni, troppo inconcludenti per essere definite “conclusioni”, ma troppo cocenti per svanire – come rituale di solito vuole – quando ho terminato il romanzo e l’ho definitivamente chiuso.

Ti ho consigliato Il petalo cremisi e il bianco perché Faber, come romanziere, è un antropologopsicologo-semiologo. Mi ricorda quegli esploratori – imbarcati assieme a investitori, avventurieri e canaglie sulle navi inglesi del primo colonialismo americano – che non aspettano altro che perdersi nella fauna e flora locale, esserne soverchiati, farcisi immergere come bambini tra cuscini e bambole, ma con un occhio clinico sempre aperto per registrare le meraviglie che la natura rivela loro. Faber è, insomma, un viaggiatore nel tempo e nello spazio.

Se ne Il petalo cremisi e il bianco si confondeva con la fauna umana della Londra vittoriana, ne Il libro delle cose nuove e strane sceglie un futuro prossimo che si fa in fretta remoto. Come spiegare altrimenti la sua incredibile capacità di creare quel senso di alienità che – letteralmente e non – struttura il romanzo? Quell’impressione che l’apocalisse sia sempre stata dietro l’angolo, ma non ce ne siamo potuti accorgere perché troppo vicini ad essa, nell’occhio del suo ciclone, per poterlo fare? Ma andiamo per gradi.

Il protagonista è Peter Leigh, ex alcolizzato redento e fattosi pastore in un’Inghilterra di un domani a noi vicino. Ne riconosciamo le strade, le consuetudini, i timori. Siamo sulla soglia dell’oggi, i piedi sul precipizio che dà sul domani, di cui intravediamo ben poco. L’unica cosa che sappiamo – che Peter sa – è che il mondo è molto più vasto di quanto pensiamo, letteralmente.

Peter è in partenza per un altro pianeta, di cui si sa tanto quanto sappiamo noi oggi su Marte. Si sa anche che in realtà – scusa il gioco di parole che sta per arrivare – si sa più di quanto si sappia, ossia: si è consapevoli, e ormai arresi a tale consapevolezza, che chi tiene in mano le redini del futuro non diffonde né è tenuto a diffondere le informazioni accumulate. Il domani e l’universo sono misteri che Peter accetta in quanto tali, con la mansuetudine del credente abituato a dover contemplare le misteriose vie di Dio.

Peter è in partenza per conto dell’USIC, una multinazionale tentacolare e misterica come una setta. Verrà profumatamente pagato per fare il suo lavoro, o, per meglio dire, per fare un lavoro che i pastori della cristianità non fanno da secoli: andrà come missionario in un gruppo di creature che non sa se e quanto umane per portare la buona novella. Gli alieni esistono, insomma, e a quanto pare vogliono avvicinarsi a Dio.

E la trama finirebbe qui, mia Regina dei Ghiacci, anche se decidessi di omettere ulteriori sviluppi per non rovinarti la lettura. Ma non è la trama, quella che conta. Non è la meta, né il finale, che fa questo romanzo: è il cammino.

Devi leggere questo libro perché parla di un “gruppo di solitari”, rivelando che un ossimoro non è necessariamente tale in qualsiasi contesto.

La definizione viene usata per descrivere i terrestri che vivono nella base di Oasi – questo il nome del pianeta – muovendosi gli uni parallelamente agli altri senza mai veramente sfiorarsi, placide monadi che in quello strambo habitat sembrano perfette pecorelle del Signore. Ma non lo sono, non lo sono per nulla – dice uno di loro, paragonandoli all’ormai estinta Legione Straniera Francese.

Non c’è bisogno di essere scarnificati dalla guerra per divenire solitari nell’anima. Non troverai né assassini né stupratori in quel gruppuscolo di terrestri – non più che in altri gruppuscoli, perlomeno. Tante sono le vie del Signore, tante quante quelle che portano a quella condizione di autoisolamento in cui non si ha più nulla da perdere, condizione necessaria per vivere reclusi in una claustrofobica base lontana galassie da tutto ciò che conosci.

Michel Faber

Ti troveresti bene, fra loro. Hanno imparato che di mali necessari ce ne sono fin troppi, e non c’è quindi bisogno di caricare la dose disturbandosi gli uni gli altri. Hanno affinato quel tipo di rispetto per sottrazione capace di rendere anche il più trucido e alienante inferno un luogo vivibile, quotidiano. Una sopravvivenza senza sprechi.

