“È la vita, Joy” di Nell Dunn: i sogni di una giovane ragazza che non sempre si avverano

“È la vita, Joy” di Nell Dunn: i sogni di una giovane ragazza che non sempre si avverano

set 22, 2015

“«Oddio, in che stato sono» disse, mentre, mano nella mano, tornavano a casa lungo la strada deserta. «E pensare che quand’ero bambina mi proponevo di conquistare il mondo, se qualcuno mi vedesse adesso direbbe: “Ha passato una gran brutta serata, povera donna”»”.

È la vita, Joy

È uscito il 10 settembre 2015 edito da SonzognoÈ la vita, Joy”, il romanzo della scrittrice inglese Nell Dunn, pubblicato per la prima volta nel 1967, da cui è stata tratta una trasposizione cinematografica dal titolo “Poor Cow”. Rivalutato dalla collana Bittersweet a cura di Irene Bignardi, questo cult degli anni Sessanta ha tutte le caratteristiche del grande schermo, assieme ad una raccolta di racconti  che l’autrice ha pubblicato nel 1963 col titolo “Up the Junction”.

La storia, ambientata a Londra negli anni Sessanta, parla della giovanissima Joy, che a soli 22 anni è sposata con un rapinatore e madre di un bambino. Bionda, con gambe magre e petto prosperoso, sempre agghindata in maniera appariscente con tanto di coda di cavallo posticcia e ciglia finte, la ragazza conduce una vita di stenti, in bilico fra il desiderio di diventare qualcuno – prova a fare la modella con un’amica, ma per riviste per adulti – e il suo stato sociale, che deve fare continuamente i conti con la “pochezza” delle sue possibilità e le ingenuità dei suoi ragionamenti. Joy è una “poveraccia” che tira a campare, terrorizzata all’idea di rimanere da sola e di non riuscire a provvedere al piccolo Johnny, suo figlio.

E invece, Joy, sola ci rimane per davvero, perché il marito Tom, di professione rapinatore, viene arrestato e finisce in carcere. La ragazza si butta fra le braccia di Dave, un amico di famiglia, col quale sembra avere trovato il grande amore. Ma anche questa storia finisce male, e anche Dave – nemmeno lui è uno stinco di santo – finisce a scontare 12 anni di galera per aver commesso un furto in un appartamento.

Joy cerca di sopravvivere lavorando in un bar, e arrotondando prostituendosi per poche sterline. Gli uomini coi quali avrà a che fare sono molti, e la donna confessa di avere scoperto le gioie del sesso, tanto che alla fine, le sembra difficile rientrare nei ranghi e legarsi ad un solo uomo. Ma si sa, in alcuni casi è la disperazione che parla, e chi è disperato ha anche le idee poco chiare.

L’autrice è stata molto brava a descrivere questo mondo “superficiale”, caratterizzato da una mancanza di cultura e, come conseguenza, anche di morale. Joy scrive molte lettere a Dave, che lui legge dal carcere, giurandogli amore eterno e promettendo che lo aspetterà per sempre – le missive sono zeppe di errori grammaticali e donano veridicità alla storia. Ma dodici anni sono troppi, e la donna non ce la fa: quando Tom, il marito dal quale intendeva divorziare, esce dal carcere e reclama lei e il bambino, Joy cede alle sue lusinghe e va a vivere con lui.

Nell Dunn

La vita disgraziata di questa donna offre spunti su cui riflettere, ma i suoi pensieri vengono descritti in maniera così “fulgida”, da non generare mai un vero e proprio pathos. Se ci soffermiamo a pensare a questa vita disgraziata, dobbiamo ammettere che quello che l’affligge – la povertà, la solitudine, la mancanza di radici e di affetti stabili – sia cosa grave. Eppure, volutamente l’autrice fa sì che la sua protagonista affronti tutto con incoscienza, tanto da rimanere a livello di commedia, senza che il romanzo si trasformi mai in tragedia. Avere un altro figlio oppure non averlo, per Joy è uguale. Stare con Tom, oppure con Dave, lo è altrettanto. La sua incoerenza si pronuncia a seconda dell’ispirazione del momento: cosa importante è non rimanere mai da sola.

L’amore materno è l’elemento positivo della storia: il grande affetto che la ragazza nutre per il suo bambino, per il quale sarebbe disposta a fare qualunque cosa, le offre un “riscatto” e la salva dall’assoluta perdizione.

Elemento peculiare è la prosa utilizzata dall’autrice. Si tratta di un insieme di brevi monologhi alternati a descrizioni di scene, appunto come fosse un film. Ad intervallare il tutto, ci sono lunghe lettere che mettono in luce i desideri di Joy, come se in una maniera confusa e stentata lei sapesse cosa fare, e lo volesse ricordare a se stessa. Ma poi, puntualmente, le azioni la smentiscono e dimostrano il contrario. Forse perché i sogni non sempre si avverano, e le persone povere come Joy devono accontentarsi di vivere di illusioni, tenendosi ben stretto quel che già hanno.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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