Rupe Mutevole presenta il progetto Melancholy Collection: l’antologia delle storie e fiabe

Rupe Mutevole presenta il progetto Melancholy Collection: l’antologia delle storie e fiabe

Set 18, 2015

“So perché sono triste, ma non saprei dire perché sono melanconico. Prolungandosi nel tempo senza mai raggiungere un’intensità particolare, gli stati melanconici cancellano dalla coscienza ogni motivo iniziale, presente invece nella tristezza.” Emil Cioran

Melancholy Collection Stories

Ieri, vi abbiamo presentato l’antologia “Melancholy Collection Poetry” ed, oggi, è la volta della seconda antologia “Melancholy Collection Stories and Fairy Tales”, entrambe edite dalla casa editrice Rupe Mutevole Edizioni, nella collana “Trasfigurazioni” in collaborazione con Oubliette Magazine.

Le due antologie saranno presentate in anteprima alla prestigiosa Fiera del Libro di Francoforte, che si terrà dal 14 al 18 ottobre a Francoforte.

Melancholy Collection Stories and Fairy Tales” presenta le storie di Mariateresa Frigerio, Antonio Ciavolino, Giovanni Albano, Marco Randisi, Pietro Raniero.

Un’anticipazione che vorrei condividere con voi è la prefazione di Irene Gianeselli. Buona lettura!

 “«È in ogni uomo di attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto ad ogni indagine » – Elio Vittorini

Perché scrivere storie? Viviamo in un momento storico di cruciali cambiamenti e di parabole culturali e sociali terribilmente inconcludenti: questa è una realtà ed è difficile credere, come invece molti sostengono, che i lettori di oggi siano tutti così integralmente assorbiti dalla questione economica da essere interessati ad acquistare un libricino, un tomo o una enciclopedia solo ed esclusivamente per il puro valore commerciale dell'”oggetto-libro” in sé o solo perché si fa in modo che i personaggi occhieggino dal foglio in una determinata maniera. Dunque perché scrivere storie? Perché i nostri sogni acquistino un valore commerciale, perché i nostri sogni e persino le nostre dolci illusioni vengano quotate in borsa?

«Madama Morte, Madama Morte…»  così la Moda apre il dialogo di quel caro giovane “poeticissimo”, quel Leopardi che scrive le “Operette Morali” e ricorda, nel “Dialogo della Moda e della Morte” per l’appunto, di chi sono figlie la Moda e la Morte, quale madre le rende sorelle: la Caducità, ecco la madre.

Ed è caduca ogni parola, ogni storia, ogni speranza, ogni desiderio ed ogni fede nella magia di cui parla Vittorini se lo scorrere fangoso o la felice intuizione di una “poeta”, di uno “scrittore” – e tuttavia entrambi, il fango e l’intuizione, possono essere necessari – saranno usati solo per puro scopo commerciale: ed allora, perché scrivere storie?

Dovremmo, piuttosto, limitarci a tenere presente la lezione di Calvino: «L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla».

Così leggero, coerente, Calvino risponde al nostro dubbio molto più rapidamente di quanto le nostre dita riescano ad impugnare una penna per tracciare un segno, per raccogliere un pensiero. Non si fa in tempo a porre la domanda, che Calvino ha già risposto: no, non dobbiamo “vendere” sogni, dobbiamo condividerli, non dobbiamo cercare sfibrandoci di “coinvolgere” il pubblico perché “compri” le nostre storie, dobbiamo cercare di “tirar fuori dal nulla che abbiamo compreso tutto il resto”. È immediato pensare alla tragedia greca: il coro non vende, né vuole essere comprato. Il coro “è”, nella dimensione più alta dell'”essere”. Certo, il teatro non racconta, vive una storia, ma come l’atto della scrittura è e non può non essere che una delle tante declinazioni del vivere.

Ecco, forse potremmo cominciare a pensare che un libro non è un prodotto, ché le emozioni non sono merce di scambio e, soprattutto, i “perché” sono interessanti quando non si può fornire una unica, esauriente risposta; ma tutto questo non basta: perché scrivere storie, oggi?

