“La banda degli amanti – il ritorno dell’Alligatore” di Massimo Carlotto a Levico Terme: realtà e finzione

“La banda degli amanti – il ritorno dell’Alligatore” di Massimo Carlotto a Levico Terme: realtà e finzione

Ago 27, 2015

«L’estate aveva tradito ogni aspettativa. Aveva deciso di essere dispettosa, a tratti insopportabile, costringendo gli esperti a frugare nel passato alla ricerca di una stagione altrettanto bagnata e ventosa. Quel tardo pomeriggio le nubi coprivano il cielo ma non sarebbe piovuto. Il ragazzo che sedeva alle mie spalle ne era certo e i dubbi petulanti della fidanzata stavano erodendo come un fiume in piena gli argini della sua pazienza.» Massimo Carlotto, “La banda degli amanti”, Edizioni e/o, 2015

La banda degli amanti

Il 23 agosto scorso Massimo Carlotto, il maestro del Noir, ha presentato a Levico Terme (TN) “La banda degli amanti edito da Edizioni e/o. Promotori dell’incontro – a cura della levicense «La Piccola Libreria» per opera della sua proprietaria Lisa Orlandi che con passione ed entusiasmo anima una attiva ed efficace realtà culturale del territorio – il Comune di Levico Terme, il Consorzio Levico Terme in Centro, la Cassa Rurale di Levico Terme e l’Azienda per il Turismo Valsugana e Lagorai. Heman Zed ha letto per il pubblico il Prologo de “La banda degli amanti” e un brano da “La via del Pepe”, Luca Giudici ha moderato la presentazione, impreziosita dalla musica dei Rico Blues Combo – già protagonisti, tra gli altri, della tre giorni del Blues Festival che la cittadina trentina ha ospitato dal 21 al 23 agosto -.

Massimo Carlotto, scrittore “per caso” – ma forse si potrebbe dire “per necessità” – ed autore di un genere, il noir, “per scelta”, ha precisato, già in apertura della presentazione, la volontà di raccontare la realtà e la verità italiana attraverso questa specifica forma romanzo. «Arrivo dall’esperienza sud americana, ho vissuto la sconfitta di una generazione ed il  passaggio dalla dittatura alla democrazia. Molti scrittori hanno scelto di continuare a ragionare sul reale attraverso il noir o il romanzo poliziesco. Il noir, di fatto, è una scusa. Una scusa per raccontare la realtà sociale, politica, economica e storica che circonda gli avvenimenti narrati nel romanzo» ha spiegato ad un pubblico particolarmente attento.

Massimo Carlotto

«Dopo l’esperienza de “Il Fuggiasco”ha continuatoho capito che scrivere poteva essere una occasione per continuare ad occuparmi di questo Paese. Il noir è una letteratura morale, politica. Naturalmente quando si scrive si rispettano delle regole, il lettore deve anche divertirsi, trovare un piacere letterario, ma quello che più conta sostenere è il problema dei contenuti. Quando ho cominciato a scrivere io, finiva la parabola del giornalismo d’inchiesta, difatti da allora abbiamo sempre lavorato sulla memoria della criminalità. Oggi non si fanno più inchieste giornalistiche, è sempre una notizia che si dà e che racconta un qualcosa che è già accaduto: il blitz, il processo, le manette che scattano e tutto il resto è già memoria di un processo criminale, ma è una realtà immediata, di fatti immediatamente osservabili». Massimo Carlotto, ricordando la collaborazione con autori come Jean Claude Izzo, ha poi ribadito che la scelta del noir è stata dettata dal desiderio di guardare attraverso la lente di ingrandimento del crimine per capire e interpretare alcune trasformazioni del nostro Paese.

Non è mancato il riferimento a fatti di cronaca recente per spiegare con ancora più immediata incisività la relazione fra realtà e finzione letteraria all’interno dei suoi romanzi. «Noi scrittori non abbiamo il problema della querela per diffamazione – arma con cui è stato zittito il giornalismo d’inchiesta – noi autori, mi riferisco al mio circuito, possiamo mescolare realtà e finzione ed ogni romanzo ha sempre alla base una inchiesta: nomi reali, fatti realmente accaduti. Per esempio: se intendessi raccontare delle sofisticazioni alimentari in questo Paese non potrei che scrivere un romanzo, soprattutto perché in questo Paese i giornali non pubblicano recensioni su saggi, e non le pubblicano per non rischiare che le grandi compagnie ritirino la pubblicità». Emerge perciò fondamentale, dalla riflessione di Carlotto, il rapporto con il giornalismo di inchiesta, quello con gli altri autori assieme a cui collabora e con il pubblico. «Mi piace contaminare la scrittura con altri autori, mettere insieme capacità diverse. Non collaboro soltanto con persone che scrivono, ma che si occupano di altro, giornalisti, sceneggiatori; è interessante mettere insieme punti di vista differenti. Per un romanzo occupo generalmente due anni, il primo per raccogliere i dati, il secondo per scegliere e scrivere la storia: verità e finzione devono avere un equilibrio ben preciso anche perché i lettori sono diventati dei “richiedenti di storie”. In questo tipo di romanzo c’è una verità che non verrà mai raccontata né sui giornali né in televisione, per questo ragione i lettori ultimamente chiedono di scrivere determinate cose. “La banda degli amanti”, infatti, nasce da una storia che mi è stata raccontata da una signora svizzera e che io ho poi romanzato. Ormai è evidente che il romanzo ha assunto un’altra valenza. I lettori chiedono che sia estremamente evidente la parte reale e non quella letteraria. I lettori vogliono sapere».

