“Rosaria, detta Priscilla, e le altre” di Maria Concetta Preta: ridare voce a una femminilità interrotta è possibile

“Rosaria, detta Priscilla, e le altre” di Maria Concetta Preta: ridare voce a una femminilità interrotta è possibile

Lug 16, 2015

Maria Concetta Preta, insegnante vibonese, da anni si dedica intensamente alla scrittura, con successo presso lettori e critici. Pluripremiata in concorsi letterari di rilievo, ha finora pubblicato: Il municipium di Vibo Valentia (1992); Il segreto della ninfa Scrimbia (2012) poi in nuova edizione ampliata nel 2014; La signora del Pavone blu (2013); Scrimbia. Tra storia, mito, fiaba e poesia (2014); Rosaria, detta Priscilla, e le altre (2015).

Rosaria, detta Priscilla, e le altre

Come Rosaria, detta Priscilla, anche le altre donne del libro, dieci, ci vengono presentate dall’autrice con un linguaggio semplice, diretto, scabro, di prosa che si aggancia, con forza disperata alla poesia, con toni di liricità ben commisurata in brani come fasci di luce che giungono a irradiare il lato oscuro, le tante pagine buie fatte di ore, a volte giorni, mesi, anni, della vita di queste fimmine.

Nel tessuto linguistico di un Italiano standard si inseriscono in modo naturalissimo espressioni calabresi, con un linguaggio mimetico, utilizzato quando la parola è data direttamente alle protagoniste che si raccontano in prima persona, mentre la terza persona è riservata agli spazi che l’autrice si riserva, a volte per presentare, a volte per meglio definire o approfondire i profili e le vicende delle sue dieci donne, quasi-eroine, quasi figure di una vicenda umana che si fa mito, nel silenzio e nel tempo che, lontanandole, le scolora.

Un libro che, come sottolinea l’autrice stessa, nato dallo sgomento, dalla sofferenza e dalla rabbia di fronte all’escalation di violenza contro le donne, si rivolge a tutti, sì, ma specialmente alle giovani generazioni perché non siano né ignoranti né insensibili di fronte a un tanto grave orrore. Dieci figure che possono essere cento, mille o più, perché rappresentano con le loro differenti vite, personalità e sciagurate fini, solo la punta di un iceberg immenso, quello della violenza di genere.

La Preta fa uso di una penna agile che partecipa con commozione alle vicende narrate, siano esse tratte da fatti di cronaca vera, ripercorsi attraverso una rapida, ma puntuale ricostruzione, siano invece vicende verosimili, liberamente ispirate alla ben più cruda realtà.

Donne qualunque, potrebbero avere un qualsiasi nome, potrebbero essere nate e vissute ovunque, ma sono comunque specchio di una femminilità resa fragile, volutamente, tenacemente e forzatamente indebolita, nel corso del lungo cammino storico dell’umanità. Tanto che, nel profondo di un sud arcaico, povero e culturalmente arretrato, nascere donna è già marchio di sicura sventura. Così alcune delle storie sono ambientate in una Calabria spaccata tra le bellezze naturali selvagge e uniche e l’abominio di una difficilissima condizione umana, specie se declinata al femminile, relegato al limite di una sopravvivenza concessa, mai dovuta. Lo sfondo di questa Calabria lontana, d’altri tempi, ci parla di soprusi, sudditanza culturale, sociale, economica, ma soprattutto fisica.

Maria Concetta Preta

Concetta Preta ci proietta in una storia infinita, antica, primigenia e ancestrale, di lotta uomo-donna, di conflitti irrisolti, della solidarietà tra donne, così importante, ma non sempre possibile, di voglia di libertà e riscatto, di sogni infranti, ma anche del grande sogno dell’autrice: ricordare, parlare di ognuna di queste vittime e di tutte le altre per educare, sensibilizzare per fare in modo che tutto questo non si ripeta più.

La femminilità radiosa e piena, divina, della Dea Madre, delle Ninfe, delle Muse ispiratrici di ogni bellezza e civiltà, contro l’oscurità del lato bruto, animale, selvaggio e spietato, quasi satiresco: sono storie che si ripetono, è la storia che si ripete. Così Rosaria è simbolo della volontà di annientamento e di manipolazione operata dall’uomo sulla donna, vittima di un “amore malato” che amore non è; La selvaggia, espressione di una vitalità femminile ingenua, libera e fragile, segnata dal giudizio di una parte della società (femminile) e dallo sfruttamento da parte della porzione maschile;  Elisabetta la muta, che attraverso la scrittura, in solitudine e libertà, affida ai lettori la sua storia di ribellione finale alla violenza, possibile, talvolta, solo con altrettanta violenza. Poi Caterina C. e l’alienazione che crea muri che separano e proteggono, in una scelta di silenzio e solitudine, dopo una vita d’incomprensione, consumata sino all’autospegnimento.

Le pagine dedicate a donne come Liviana Rossi, Francesca Alinovi e la poesia dedicata a Melania Rea ci riportano prepotentemente alla realtà dei fatti, alla crudeltà veramente esercitata e al sangue versato da queste donne nell’impari lotta giocata sulla forza. Poi Angela, Serafina e Veronica, tutte segnate dall’essere donne, femmine, tutte segnate da quel corpo che unicamente le contraddistingue, e tutte le vicende si sciolgono e ricompongono nella bellissima lirica In corpore vili, emblematica di una condizione che, per assurdo, nella fisicità, fragilità della caducità della materia corporale, è ugualmente condivisa da uomini e donne, ma dalle donne, ci insegnano il mito, la cronaca e la letteratura, evidentemente lo è un po’ di più.

 

Written by Katia Debora Melis

 

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