Ma qual è il prezzo da pagare?

Chiedilo a Faber.

Il libro delle cose nuove e strane non è solo una grande metafora esistenziale. Come nel piccolo così nel grande, è metafora di una condizione storica che – ci si trova a pensare con terrore alla fine del libro – torno e ritorna senza possibilità di redenzione.

In una recensione di un altro romanzo di fantascienza, ho espresso un concetto che, benché banalissimo, mi ha aperto gli occhi, allorché l’ho realizzato: La fantascienza ci permette di parlare dell’“oggi” e del “qui” senza risultare inverosimili. Conosci il modo di dire “stranger than fiction”? So che la tua carne lo conosce: quel sapere che a volte la più pura sincerità nel narrare la nostra vita verrà vista come troppo inverosimile per essere reale. Bisogna smussarla, ridimensionarla, snaturarla, perché il prossimo smetta di guardarci con diffidenza. Ma, cambiando i presupposti – fiondandoci su un pianeta così tanto alieno che non riusciamo a capirlo neanche mentre lo viviamo – tutto diventa possibile. Anche l’apocalisse, che forse ci sta aspettando dietro l’angolo.

Il romanzo – o forse le nostre aspettative – ci fa credere che l’alienità sia su Oasi. Lì dobbiamo cercarla, lì capirla. Ma, mano a mano che Peter diventa tutt’uno con quel pianeta in cui la pioggia è confortante e voluttuosa, le cose più scontate finiscono così tanto in secondo piano da svanire all’orizzonte, e alla fine non ci si ricorda più da dove si viene e quindi che cosa temere.

La Terra de Il libro delle cose nuove e strane è la nostra? O è solo quella privilegiata fetta di mondo che si crede ingenuamente universale, similmente a come Terra si crede spesso l’unico pianeta con vita antropomorfa nell’universo? O forse noi tutti siamo già su Oasi, e la Terra di cui Faber ci narra è un passato che abbiamo dimenticato?

Chiedilo a Faber.

Il libro delle cose nuove e strane è, anche, un esperimento di laboratorio per mettere alla prova l’universalità della fede cristiana. E della fede in generale. Non sono una cristiana, lo sai, eppure ho trovato tante similitudini tra me e Peter. Per entrambi la fede è la conseguenza di una scelta razionale, una specie di what if incarnato. Per entrambi “fede” fa rima con “fiducia”, suggerendo – similmente a tanti dei percorsi spirituali 2.0 che impazzano nella società di oggi – che è meglio pensare positivo che negativo. Mal che vada, ci saremo sbagliati. Ma, se pensiamo negativo fin dall’inizio, il mondo diverrà sangue freddo e cenere. Per entrambi la gratitudine è la ricompensa per chi ha fede. Peter ringrazia un essere vagamente antropoformizzato di nome “Dio”, io galleggio in una gratitudine senza destinatario, ma sono in fondo dettagli. Quel che conta, alla fine della giornata (che su Oasi è più lunga che su Terra), è di non essere caduti nella spirale del disfattismo, religioso o laico che sia. Compito più facile o più difficile su un pianeta alieno?

Chiedilo a Faber.

Il libro delle cose nuove e strane è, così dicono, anche un romanzo d’amore. Peter su Oasi, Beatrice su Terra, si ostinano nonostante tutto a scriversi il più possibile. Nonostante per Peter Terra, con i suoi problemi, sia sempre più lontana e inverosimile, adagiato com’è tra il gruppo di solitari terrestri e questi alieni che danno un nuovo senso alla sua vita; nonostante la vita quotidiana di Beatrice su Terra sia sempre meno quotidiana, sempre meno vita, sempre più una minaccia di cui non si conosce la provenienza; nonostante l’ostacolo maggiore, l’intraducibilità dei mondi, si interponga sempre più tra loro, Peter e Beatrice si scrivono.

È questo l’amore?

Non lo so.

A romanzo concluso non ho avuto risposte, ma solo qualche domanda in più. Tra queste, ne scrivo una a te: Chi sta su Terra e chi sta su Oasi?

 

Written by Serena Bertogliatti

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: