Intervista di Amani Sadat all’attore teatrale Antonio Fava: la maschera comica nella Commedia dell’Arte

Intervista di Amani Sadat all’attore teatrale Antonio Fava: la maschera comica nella Commedia dell’Arte

Lug 26, 2015

Antonio Fava è un attore teatrale, maestro di commedia dell’arte, quel genere di spettacolo che continua a esistere, funzionare e suggerire idee in tutto il mondo.

Antonio Fava

È anche uno scrittore e autore che dirige la Scuola Internazionale dell’Attore Comico (SIAC) a Reggio Emilia e realizza per la sua scuola maschere in cuoio in uso presso la sua scuola e nei suoi spettacoli, che poi espone in importanti musei e istituzioni culturali. Fava, inoltre, insegna Commedia dell’Arte in istituti, università e accademie d’arte drammatica in tutto il mondo.

Ha scritto due libri: “La Maschera Comica nella Commedia dell’Arte” e “Vita morte e resurrezione di Pulcinella” e il terzo è in uscita.

Antonio Fava è stato molto disponibile nel voler raccontarci qualcosa della sua vita e della sua attività artistica. Buona lettura!

 

A.S.: Com’è nata e come si è sviluppata la sua passione per la commedia dell’arte?

Antonio Fava: La mia passione per la commedia dell’arte nasce per motivi diversi; da una parte diciamo mi è stata trasmessa in famiglia. Sono nato e cresciuto in Calabria, mio padre sistematicamente faceva delle pulcinellate. Queste pulcinellate non erano esattamente teatro ma feste popolari dove mio padre aveva un posto di intrattenitore attraverso la maschera di pulcinella. Qualcosa che oggi non c’è più. Mio padre non era un vero e proprio attore ma piuttosto una sorta di specialista in eventi tradizionalmente popolari. Ogni qualvolta vi erano feste in paese veniva chiamato per fare spettacoli d’improvvisazione con pulcinella come protagonista. Ma la mia passione nasce anche dal viaggio, avevo cominciato a viaggiare prestissimo fin da giovane. Questi viaggi per me sono stati stimolanti soprattutto in maniera “problematica”. Vedere fare una commedia d’arte diversa in Europa rispetto a quella che avevo visto crescendo mi ha spronato a cominciare a studiarla. Erano gli anni ’70. Per questo non sono solo un attore ma anche uno studioso.

 

A.S.: Quali sono stati i suoi inizi professionali?

Antonio Fava

Antonio Fava: Ho iniziato a lavorare prestissimo e a girare l’Italia. Per un breve periodo ho lavorato anche con la compagnia di Dario Fo, poi alla fine degli anni ’80 ho cominciato la mia carriera creativa e organizzativa indipendente come attore, regista e autore autonomo.

 

A.S.: Lei ha una sua associazione che è anche la sua compagnia teatrale. Che tipo di associazione è Arsocomica e di cosa vi occupate principalmente?

Antonio Fava: Arscomica non è solo la mia compagnia teatrale ma anche un’entità produttiva che include la produzione di spettacoli, corsi di commedia dell’arte e una parte di editoria. Arscomica, è quella parte dell’attività di spettacolo che si inscrive nella continuità storica col teatro proveniente dal Rinascimento.

 

A.S.: Ha scritto due saggi completi “La Maschera Comica nella Commedia dell’Arte” e “Vita morte e resurrezione di Pulcinella”. Ha scritto altre cose o è in uscita un altro libro o saggio?

Antonio Fava: Appunto attraverso Arscomica ci siamo resi indipendenti come produttori, ho pubblicato come ha già detto due saggi ma mi è capitato anche di essere uno degli autori di saggi internazionali. In questi giorni è in uscita il mio nuovo libro per bambini “le dodici fatiche di pulcinella”. È un racconto dedicato al pubblico dei più piccoli con le bellissime illustrazioni di Valentina Corradini. Nel libro viene raccontata la vita di pulcinella, la maschera per eccellenza della commedia d’arte. Ci immaginiamo pulcinella uscire da un uovo e superare mille difficoltà e fatiche. La sua esistenza viene suddivisa in più capitoli, dalla nascita alla vecchiaia, non si muore mai nella commedia dell’arte.

