“Il petalo cremisi e il bianco” di Michel Faber: la spirale discendente delle vanità umane

“Il petalo cremisi e il bianco” di Michel Faber: la spirale discendente delle vanità umane

Ago 6, 2015

Il petalo cremisi e il bianco (Einaudi, 2013) sembra uno di quei libri che o leggi quando sono usciti (nel 2003 in Italia, in questo caso) o non leggi mai più. Quando un romanzo ha un così ampio successo, e di così breve durata, sorge il sospetto che sia inesorabilmente legato al momento in cui è stato scritto.

Il petalo cremisi e il bianco

Temi che, leggendolo, tu senta un disturbante ritardo sui tempi, come guardando un film anni Ottanta senza riuscire a ignorare i capelli esageratamente cotonati e le spalline esageratamente larghe.

Il petalo cremisi e il bianco è invecchiato bene, in questi dodici anni (tredici dall’edizione originale). In un certo senso, è nato vecchio. E non mi riferisco al fatto che a quanto pare Michel Faber ci abbia messo vent’anni – ricerche incluse – a scriverlo, ma al suo essere riuscito a ricreare un’epoca ben più lontana e straniante degli anni Ottanta. Quei vent’anni di ricerche e scrittura gli hanno permesso di sfornare un romanzo ottocentesco credibile, e non solo dal punto di vista nozionistico.

Il petalo cremisi e il bianco avrebbe potuto essere stato un romanzo di denuncia sociale scritto nell’Ottocento, da certi punti di vista. Da altri, quelli forse più interessanti, è completamente contemporaneo.

La storia è un classico, una trama che riassunta è di una banalità nauseante.

Sugar, puttana che fa impazzire gli uomini, diventa l’amante del ricco William, industriale che è sposato con Agnes, che incarna un rispettabilissimo e un po’ frigido emblema della castigata eleganza dell’epoca – il tutto in un romanzo che critica l’ingiustizia della classista Londra vittoriana.

Faber non sembra volersi far mancare un solo cliché. Ma, se non li usasse, non potrebbe “aggiornarli” – che è quello che Il petalo cremisi e il bianco fa, “riformulando” il canonico romanzo ottocentesco di denuncia sociale.

Sugar è sì una misera puttana, ma esula dalla dicotomia “santa o puttana” dell’Ottocento. Non è, ossia, una santa nel corpo di una ragazza nata povera e quindi costretta a darsi alla strada sbagliata. Non è, come troppe eroine (e non solo dell’Ottocento), una vittima che si trasforma per inerzia in un altrettanto ineluttabile tentatrice, che altro non attende che un narratore pronto a salvarla e così redimerla o castigarla prima di farla uscire di scena.

Né lei né gli altri personaggi sono dipinti con il tono paternalistico dell’ottocentesco narratore onnisciente. Dava l’illusione di osservare tutto dall’alto, l’ottocentesco vate, ma troppo spesso trapelava l’autore, che nella maggior parte dei casi era un WASP ante litteram: bianco, anglosassone, protestante (o cattolico in altri casi). Aggiungeteci “ricco” e “uomo” e avrete le prerogative comunemente necessarie, nell’Ottocento europeo, per poter essere parte di quella risicata élite che aveva il potere di influenzare la cultura tramite la narrativa. Il vate ottocentesco medio era insomma più vicino – molto più vicino, in una società più classista e sessista dell’attuale – al William che alla Sugar o alla Agnes del romanzo, con tutto ciò che ne consegue per la parzialità del narratore.

Michel Faber

Faber, nato nel 1960, può dare al formato del romanzo ottocentesco una cosa che l’originale non poteva permettersi: una maggiore equidistanza dai punti di vista che narra. Il romanzo, scritto in terza persona (benché l’incipit, e altre parti, siano in seconda persona, usata per invogliare chi legge a seguire il narratore nei meandri della ricostruzione della Londra narrata), segue i punti di vista dei personaggi di cui racconta la/le storia/e. Un po’ lo fa avvalendosi della prosa – che rimane comunque “ad alta leggibilità”, solo qui e lì deformata dal modo di parlare e pensare dei personaggi – ma soprattutto lo fa riportando i pensieri, i desideri e le preoccupazioni di tre esseri umani così diversi l’uno dall’altro, così separati dal ceto e dal gender, da costituire mondi a sé.

