“Non essere cattivo” di Claudio Caligari: viaggio al termine della borgata

«So’ tanti che vengono a fa ricerche sulle borgate, e io je dico sempre famo a cambio… si volete capì qualcosa delle borgate, ce venite a stà du’ anni e io me trasferisco a casa vostra» Walter Siti, Il contagio, Mondadori, 2008

Non essere cattivo

Non essere cattivo” si consegna ritratto lucido, crudo e didascalico di una crepa profonda, insondabile, della società contemporanea.

In “Non essere cattivo” Claudio Caligari non parla mai di “borgata”. I suoi personaggi si muovono freneticamente senza un attimo di tregua, persi in una “periferia” sporca e marcia e di cui si perdono i confini. Ma Caligari non parla mai di “borgata”. Inquadra e riprende, non fa del documentarismo distaccato – del resto non l’ha mai fatto, nemmeno quando ha girato “Droga che fare” (1976) o “Alice e gli altri” (1977) -.

Non ci si può nascondere dietro i bei marmi e le statue enigmaticamente silenziose, dietro «i fregi e le fregne di pietra del tempo dei Papi», né nelle opulente ville altoborghesi: la verità di un sistema di classi che implode s’impone con tutta la sua drammaticità. In Caligari c’è il Pasolini intervistato da Furio Colombo: siamo tutti in pericolo. E Pasolini non ha conosciuto la crisi degli Anni 80, non ha potuto vedere la trasformazione degli Anni 90. In questa sua ultima opera il regista ci mostra due aspetti del nostro tempo: il primo è che non siamo di fronte ad un imborghesimento della periferia, la periferia è sempre la stessa, semmai è la borghesia ad essersi trasformata e i giovani sono vittime e insieme complici del sistema, ingolositi dal guadagno facile, sempre arrabbiati e sempre desiderosi “de svoltà“.

Una trasformazione tanto fittizia quanto più vuole sembrare radicale. Il secondo – questo è sempre l’ultimo Pasolini a dirlo – è che tutto è politica: è politica la droga, le pasticche sintetiche, le discoteche, anche la morte di un giovane rapinatore che punta una pistola scarica ma viene brutalmente ammazzato, anche il lavoro “onesto” da muratore di giornata in un cantiere senza le adeguate misure di sicurezza.

Caligari non lascia avvertimenti, inquieta profondamente e sorprende, spezzando il fiato, si resta senza «nemmeno una lagna nella strozza». Caligari non mente mai: «Spettatore, attento, queste sono le borgate e questa è la mentalità dei borgatari, ma tu stai pure tranquillo, questa realtà non la vivrai».

Non essere cattivo

Molto coraggiosamente, molto più sinceramente, Caligari ci insegna a “fa a cambio“: ci fa entrare nelle borgate, ce le fa attraversare, ci costringe a guardare, ci fa sentire tutto il freddo che entra dai soffitti sfondati delle case abbandonate e dimenticate dal catasto, ci mostra quello che vedono i personaggi dopo avere assunto pasticche dai nomi americani ed esotici; e allora, anche noi ci confrontiamo con le allucinazioni, con le luci dei neon sulle strade che si smaterializzano nella notte. Dopo poco sembra di conoscerle anche troppo bene queste situazioni: tutto il mondo è borgata, tutta la borgata è mondo. Non possiamo allontanarci: siamo inchiodati al fianco dei due giovani protagonisti, di Cesare e Vittorio che si consumano violenti e irrequieti nelle notti senza vento ed Ostia è un grande squallore, una distesa inospitale di siringhe e mozziconi, una waste land  bombardata dalla musica delle discoteche e dei baretti in cui circolano sacchetti bianchi e bustine.

Cesare e Vittorio – prima di tutto e citazione pasoliniana a parte – sono due nomi promettenti e gloriosi che cuciti addosso ai personaggi diventano volutamente ingombranti, pesanti, quasi epiteti beffardi: due nomi per due uomini e per due storie che non hanno nulla di glorioso e promettente.

Come ne “L’odore della notte” (1998) i due giovani si nascondono nella “sicurezza eccitata”, si sentono “invulnerabili”, vanno a caccia. Se “L’odore della notte” appariva carico di un’atmosfera e di un ritmo asfissiante da road movie degno del baviano “Cani Arrabbiati”, “Non essere cattivo” si inserisce nell’opera omnia di Caligari come il suo film più intimo e raccolto, assolutamente autonomo e maturo.

Non essere cattivo” è l’opera di un regista che ha metabolizzato e riflettuto sul senso del proprio cinema ed ha raggiunto un alto livello di consapevolezza della propria tecnica e della propria estetica.

Ostia, 1995

Non essere cattivo

L’esordio scelto da Caligari è coerente, illustra un percorso, lo studio attento delle dinamiche sociali. Cesare corre, a seguirlo lo stesso campo lungo e assolato di “Amore tossico” (1983), lo stesso lungomare della Ostia urticante e selvaggia. Lo stesso gelato, ma un cambiamento c’è, è evidente e non è solo dettato dal momento storico in cui sono proiettate le vicende: il disincanto dei due protagonisti, il loro scatto nervoso, smanioso genera un senso di profonda inquietudine. Questa scena iniziale segna una fine. Segna la fine di qualsiasi velleità o fiducia aprioristica nel futuro ed insinua il dubbio che, una volta nel giro, una volta nati da “mamma borgata”, non si possa più cambiare: nascere al margine è una questione generazionale, una condanna. Si nasce e si muore borgatari per contagio, come quando ci si porta dentro l’AIDS.