 

A.S.: Colgo l’occasione per parlare di Pulcinella. Nei suoi spettacoli non può mai mancare e vede neanche nei suoi libri. Che importanza dà lei al personaggio di Pulcinella nonostante nella commedia dell’arte vi siano anche altre maschere.

Antonio Fava: L’importanza di Pulcinella sta nel fatto che rappresenta la maschera che ha tenuto in vita la commedia dell’arte. Nonostante la commedia dell’arte abbia avuto una larga e importante diffusione per due secoli, a fine ‘800 di colpo scompare meno che nel regno di Napoli e in generale nel sud Italia, attraverso le pulcinellate. La maschera e il personaggio di Pulcinella ha in questo modo garantito questa continuità. Anche per questo è il mio personaggio preferito, quello più ricorrente nel mio modo di fare teatro. 

 

A.S.: Sappiamo che nella commedia dell’arte è essenziale non tanto un testo scritto da seguire ma la presenza di un canovaccio cioè una sorta di traccia sulla quale si sviluppava l’improvvisazione teatrale degli attori. che prescinde

Antonio Fava

Antonio Fava: L’uso del canovaccio è un metodo di lavoro. Anche Il canovaccio è una forma di scrittura, gli attori hanno una traccia, fanno prove e improvvisano le scene ma arrivano allo spettacolo preparati, non è una completa improvvisazione, nonostante prescinda dalla redazione di un dialogo da assegnare ai vari personaggi e da mandare a memoria da parte degli interpreti. La differenza è solo appunto nel metodo di scrittura, io stesso scrivo e a volte mi ritrovo a scrivere le tracce generali. Il canovaccio ci dà solo la traccia della storia ma sono i personaggi a metterci del loro. Per questo possiamo definire l’improvvisazione come una forma di scrittura. Chi fa commedia dell’arte deve anche studiare e esercitarsi, non si arriva impreparati. Bisogna studiare oltre la tecnica anche le condizioni sociali e i caratteri dei vari personaggi che si andranno poi ad interpretare. Anche se sono tipi fissi nel senso che sono personaggi con caratteristiche fisse; un costume, un dialetto, l’età e una condizione sociale precisa, l’attore che deve interpretare un determinato personaggio diventa uno specialista del proprio personaggio, perché ogni persona ci mette del suo.

 

A.S.: Cosa ti piace dell’insegnamento? Cosa vorresti trasmettere ai tuoi allievi??

Antonio Fava: Per me insegnare consiste nel far apparire. Nel lavoro far apparire i personaggi. Nella commedia dell’arte i personaggi hanno sì caratteristiche fisse ma gli attori, i miei allievi vanno a sommarsi ad ogni personaggio ed è per questo che ogni personaggio messo in scena è unico… e poi so che se andranno in giro a fare commedia dell’arte la faranno bene.

 

A.S.: La maschera è una prerogativa della commedia dell’arte. In cosa aiuta l’uso della maschera?

Antonio Fava: In una commedia d’arte regolare cioè fatta di tre atti e diverse scene le maschere interpretate sono poche. Quelle obbligatorie sono i due vecchi e il secondo zanni, il servo. Per il personaggio del capitano non è obbligatorio portare la maschera e nemmeno per il primo zanni. Questo dipende dalla scelta degli attori e del regista. La commedia d’arte originaria era fatta solo di servi e serve, che portavano tutti le maschere, e poi piano piano appaiano altri personaggi. La maschera indica sempre un personaggio buffo, goffo o grottesco e quindi è per questo che originariamente tutti portavano la maschera. Poi con l’entrata in scena degli innamorati, scompare questa obbligata usanza. Gli innamorati tutt’oggi si lasciano senza maschera mentre gli altri possono usarla ma non è obbligatorio. Quindi l’uso delle maschere in scena non è obbligatorio ma fa comunque parte della originaria tradizione della commedia dell’arte.

