Intervista di Irene Gianeselli all’attore Dario Iubatti: la gioia di fare Teatro

Intervista di Irene Gianeselli all’attore Dario Iubatti: la gioia di fare Teatro

Ago 3, 2015

«Se tu attore ascolti, e conosci la parte, dopo aver ascoltato farai in modo che la tua battuta nasca da sé, in quel momento. Naturalmente per ottenere questo occorre un grande training. Occorre abbandonarsi e abbandonare la paura. E rischiare. Anche di non essere un attore» Carlo Cecchi

Dario Iubatti

Dario Iubatti è un attore di teatro. Nasce nel 1986 ad Ortona (CH), si diploma a Roma presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” dove studia con Luca Ronconi, Michele Placido, Eimuntas Nekrosius, Valerio Binasco, Lorenzo Salveti, Massimiliano Farau.

Tra il 2008  ed il 2010 partecipa ed è protagonista di diversi spettacoli tra cui “L’Illusion Comique” di Pierre Corneille per la regia di Luca Bargagna con la supervisione di Walter Pagliaro andato in scena al “Festival dei Due Mondi” di Spoleto e al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma;  “L’impresario delle canarie” di Pietro Metastasio per la regia di Lorenzo Salveti in scena per la Biennale di Venezia;  “La foresta” di A. Ostrovskij, per la regia di Nikolaj Karpov in scena al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma. Adatta e dirige “La cena dei cretini” di F. Veber che va in scena al Teatro dell’Orologio di Roma.

Fondamentale è l’incontro con Carlo Cecchi che nel 2010 lo dirige in “Sogno di una notte d’ estate” di William Shakespeare e nel 2012 in “Sik-Sik, l’artefice magico” di Eduardo De Filippo. Nel 2013, sempre al fianco di Carlo Cecchi, ritroviamo Dario Iubatti ne “La serata a Colono” di Elsa Morante per la regia di Mario Martone.

Dario Iubatti racconta ai lettori di Oubliette Magazine il suo percorso di attore sempre pronto a rischiare – anche di non essere attore – nel nome della passione e della gioia di fare teatro. Racconta come si è avvicinato, sempre sotto la guida di Carlo Cecchi ed in entrambi gli allestimenti, al personaggio di Feste de “La dodicesima notte” di William Shakespeare che tornerà nei teatri d’Italia nella prossima stagione. Racconta dell’esperienza  – che si è conclusa lo scorso 27 luglio a Castelbasso (TE) – de l'”Histoire du Soldat” di Ramuz – Stravinskij per la regia di Giorgio Barberio Corsetti.

 

I.G.: Ti ringrazio per la disponibilità. Ci racconti il tuo percorso? Perché hai scelto di diventare un attore?

