“Mi sa che fuori è primavera”, un romanzo di Concita de Gregorio: un thriller psicologico pregno di speranza

“Mi sa che fuori è primavera”, un romanzo di Concita de Gregorio: un thriller psicologico pregno di speranza

Dic 21, 2015

Mi sa che fuori è primavera” è un romanzo di Concita de Gregorio edito da Feltrinelli nel 2015.

 

 

Mi sa che fuori è primavera

Mi sa che fuori è primavera.

La terra bruna e dura si è schiusa, partorendo un nuovo fiore.

Le lande innevate cominciano a sciogliersi, mostrando i campi da arare.

Gli uccelli danzano seguendo lo spartito mai scritto di un minuetto d’amore.

Mi sa che fuori è primavera, che la vita non si è arresa, che la rinascita è un’occasione da cogliere: dammi la mano, portami a te, scaldami con il tuo sole.

Il romanzo di Concita de GregorioMi sa che fuori è primavera, racconta stralci dell’esistenza di una donna il cui nome non ci è nuovo, perché la cronaca nera lo ha reiterato troppo, per poi abbandonarlo nell’oblio del passato. Si tratta di Irina Lucidi, la madre delle gemelle di sei anni, Alessia e Livia, di cui non si ha più traccia dopo il suicidio del padre, un ingegnere svizzero tedesco.

Non è un libro che sconfina ed indugia nel morboso strazio del dolore, per farne notizia, facendo sentire tutti un po’ investigatori e un po’ voyeur di un’indagine condotta in modo discutibile.

No. Attraverso un’altalena di lettere, riflessioni e incontri, il romanzo può essere definito un thriller psicologico, molto ben orchestrato, la cui grandezza sta nell’attingere alla realtà senza ricorrere all’esibizione di colpi di scena, perché la vita stessa è imprevedibile e non la si imbriglia nella carta, neppure per un attimo.

Irina è viva, nonostante tutto: lo sa, lo sente, lo vuole, lo difende questo diritto ad esistere.

Custode della memoria, madre per sempre di eterne bambine, mai corpi sotto lapidi, mai donne di carne. Eppure lei non si arrende: trova le figlie negli abissi del mare, cullate dal canto delle balene, in un universo parallelo ma tangibile, fatto di liquido amniotico e legami invisibili, di spazi infiniti in cui ci si sente sirene.

Concita de Gregorio

Trova le figlie nella brezza calda, che sa di spezie, e nei granelli del deserto, attraverso folate in cui si perdono voci e volti, nella speranza di risfiorarsi ancora, per un attimo.

Le trova nell’idioma dolce di un compagno che sa che todo quadra, nella vita, in qualche strano modo che non è sempre dato comprendere.

Si respira, infatti, avvinti ad una certezza: ci sarà un nuovo giorno, una nuova primavera. Basta concedersi la dolcezza del sogno e pensare che un raggio di sole è un filo, un cordone ombelicale. Infinitamente lungo, ma disperatamente forte, che ci congiunge ad avi e a progenie.

«L’assenza è una presenza costante: ti sfida in un corpo a corpo quotidiano, ti assedia. Ti vuole nella lotta, misura il tuo respiro. La nostalgia è fisica, poi. È proprio impossibile colmare la mancanza di un corpo vivo: quell’odore, quella morbidezza della pelle, quella voce quando ti chiama. Quel tipo di resistenza docile dell’abbraccio, quel modo di piegare il collo. Non c’è niente, nessuno che possa sostituire l’assenza di qualcuno. Solo il sogno. Quando tornano profumate e vive nei sogni, con i corpi e con le voci. Sono felice quando le sogno. Mi sveglio felice».

 

Written by Emma Fenu

 

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