 

A.S.: Cosa si perde senza l’uso della maschera?

Antonio Fava

Antonio Fava: Si perde molto se non la si usa. Si perde l’arcaicità, la tradizione della commedia dell’arte. La commedia dell’arte è nata con la maschera. La maschera è un oggetto che l’attore indossa acquisendo tutte le caratteristiche fisiche e psichiche del personaggio che essa rappresenta. In questo modo l’attore indossa il personaggio e non è il personaggio che indossa una maschera. Con la maschera il gesto sostituisce l’espressività e la mimica facciale. La machera crea un personaggio tipizzato, di definizione di caratteristiche riconoscibili. Tuttavia non è essenziale l’uso della maschera. Io che insegno commedia dell’arte ho visto diversi esempi; c’è chi usa la maschera con disinvoltura e la preferisce ma c’è anche chi con la maschera non sa lavorare perché l’uso della maschera include anche il saper usare e valorizzare meglio altre cose: la gestualità la voce ecc… c’è chi soffre la maschera. Per esempio pochi anni fa in spagna insegnando in un corso di commedia dell’arte, un attrice eccitata che non vedeva l’ora di usare la maschera, appena l’ha messa su è rimasta tutto d’un tratto immobilizzata… ecco per questo dico che non è da tutti. Bisogna trovare la propria armonia. Quindi la maschera come principio estetico ed espressivo non viene mai meno ed è forse l’aspetto più importante della stessa commedia dell’arte ma non è un obbligo imprescindibile.

 

A.S.: La commedia dell’arte porta un messaggio?

Antonio Fava: La commedia dell’arte non è una cosa banale. Fa parte di una tradizione millenaria italiana. Il meccanismo che muove la commedia dell’arte è di tipo poetico, ed è la sopravvivenza ma la sopravvivenza non è uguale per tutti. Quella dei servitori è una sopravvivenza di base, devono sopravvivere alla dura legge del più forte e alla Fame. Quella degli innamorati per amore, essi devono sopravvivere alle avversità del destino o della famiglia che si oppone al sogno di una vita stabile e felice con i rispettivi amori. Nonostante non li manchi nulla si sentono morire perché allontanati l’uno dall’altro. Quella dei vecchi ancora più diversa, di tipo materiale. Devono sopravvivere al tempo e fare affari adesso e subito. Ogni personaggio ha un motivo urgentissimo per ottenere qualcosa. Il capitano vanaglorioso legato all’immagine, gli innamorati all’amore, i servi al cibo ed infine i vecchi al denaro. In ogni caso, nonostante i temi siano importanti, la forma produce comicità che non significa banalità perché ha un senso. Il finale non è mai tragico o triste. La commedia finisce con l’annuncio delle nozze. I due vecchi, i genitori dei due innamorati sono sempre vedovi senza eccezione per mettersi in condizione di risposarsi alla fine della commedia.

 

A.S.: Cosa ne pensa della riforma Goldoni del teatro? Secondo lei è stata proprio questa riforma a penalizzare per lungo tempo la commedia dell’arte o ha altre ipotesi.

Antonio Fava: Il teatro di Goldoni è un teatro fortemente realistico rispetto alla commedia dell’arte. A mio avviso il cosiddetto declino della commedia dell’arte non l’ha determinato solo lui ma arriva con la rivoluzione francese che mette paura a tutta l’Europa, dove le vecchie monarchie assolute si trasformano in monarchie costituzionali per non fare la stessa fine della Francia. I gusti estetici cambiano radicalmente rispetto ai gusti delle vecchie monarchie, perché erano le vecchie corti che avevano tenuto su la commedia dell’arte. I gusti cambiano perché scompare tutto un sistema di supporto culturale. Poi i gusti cambiano ancora e appare il romanticismo. La commedia dell’arte scompare in Europa ma resta viva a Napoli e nel sud Italia. Poi per fortuna ad un certo punto riscopriamo la commedia dell’arte che è rimasta viva grazie al personaggio di pulcinella come ho detto prima.