Dario Iubatti

Dario Iubatti: In realtà non ho mai “scelto” di diventare un attore, o comunque non parlerei di scelta. Cerco di spiegarmi: ho abbandonato l’Università per frequentare l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” e quella, forse, è stata l’ultima “scelta” fatta sul serio. Dopo l’Accademia ho incontrato delle persone che mi hanno fatto amare questo mestiere, che mi hanno scelto ed hanno apprezzato il mio lavoro, ma sono in questo mondo da troppo poco tempo, non ho una vera e propria continuità, non so se resisterò e potrò continuare a farlo. Non so nemmeno se desidero fare solamente l’attore o anche altro. Quindi la domanda giusta sarebbe: «Perché ogni giorno scegli di fare l’attore?» a cui risponderei: «Ma perché al giorno d’oggi c’è qualcuno che trova lavoro facilmente? Tanto vale svegliarsi e fare qualcosa che mi piace…». Dell’ Accademia ho ricordi speciali; ho potuto divertirmi con Woody Allen: “Io e Annie”, per esempio, è una scena per il corso di recitazione cinematografica condotto da Michele Placido. Poi su Woody Allen sono tornato con “Provaci ancora Sam”, uno spettacolo di cui ho curato anche la regia che era nato per un Festival e poi è stato ripreso per alcune repliche: in entrambi i casi mi sono molto divertito perché adoro la claustrofobica ironia di Woody Allen. Diciamo che faccio parte di quelli a cui non sta antipatico. È stata una soddisfazione vedere il pubblico che si divertiva o sentire Placido e gli altri ridere mentre io e la mia compagna di scena recitavamo. Addirittura nei giorni scorsi, durante le prove de l'”Histoire du soldat”, uno dei ragazzi che si occupava dei video mi ha chiesto se avessi fatto proprio io “Provaci ancora Sam”perché, durante quel Festival, lui si occupava delle foto di scena e gli era piaciuto moltissimo. In Accademia ho avuto anche l’opportunità di incontrare Luca Ronconi. In realtà io non sono stato mai diretto in uno spettacolo da Luca Ronconi, ma ho partecipato ad un corso che poi, dopo vari anni, ha portato alla messa in scena di “In cerca d’autore”. Non ho però preso parte allo spettacolo perché ero impegnato con Carlo Cecchi. Di quei giorni ricordo la dedizione al lavoro di Ronconi, la minuziosa analisi testuale e la sua grande passione per ogni singolo istante passato a provare o semplicemente a parlare di teatro, e la sua immensa biblioteca che era a disposizione di tutti. Una volta finita l’Accademia mi sono trovato, fortunatamente, a dovere scegliere: mi avevano preso sia Valerio Binasco che Carlo Cecchi. Su consiglio dello stesso Binasco scelsi Cecchi e da lì cominciò una meravigliosa avventura che dura ormai da più di cinque anni. Carlo mi ha insegnato davvero tutto. È un attore straordinario, un grande regista e un pedagogo ineguagliabile. Qualsiasi cosa lui faccia o dica bisogna stare attentissimi, perché è il pane quotidiano per un attore. Si può imparare sempre da lui, non importa che si provi, che si stia in scena o che si stia semplicemente guardando da spettatore un suo spettacolo. Ricordo ancora il provino per il “Sogno di una notte d’estate” a casa sua, d’estate, con un condizionatore impostato al minimo ed io che non avevo il coraggio di dire che sentivo freddo. Iniziarono le prove e lui mi dava i consigli giusti per riuscire a fare al meglio il mio ruolo. Quando debuttammo a Urbino tremavo, volevo andar via perché avevo paura di non sapere fare nulla. Ma quando sentii il pubblico ridere e vidi Carlo che si nascondeva dietro un altro attore perché non riusciva a trattenersi, fui davvero felice. Poi arrivò “Sik-Sik, l’artefice magico” dove per la prima volta mi confrontavo con attori professionisti e bravissimi, del calibro di  Tommaso Ragno e Angelica Ippolito – oltre che lo stesso Carlo – che già avevano interpretato diverse volte quel testo – Angelica Ippolito addirittura lo aveva messo in scena anche con lo stesso Eduardo De Filippo -. Avevamo pochissime prove a disposizione e Carlo si concentrò esclusivamente su di me. In quell’occasione, dopo la prima, Carlo venne a farmi i complimenti in camerino. Carlo Cecchi è un maestro e quando un maestro apprezza il tuo lavoro significa che forse stai facendo la cosa giusta.

 

I.G.: «Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti. È lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui» così scrive Copeau. Credi che in un mondo sempre più pieno di tutto, come di niente, sia ancora percepibile e distinguibile il senso della “privazione” e quindi la necessità del teatro nelle giovani generazioni?

Dario Iubatti

Dario Iubatti: Credo che quando Copeau scrisse quelle parole i pieni erano ben distinguibili dai vuoti, le ferite erano davvero ferite, ma soprattutto c’erano tante persone che avevano bisogno e voglia di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro aveva da dirgli. Oggi? Oggi potremmo stare ore a parlare del degrado e di tutto quello che ci circonda, del nulla in cui viviamo, ma credo che la cosa fondamentale sia vedere come nei ragazzi non ci siano delle vere ferite o dei vuoti da colmare. Ed anche ammesso che ce ne siano, sono talmente distratti dall’era digitale che hanno dimenticato cosa sia riflettere e pensare. I ragazzi che vanno a teatro molto spesso o vogliono diventare attori o sono costretti dai loro professori. Addirittura alcune volte allievi di prestigiose scuole di recitazione non hanno alcun interesse nel teatro. A questo va aggiunto che talvolta quando si accendono le luci sul palcoscenico, si ritrovano, poveretti, a vedere spettacoli noiosissimi (per usare un eufemismo) e perciò i loro pregiudizi possono solamente trovare conferma. Credo che si tratti di concorso di colpa.

 

I.G.: Come consideri la situazione del teatro italiano di oggi?