E pur di farla franca, di riscattarsi, di vendicare la propria condizione, paradossalmente Vittorio e Cesare assolvendosi, si condannano a morte. A ciascuno il suo: Alessandro Borghi è un Vittorio problematico, gli occhi allucinati che guardano dritto in macchina o vengono riflessi nel vecchio specchio di un bagno, le palpebre livide segnate dalla cocaina non lasciano scampo. Gli occhi sono fondamentali: è tutto un gioco di sguardi tra Vittorio e Cesare; sono sguardi sempre appesi, che si aggrappano a tutto e sono le occhiaie scure il sintomo, la manifestazione del contagio. Cesare e Vittorio si scambiano gli occhi, entrambi azzurri, e si cercano, segretamente. Non fanno domande: conoscono già la risposta a tutto e fanno di tutto per dimenticarsene.

Cesare è un fatalista, Vittorio cerca di non arrendersi, ma la sua resterà una storia aperta sul baratro: gli Anni 2000 incombono.

Ad interpretare Cesare è Luca Marinelli che calibra perfettamente ogni gesto, cura le intenzioni con assoluto rigore e riesce a creare con Borghi un dialogo attoriale assolutamente coerente. Luca Marinelli misura i respiri, i silenzi – la cura dei suoni ora ovattati, ora amplificati è davvero apprezzabile – e, quando i pensieri del suo Cesare prendono la forma della feroce parlata romanesca, trattiene sulla gola tutta la tensione. Così l’intensità dell’intima sofferenza del personaggio – che pare sforzarsi per non piangere, per non esplodere – si accresce. Luca Marinelli rende con convinzione la frustrazione, l’insoddisfazione, la paura segreta cui Cesare si affiderà lasciandosi precipitare nell’oblio.

Claudio Caligari

Caligari inclina e ruota le inquadrature, fa tremare la macchina da presa come scossa dalla nevrosi dei due protagonisti. Nei primi piani spietati si sente spessa e concreta la solitudine di Cesare che consuma l’eroina e crolla poi tra le braccia di Viviana (Silvia D’Amico) e la solitudine di Vittorio che inciampa ancora nella cocaina tradendo Lisa (Roberta Mattei). Ottime Roberta Mattei e Silvia D’Amico, interpretano donne coraggiose che amano i propri uomini e devono affrontarne l’inadeguatezza; le donne di Caligari sono personaggi appena abbozzati, spesso sono donne che si fanno sbranare per una striscia bianca e strillano e insultano, mentre centrali rimangono gli uomini troppo distratti e inconsapevoli, accecati dalla polvere che spacciano, spenti.

Nel racconto, che a tratti pare proporre una parvenza di serenità, s’inseriscono le istituzioni assenti e del tutto disinteressate, il gruppo del baretto formato da cani sciolti, la madre (Elisabetta De Vito) di Cesare distrutta dal dolore e l’orsetto di pezza vestito emblematicamente dalla nipotina con una maglietta rossa che implora: «Non essere cattivo».

Ma chi è cattivo? Cosa significa essere cattivi? “Cattivo” rispetto a quale bontà? Dove sono i buoni, chi sono?

Una delle possibili risposte s’incastra nei volti spigolosi e squadrati, sui nasi ruvidi, affilati come coltelli di Luca Marinelli e Alessandro Borghi e si nasconde nella fotografia satura di Maurizio Calvesi: il suggerimento di cui è vestito l’orsetto di pezza non è per i personaggi, va oltre la storia in sé. Il suggerimento assume i toni, la sacralità di un comandamento e di un testamento paterno. Il suggerimento è per chi vuole vivere e per chi vuole fare cinema. Non essere cattivo, sii sincero. Non essere cattivo, mettiti in discussione. Non essere cattivo, rinuncia all’appiattimento, rinuncia all’abbruttimento. Non essere cattivo e non mentirti, non calpestare il futuro. Non essere cattivo, prova pure a crederti assolto, sei lo stesso coinvolto.

Non essere cattivo – film riconosciuto di Interesse Culturale Nazionale e realizzato con il contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento dello Spettacolo – è stato presentato fuori concorso alla 72ͣ Mostra del Cinema di Venezia dove ha ricevuto numerosi riconoscimenti: il Premio Francesco Pasinetti come Miglior Film, il Premio Pasinetti a Luca Marinelli come Miglior Attore, il Premio FEDIC, il Premio Gillo Pontecorvo – Arcobaleno Latino, il Premio Schermidi qualità – Carlo Mazzacurati, il Premio Assomusica “Ho visto una canzone” per il brano “A cuor leggero” di Riccardo Sinigallia, il Premio di Critica Sociale “Sorriso diverso Venezia 2015” come Miglior Film Italiano, il Premio Nuovolmaie Talent Award ad Alessandro Borghi come Miglior Attore italiano esordiente.

 

Written by Irene Gianeselli

 

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