 

A.S.: Cosa dà soddisfazione ad Antonio Fava?

Antonio Fava

Antonio Fava: Gli applausi. A volte mi capita di chiedere ai miei allievi: voi fate questo lavoro per soldi o per gli applausi?! Ovviamente la risposta è scontata e quasi obbligata. Per me l’applauso è un continuo scambio con il pubblico. Per dare l’idea del valore che dò all’applauso posso fare un esempio: immaginati in pieno inverno con il freddo… arrivi a casa tutta… e ti fai una doccia calda. Come ti sentiresti? .. sicuramente è una sensazione di grande benessere e felicità. Ecco per me l’applauso è una doccia calda di benessere dopo una giornata di gelo. L’applauso per me vale tantissimo, ogni volta me lo devo conquistare. Ogni volta è una scommessa, e ogni volta ricomincio da capo. L’applauso è il mio premio, la mia soddisfazione dopo tanto impegno e tante fatiche perché è sempre il risultato di un grande lavoro.

 

A.S.: Come definisce l’arte.

Antonio Fava: Mi sento di definire l’arte una branchia della scienza ma magari con meno dogmi. Io lo vedo nel pubblico. Quando facciamo teatro aspetto sempre una risposta del pubblico che sistematicamente arriva; e quindi si applaude appunto, si ride, si sta in silenzio se una battuta non piace… e la risposta è scientifica e conseguente a qualcosa che accade. Ho girato il mondo, per fare teatro uso cinque lingue e io vedo che il pubblico è contento quando capisce.

 

A.S.: Esiste qualcosa che distrae Antonio Fava dal teatro?

Antonio Fava: In realtà no, il teatro e l’arte è la mia vita. Non ho distrazioni. Anche quando sono per strada in qualche modo faccio il mio lavoro. Quando vedo uno per strada studio il suo comportamento, la sua camminata come parla come si atteggia.. e sono tutte cose che mi ritornano utili sul lavoro. Anche quando non lavoro mi immergo nella cultura e nella letteratura. Leggo tantissimo e a volte mi capita di aver letto lo stesso libro tantissime volte. Il più bel libro che abbia mai letto è stato “Il maestro e margherita” di Michail Bulgakov… l’ho letto 21 volte… anche quando leggo un libro finisce sempre per mescolarsi con il lavoro. E questo mi succede anche per le persone che incontro. Il mio lavoro non ammette distrazioni. Non potrei vivere in altro modo.

 

A.S.: Ha in programma eventi per l’estate?

Antonio Fava: Sì, certo, gli appuntamenti per l’estate sono tanti. Le mie maschere saranno in mostra dal 30 luglio al 20 agosto in galleria Parmeggiani di Reggio Emilia. Il giorno dell’inaugurazione della mostra verrà inoltre presentato il mio nuovo libro per ragazzi “le XII fatiche di pulcinella” con uno spettacolo tratto dal libro. Terrò dei canovacci aperti al pubblico presso il Teatro la Cavalerizza di Reggio Emilia alle ore 18 dei giorni: 27-28-29-30 luglio e 3-4-5-6-10-11-12-13 agosto. Il 18 agosto alle ore 21 presso il Teatro La Cavallerizza terrò lo spettacolo “the capitano must die” con Barbara Charlene. Dal 20 al 24 luglio in via Vigarani, 9 (la sede di Arscomica) terrò un corso di costruzione maschere dalle ore 10 alle 17. E infine il 20 agosto sempre presso la cavallerizza alle ore 21 ci sarà lo spettacolo finale dello stage internazionale di commedia dell’arte. Vi aspetto.

 

Written by Amani Sadat

 

 

 

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