Dario Iubatti: Di recente ci sono stati dei cambiamenti nella situazione del teatro italiano, ma purtroppo, essendo pessimista di natura, è inutile dire quale sia la mia opinione. Mi piace però, di tanto in tanto, rivedere un dialogo tra Carmelo Bene e Eduardo de Filippo dove questi due “mostri”, questi due profeti, parlano del teatro in ogni sua forma possibile ed in ogni sua declinazione con riferimento alla situazione attuale. È indifferente se per attuale intendiamo oggi, 2015, o 1982 – quando è stata ripresa quella lezione -. Ripeto parliamo di profeti. In quella circostanza Eduardo invitava i giovani studenti a fare domande. Sinceramente non ricordo quale sia stata la prima domanda che ho fatto una volta entrato in Accademia. È stata un’esperienza talmente nuova e travolgente per uno che come me veniva dalla Facoltà di Ingegneria, che passò, come tutte le cose belle, molto in fretta. Ricordo episodi, aneddoti, immagini, parole o addirittura interi discorsi di alcuni insegnanti, ma la prima domanda proprio no. Se oggi fossero vivi Bene o De Filippo oltre la data delle loro prossime repliche, mi rendo conto che non bisognerebbe chiedere loro nulla, ma solamente star lì ad ascoltare.

 

I.G.: A proposito di Carmelo Bene e di Eduardo: a entrambi Elsa Morante intendeva affidare la sua “Serata a Colono”. Diretto da Mario Martone e al fianco di Carlo Cecchi hai vissuto la messa in scena de “La serata a Colono” del 2013, puoi parlarci di questa esperienza?

Carlo Cecchi e Dario Iubatti

Dario Iubatti: È stata un’esperienza che mi ha fatto vivere sensazioni del tutto opposte. Da un lato c’era la voglia di fare bene con un regista che incontravo per la prima volta, dall’altro la paura di sbagliare in una nuova compagnia dove non conoscevo quasi nessuno; si metteva in scena per la prima volta in assoluto “La serata a Colono”, ma ci si scontrava con un testo molto difficile. Alla fine però, grazie al lavoro dell’intera compagnia, dalla regia di Mario Martone originale e geniale, alle interpretazioni magistrali di Carlo Cecchi e Antonia Truppo, al magnifico lavoro di tutti gli attori e dei tecnici della compagnia siamo riusciti ad ottenere un bellissimo risultato, che ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti. A livello personale sono riuscito ad imparare tantissimo da persone che ogni sera involontariamente e facendomi divertire, fuori e dentro la scena, mi davano lezioni di teatro e di vita.


I.G.: Questo luglio sei stato in scena in Abruzzo con “L’Histoire du Soldat” diretto da Giorgio Barberio Corsetti. Il soldato vive perennemente la nostalgia per il Paese natio, tanto che il suo destino si compirà non appena vi farà ritorno. Cosa significa per te partecipare a queste rappresentazioni nella tua terra?

Dario Iubatti: Ho lavorato quasi esclusivamente con Carlo Cecchi e il Teatro Stabile delle Marche (ora Marche Teatro), quindi questa è stata la prima volta in cui ho lavorato ad un progetto nato e sviluppato interamente in Abruzzo. È stato emozionante rivedere ragazzi che facevano teatro con me al liceo, o alcuni miei insegnanti durante le prove o dopo le repliche che venivano a farmi i complimenti e poi aggiungevano «Ti ricordi di me?».

 

I.G.: “L’Historie du Soldat” conserva nell’impianto sia musicale, sia narrativo una certa genuinità popolare, un folklore ed un respiro cosmopolita. Credi che questa storia sia in linea con la tua idea di teatro?

Histoire du Soldat

Dario Iubatti: L’Histoire è un piccolo gioiello: la musica è straordinaria, sembra quasi casuale, ma ogni volta che si sbaglia qualcosa è evidente come tutto sia pensato nel minimo dettaglio. La storia è ispirata ad alcune favole russe e riesce ad essere universale nonostante la sua semplicità. Se ogni volta il teatro fosse così semplice, innovativo, ma soprattutto vivo forse oggi saremmo tutti più felici di andare a teatro…  quando parlo di “semplicità” intendo quel momento in cui ci si rende conto che qualcosa arriva a tutti, è fruibile, ma soprattutto è viva e chiara. Molto spesso quando facciamo degli spettacoli si divertono anche i bambini e questo ti riempie di gioia perché significa che stai facendo qualcosa di buono. Anche Peter Brook ne “Lo spazio vuoto” parla di “teatro immediato”. Questo è il teatro che amo, che mi piace e spero di essere riuscito a farlo qualche volta e di poterlo fare ancora per tanto tempo, quel teatro dove lo spettacolo non diventa mai autoreferenziale, ma riesce sempre ad emozionare e divertire.

  

I.G.: Cosa puoi raccontarci dello spettacolo?