Massimo Carlotto

Massimo Carlotto ha poi presentato alcuni dei suoi personaggi e ha spiegato la necessità di lavorare essenzialmente sui contenuti e sulle storie. «Non sono interessato ad una serialità, non mi interessa un personaggio che ricopra un ruolo istituzionale, perché non mi interessa la verità istituzionale, ma quello che sta intorno, sopra, sotto. Per questo ho creato il personaggio di Marco Buratti uscito di galera dopo sette anni che, ossessionato dalla verità, si è messo a servizio degli avvocati per fare da ponte tra il mondo della criminalità e quello della legalità.  Per raccontare il punto di vista della mia generazione ci sono i due amici di Marco Buratti, Max la Memoria e Beniamino Rossini (quest’ultimo realmente esistito), una leggenda del mondo del contrabbando che è appartenuto ad una criminalità molto diversa da quella odierna e serve per raccontare il momento di passaggio nella rivoluzione epocale del mondo criminale. Poi c’è Giorgio Pellegrini, il cattivo in assoluto. Ho sempre cercato di fare capire che adesso esiste una criminalità diversa: dopo la caduta del muro di Berlino c’è stato un cambiamento epocale nel mondo criminale, il dramma del nostro Paese è che in molti non hanno capito il passaggio, non si è compreso fino in fondo che nei confronti della criminalità moderna non si può avere alcuna concessione romantica, nemmeno in un romanzo. Se la criminalità di oggi fa affari con il traffico dei rifiuti e delle scorie nocive, è evidente che non è interessata assolutamente alla salute della comunità. Sono pericolosi, e in senso assoluto, per la nostra società

Un altro personaggio fondamentale è quello di Giulio Campagna. «Giulio Campagna è ispettore della questura di Padova, ma in “Cocaina” che ho scritto con Carofiglio e De Cataldo era all’antidroga. È un disilluso perché ha compreso che oggi arginare fenomeni criminali è molto più complesso di un tempo. A Roma, quando con Marco Videtta lavoravamo a “Le vendicatrici” che raccontano di quattro livelli differenti della criminalità romana – un anticipo di “Mafia Capitale” molto preciso – abbiamo incontrato istituzioni che ci hanno raccontato che oggi hanno difficoltà a perseguire tutti i reati. Devono costruire una strategia per colpire veramente il crimine. Giulio Campagna, questo ispettore disilluso, mi aiuta molto a raccontare questo punto di vista».

Massimo Carlotto

Altro momento intenso nel lavoro di Carlotto è stato quello della stesura de “Le irregolari. Buenos Aires horror tour” attraverso il quale ha potuto incontrare Estela Carlotto, parente di un ramo della famiglia dimenticato e presidentessa delle Nonne di Plaza de Mayo, donne che non si sono arrese alla scomparsa dei loro familiari ed hanno continuato a cercarne i corpi e a lottare per tenerne viva la memoria per non lasciare che i nomi ed i volti diventassero soltanto numeri di un elenco lunghissimo. Proprio durante questa inchiesta, Massimo ha potuto ritrovare il nipote di Estela Carlotto, figlio della sua giovane Laura che venne assassinata dopo avere partorito in un campo di concentramento clandestino.

Dare dignità a donne e uomini che rischiamo di diventare soltanto nomi o, peggio, numeri è anche l’intento de “La via del pepe. Finta favola africana per europei benpensanti” che è diventato anche uno spettacolo teatrale. «Ho raccolto per lungo tempo materiale per scrivere un romanzo sui migranti, ho raccolto le storie di queste persone che viaggiano dall’Africa più profonda e che poi in Libia si fermano a lavorare nelle discariche di spazzatura elettronica per raccogliere soldi. Sono storie tremende di persone che annegano a largo di Lampedusa e non sono nemmeno considerati: non conosciamo i loro nomi e quindi non rientrano nella statistica. Sono persone che fuggono, scappano da quello che duecento anni di dominazione europea in Africa ha prodotto, ci sono poi anche gli ecoprofughi. Mi sono reso conto che in questo momento e in questo Paese un romanzo del genere non sarebbe stato interessante per nessuno. È un falso problema quello dei migranti: tutti ne parlano, ma in realtà è un problema legato al rifiuto. L’Africa in Italia è scomparsa culturalmente, nessuno ripropone film o romanzi di autori africani. Ho pensato che la fiaba potesse essere efficace per la sua dirompenza. In questa storia non c’è nulla di africano, sono mescolati insieme tutti i luoghi comuni che noi europei abbiamo sugli africani. Di vero c’è che Lampedusa adesso è un luogo di morte e sofferenza, ma Lampedusa un tempo era una zona franca. Una volta quando c’era lo scontro tra Cristianesimo ed Islam era un luogo dove gli schiavi fuggiaschi erano protetti, i cannoni tacevano, cristiani e musulmani dividevano i luoghi di culto. Oggi Lampedusa è luogo di rifugio, ma in condizioni terribili e tremendamente dolorose».

E la scrittura di Carlotto continua a farci riflettere, dal fascino cupo del noir alla potenza evocatrice della fiaba. Fiaba per adulti che della fiaba rispetta le funzioni, ma la cui destinazione è tutt’altro che infantile.

 

Written and Photo by Irene Gianeselli

 

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