“Le molliche del commissario” di Carlo F. De Filippis: dove c’è un colpevole c’è sempre una traccia

“Le molliche del commissario” di Carlo F. De Filippis: dove c’è un colpevole c’è sempre una traccia

Lug 31, 2015

“Don Riccardo concentrò lo sguardo su un punto; avrebbe giurato di aver visto un movimento. Spaziò verso destra quando un refolo di vento, quasi una brezza, gli sfiorò i capelli e l’urto andò ad infrangersi sul polso, proseguì sulla fronte per passare infine sul cranio come un aratro. Fu una sorpresa enorme, maggiore del dolore che, per il momento, tardava a manifestarsi. Un grande spavento. Solo un grande spavento”.

Le molliche del commissario

Avrei voluto essere un’appassionata dei gialli di Simenon, per capire più a fondo i parallelismi che Carlo F. De Filippis fa nel suo romanzo d’esordio “Le molliche del commissario” (Giunti Editore, 2015). In particolare, egli cita “I fantasmi del cappellaio” di Georges Simenon fra i gusti di lettura di uno dei protagonisti,  e chiave di volta per interpretare l’intricato mistero.

L’autore ha previsto una serie che abbia come protagonista Salvatore Vivacqua – Totò solo per pochi intimi -, siciliano cinquantenne, trapiantato da anni a Torino, commissario della Squadra omicidi. E appunto, “Le molliche del commissario” è proprio la prima indagine di Vivacqua, questo “Pollicino” cresciuto e dalla “stazza quadrata” che continua a ripetere, come fosse un mantra: “In ogni indagine c’è sempre una mollica, anche piccola, basta avere occhi per trovarla”. Perché un assassino si è sempre lasciato alle spalle una traccia. È così che funziona.

Che io ricordi, mai nessuno ha ragionato tanto ad alta voce come questo commissario, nemmeno Ellery Queen. Grande osservatore e stacanovista come pochi, Vivacqua  rimugina, mette insieme i pensieri, scompone i pezzi dell’indagine, poi li compone nuovamente; sempre consultandosi con il suo vice Santandrea – detto Giraffone –, arrivando persino, da buon siciliano, a scrivere gli indizi degli omicidi su una serie di tanti “pizzini”, che dovrebbero aiutarlo a vedere quel particolare indispensabile per inchiodare l’assassino.

Vivacqua viene chiamato alla chiesa della Santissima Trinità di Torino, perché vicino al confessionale è stato trovato il cadavere di un prete anziano, don Riccardo, con il viso sfigurato e una mano quasi staccata. Nell’ambiente ecclesiastico vorrebbero fargli credere che sia opera di un folle: solo un pazzo avrebbe potuto massacrare a quel modo un servo di Dio, per giunta così in là con gli anni. Ma dopo una serie di interrogatori, il commissario comprende che quell’omicidio è solo il tassello di un mosaico ben più complesso. Il suo vice, infatti, è alle prese con un secondo caso di omicidio, che sembrerebbe il risultato di un gioco erotico finito male.

La settimana che attende Salvatore Vivacqua non sarà delle più facili, perché, oltre agli omicidi,  egli dovrà fare un’incursione negli abissi dell’animo umano, entrando in contatto con un giro di malavitosi, legato a traffici di droga, che metterà in ginocchio la sua squadra; e con ingiustizie inflitte a persone che riguardano la sua cerchia di affetti.

Carlo F. De Filippis

Tutto quello che in apparenza appare scollegato, a mano a mano che si procede nella lettura, trova una sua giustificazione. Fino al rush finale, ovvero a quel “balzo” che porterà alla cattura dell’assassino.

Numerosi sono i colpi di scena, e ingegnosi gli espedienti creati. Questo romanzo mi è piaciuto molto, perché finalmente ci troviamo davanti ad un commissario “normale”, che non fa nulla per apparire figo ai nostri occhi. Non seduce nessuno, né imbastisce storie con nessuno – in questo ricorda il tenente Colombo.

Sposato con Assunta, la regina della polpetta al sugo, Vivacqua ha il senso dell’umorismo e fa battute divertenti, ma l’autore ha creato anche altri personaggi nella squadra interessanti e competenti. Rinunciando al cliché “sono bravo solo io, perché sono il capo”, l’autore ha dato origine ad una storia che, se ci pensiamo, appare assurda e paradossale, ma invece potrebbe proprio essere una di quelle tragedie agghiaccianti a cui ci hanno abituato i telegiornali.

Nelle scene di lotta, oppure nelle sparatorie, l’autore mette tutto lo stupore di chi le sta vivendo. “Chi ha sparato a chi?”, viene da chiedersi, a volte. Sono scene confuse e “raffazzonate”, esattamente come dovrebbe essere nella realtà. Perché chi riceve un proiettile o una coltellata, non riesce a narrare tutto in maniera coerente e distaccata. E così fa De Filippis.

C’è molta umanità in questa storia. Nessuno è un eroe e tutti lo sono, a modo loro.

Davvero un buon romanzo, che gli appassionati del genere non possono permettersi di perdere.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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