Oggi tutti possono scrivere. È un bene, è un male? È una terapia? È una esercitazione? Se però è una moda presto i più si stancheranno, forse.

La fisionomia dello scrittore è cambiata, questo è certo: chiunque può scrivere, attraverso i blog o i giornali, attraverso i concorsi letterari, attraverso qualsiasi mezzo. È una folla di racconti che entra nella rete, che riempie le pagine della carta stampata, che ridisegna l’immagine dello “scrittore” ai tempi di Internet, un privato cittadino che fa dell’immediatezza dell’espressione libera e soggettiva di sé il canone interpretativo per disvelare verità assolute e perciò universali: la pretesa di universalità tradisce la necessità di misurarsi con il senso della propria finitezza, con il limite della personale soggettività e l’illusione di parlare del Mondo.  Del mondo, se si presta attenzione, spesso i “nuovi scrittori” parlano invece solo a partire da sé, e del mondo forniscono l’unica interpretazione che conoscono, la loro. Non c’è problematicità. «Ho scritto questa storia perché mi piace scrivere», dicono. L’autoreferenzialità fagocita il piacere di raccontare.

Interessante in questa antologia di racconti di diverse autrici ed autori “Melancholy Collection, Stories and Fairy Tales è l’intenzione di una casa editrice, Rupe Mutevole, di dare voce a chi senta il desiderio di esprimersi e di essere ascoltato.

La raccolta appare piuttosto – e abbastanza felicemente – disomogenea. Non esiste un’immagine comune, un filo rosso che leghi queste piccole storie. O, meglio, il filo rosso è talmente sottile da apparire quasi invisibile: il filo rosso è il puro piacere di raccontare e raccontarsi.

C’è chi racconta fiabe scientifiche e spiritose – come Pietro Raniero con “Brutto Anatroccolo” -, chi cerca l’incanto – come Mariateresa Frigerio con “L’albero delle ciliegie gialle” -, chi asseconda una fantasia erotica e si spinge al limite tra la visione ed il sogno  – come Antonio Ciavolino con “Santa e il marinaio” – chi cerca risposte, ma anticipa ed ammette di non sapere nulla – come Marco Randisi con “Alone” – e c’è chi si confessa a se stesso – Giovanni Albano con “Sospesi tra le stelle” -.

Certo, il mondo cambia e la società si muove spinta dalla Moda e dalla Morte, ma pare essere – forse – immutato lo spirito con cui sono raccontate queste piccole vicende, queste piccole peregrinazioni di bambini e queste perversioni e previsioni: si cerca di trasformare la sostanza delle cose, si cerca di giocare con le parole, si fa alchimia.

Certo, cambia il modo di scrivere, lo stile, la tecnica vera e propria.

Flussi di narrazione, per così dire, sono quelli di Marco Randisi che ricordano un certo modo di accattivarsi il pubblico alla Baricco («avete presente, no?» quando Baricco finge che voi vogliate interromperlo e in realtà eravate lì, tutti immersi nella lettura e cercavate di non perdere il filo del discorso) – c’è dunque anche storytelling in questa antologia e si viene incontro ai gusti di tutti, gusti vari e molteplici -; semplici e leggere le parole che Mariateresa Frigerio sceglie per le sue deliziose storie, oscure e volutamente ricercate quelle di Antonio Ciavolino come pure ricercati sono i riferimenti di Giovanni Albano ad una certa musica e ad un certo filosofo d’Ippona.

Se la risposta al «Perché scrivere oggi? Chi sono gli scrittori di oggi e perché dovremmo fidarci di loro?» ci sfugge, possiamo almeno rispondere al perché leggere. «Qual è il compito di un lettore?». Pennac ci ha liberato dagli stereotipi (non dimentichiamo i suoi consigli): da lettori abbiamo solo molti diritti ed un unico dovere, essere sempre esigenti.

Prefazione di Irene Gianeselli

 

Written by Alessia Mocci

Addetta Stampa (alessia.mocci@hotmail.it)

 

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