Sugar, nata povera da una madre dalla mentalità proletaria che è intenzionata a farsi mantenere dalla prole, diventa puttana prima di poter capire chi o cosa voglia essere nel mondo – che comunque le offrirebbe un numero limitato di opzioni. Lungi dall’arrendersi a una vita dai limitati orizzonti, si rivolge alla cultura – quella canonica della società che la relega a quel ruolo e con quel giudizio – come mezzo di risalita sociale. Vi affianca una cultura opposta: quella che deriva dall’aver conosciuto centinaia e centinaia di uomini a pantaloni calati. Non vuole “emanciparsi” per salvarsi dalla vita di peccati che conduce, ma neanche arrendersi al fatto che sarà per sempre una cittadina di terza classe. Forte della propria gioventù, lotta più come un eroe che come un’eroina ottocentesca: con spirito imprenditoriale, sa eccellere tanto nei talenti richiesti dalla sua vita da miserabile che in quelli richiesti per condurre un’azienda di prodotti da toeletta – quella di William.

William è un WASP ante litteram con riluttanza e inconsapevole di esserlo – o, perlomeno, inconsapevole dei privilegi che tale posizione gli assicura, finché non cozza contro la dura realtà: se non smette i panni del dandy, il padre gli taglierà sempre più le finanze, e adieu cappelli su misura e galanti serate a teatro. William, come Sugar, non ha scelto di nascere in quel corpo e in quella vita e perciò la rifiuta, ma al contempo ne dipende. Sarà la volontà di avere Sugar tutta per sé, e non la morale industriale di famiglia, a fargli prendere in mano le redini dell’azienda. Ma tutto ha un prezzo.

Ha un prezzo il voler vivere nella società rispettata con cui si fanno affari così come lo ha l’essere la concubina di un ricco imprenditore. L’ascesa di William è l’ascesa di Sugar, e così Sugar dipende sempre più da lui mentre lui dipende sempre più dall’aderenza a quella facciata di rispettabilità con ferree regole imposta dalla Londra vittoriana. Cambieranno entrambi, inevitabilmente, correndo con sempre più foga verso le dure pareti delle gabbie dorate in cui vivono.

Agnes, la moglie di William, in quella gabbia dorata è nata. Agnes, più che una persona, è una bambola di porcellana. È inutile che Sugar scavi nel suo passato alla ricerca di un qualcosa – un barlume, una briciola, una sbavatura – in cui riconoscersi, in cui trovare il minimo comune denominatore che unisce tutti gli esseri umani: anche nella sua più serrata intimità, Agnes è ciò che ci si aspetta che lei sia. E lei – la vera lei, si direbbe oggi – dov’è? Dov’è l’Agnes che, in segreto, contravviene alle regole e si sfoga, indulge nell’illecito e nel non rispettabile? Non si trova, e forse non c’è. Forse la vera Agnes è proprio l’Agnes che gli altri si aspettano, con ammirazione e invidia. Il prezzo da pagare è un’instabilità mentale che rende il perfetto quadretto della bambola nella sala imbandita uno sketch tragicomico: la malattia deturpa l’immagine di Agnes con l’ineleganza di una scimmia che caghi su un abito da sposa. Ed è proprio lei, forse, il personaggio riuscito meglio a Faber: il più apparentemente distante da noi, per il “cosa” e il “come” che le regolamentano la vita; il più vicino, per l’illusione di essere nel profondo ciò che il mondo ci ha dipinto addosso. E forse non è un’illusione, ma un’identità tanto certa quanto fragile.

Il petalo cremisi e il bianco è un romanzo ottocentesco concepito a un secolo di distanza. Leggerlo causa a tratti l’effetto straniante di fissare un corpo con malformazioni, o deturpato da cicatrici: vi si riconosce familiarità con il nostro, ma dal centro di quella familiarità sbuca senza pudore la minaccia del mostro che potremmo – in un altro “dove”, in un altro “quando” – essere.

 

Written by Serena Bertogliatti

 

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