Dario Iubatti: Nello spettacolo interpreto il narratore che, come il diavolo e il soldato che sono legati al violino, ha un forte rapporto con la musica poiché alcuni versi vengono recitati ritmicamente sulla musica. Dopo le prime difficoltà ad imparare queste parti (è difficilissimo capire dove siano gli attacchi perché, come dicevo prima, la musica non è affatto scontata), abbiamo iniziato a provare ma non seguendo lo schema classico di un narratore completamente avulso dalla scena, quanto piuttosto di un personaggio vero e proprio che ogni tanto racconta, ogni tanto entra ed interviene nella storia e questo mi ha dato la possibilità di divertirmi molto di più. Era la prima volta che lavoravo con Giorgio Barberio Corsetti, ed ero molto preoccupato, ma mi sono trovato subito in sintonia con lui e spero di essere riuscito ad essere fedele alle sue idee: grazie alla sua profonda sensibilità è riuscito a restituire la bellezza di questa storia, la sua semplicità e la sua delicatezza. Il tutto insieme ad un’orchestra straordinaria, un impianto scenografico costruito con video stupendi e dei costumi molto funzionali.

 

I.G.: Ne “La dodicesima notte” diretta da Carlo Cecchi interpreti il ruolo topico del buffone e sei assistente alla regia. Cosa significa per te questa esperienza?

Barbara Ronchi - Carlo Cecchi - Dario Iubatti

Dario Iubatti: È stata un’esperienza molto importante. Come ho già detto, appena uscito dall’Accademia ho subito iniziato a lavorare con Carlo Cecchi e quindi ho fatto diversi spettacoli con lui. Mi ha insegnato praticamente tutto e se so fare qualcosa lo devo a lui. Per quest’ultimo progetto mi ha proposto di fare anche l’assistente alla regia oltre che l’attore ed all’inizio, seguendo il canovaccio della mia vita, ero preoccupatissimo e in ansia. Carlo è molto esigente come regista, e in più fare l’assistente ti porta ad avere una serie di altre problematiche che non mi ero mai posto. Ma, come sempre, devo ringraziarlo perché mi ha fatto crescere, mi ha insegnato altri aspetti tecnici che non conoscevo e che spero potranno essermi utili nel futuro, mi ha dato la possibilità di fare un personaggio fantastico aiutandomi nel trovare la strada giusta, anche dicendomi solo poche cose, e non vedo l’ora di riprenderlo. Feste è un personaggio complicatissimo. È intelligentissimo, sagace, osservatore, ironico e crea diagnosi istantanee per ogni personaggio con il quale entra in rapporto. È l’unico sano di mente in un mondo dove ognuno soffre di vari tipi di follia. Come lui stesso dice a Viola travestita da Cesareo «La follia è come il sole va in giro per il mondo e splende ovunque» . Come sempre, e a maggior ragione per questo personaggio, ho seguito le indicazioni di Carlo cercando di farle mie, e poiché il teatro di Cecchi si fonda sul “qui ed ora”, Feste è cambiato nel corso della tournée arrivando ad essere molto più distaccato e annoiato dal suo mestiere e dal mondo, quasi beckettiano. Quel dialogo fra Viola/Cesareo e Feste penso sia l’emblema del disordine teatrale: una ragazza travestita da uomo fa il messaggero d’amore per il suo padrone di cui è innamorata e, come spesso accadeva, cerca conforto nel buffone che con la sua lungimiranza le (o gli) fa capire che il vero buffone è lei (lui). Più disordine di così… Ne “La dodicesima notte” un altro aspetto interessante è il rapporto con la musica, che è un rapporto fondamentale perché la commedia si apre con la battuta di Orsino «Se la musica il cibo dell’amore ne voglio ancora da farne indigestione» e si chiude con la canzone di Feste. Le canzoni del buffone sono parte della storia, la fanno procedere, modificano gli stati d’animo dei personaggi, come accade con Orsino, o con Maria che decide di beffare Malvolio dopo che ha interrotto i canti di Feste, Sir Andrew e Sir Toby. Le musiche sono importantissime e Nicola Piovani è riuscito a creare delle melodie straordinarie, in perfetta sintonia con lo spettacolo, un vero valore aggiunto. Avere studiato un po’ la musica mi aiuta molto, perché la recitazione è musica e puoi trovare molte sfumature in più se la conosci. Conoscevo già Nicola Piovani perché aveva composto le musiche per il “Sogno di una notte d’estate” e “La serata a Colono” ed è sempre un piacere lavorare con la sua musica. 

 

I.G.: Quali sono i tuoi progetti futuri?

Dario Iubatti: Ho appena finito l'”Histoire du Soldat”. L’anno prossimo ci sarà la ripresa de “La dodicesima notte“. Nel frattempo si vedrà.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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