“La vergine dei sicari” di Fernando Vallejo: niente è più dolce della virtù di un sicario imberbe

“La vergine dei sicari” di Fernando Vallejo: niente è più dolce della virtù di un sicario imberbe

Lug 12, 2015

“Era raggiante, contento, rideva di gioia, di felicità. Di una felicità che gli scintillava negli occhi verdi. Il mio ragazzo era l’inviato di Satana venuto a questo mondo a mettere ordine, laddove Dio non può. A Dio, com’era successo a Frankenstein con il suo mostro, è sfuggito dalle mani l’uomo.”

La vergine dei sicari

Leggere La vergine dei sicari è come mettere piede in una cattedrale sconsacrata da un omicidio. I nastri della polizia sono ancora lì, ma sono così tanto impolverati che li riconosciamo troppo tardi: dopo averli scostati e aver profanato questo luogo abbandonato da Dio e dal perdono umano.

Il tono apocalittico – sacro nel suo essere profano, fatale come quello di un credente che crede al solo scopo di odiare Dio – è proprio del libro: si potrebbe dire che Fernando Vallejo scrive come parla, e immaginarlo parlare con disincanto come un erudito d’altra epoca farebbe, sciorinando con naturalezza forme ricercato e auliche, cinicamente mescolate al volgare della sua amata e odiata  Medellín. Ne odia il popolo, ne ama i ragazzini. Ed è a causa di quest’ultimi che i nastri della polizia suggeriscono un passaggio vietato.

Il narratore de La vergine dei sicari sa di Mann, Visconti, Testori e Genet.

Si scambierebbe Vallejo con facilità per un loro coevo, o perlomeno lo si penserebbe parte dello stesso circolo cultural-intellettuale dei due italiani, ma no: siamo in tempi e luoghi completamente diversi. La vergine dei sicari è degli anni ‘90 ed è ambientato in Colombia, tra pistole di facile scambio, musica metal e scarpe Nike dai prezzi esorbitanti. Ben lontano dalla magica atmosfera de La morte a Venezia di Visconti.

Ciò nonostante, il tono nostalgico da vecchio erudito solitario somiglia a quello con cui Mann dipinse Aschenbach. Manca il tentativo d’eleganza interiore di quest’ultimo, al nostro Fernando (protagonista e narratore, omonimo dell’autore), un vecchio disilluso e rancoroso che cerca di sopravvivere alla violenta Medellín, nella carne e nello spirito. Per la carne è facile: basta rifugiarsi in casa, lontano dalle pericolose comunas, in cui la feccia della feccia nasce (in abbondanza), si riproduce (troppo, secondo Fernando) e muore (in fretta). Sono ragazzini, perlopiù, i sicari a cui il romanzo è dedicato. Perché è proprio dalla feccia della feccia, che Fernando disprezza con tutto il proprio schifato rancore, che sboccia ciò che Fernando più ama: l’antidoto a questa vita inacidita e amareggiata, i suoi Angeli dello Sterminio, panacea tanto della carne quanto dello spirito, i sublimi ragazzini che lo consolano da quel Weltschmerz, male del mondo, da cui non riesce a distrarsi.

I nastri della polizia negano l’accesso a quella letteratura (e non solo) che s’impernia sull’estetizzazione romantico-sessuale del ragazzino. Il ragazzino come emblema di purezza incontaminata, che pura sia l’anima – nel caso del Tadzio di Mann e Visconti – o – nel caso di Genet e Vallejo – la violenza. I suoi Angeli dello Sterminio – assoluti nella loro (tenera) virilità come quelli di Genet; costretti al peccato e così redenti, e grazie alla redenzione ammantati da una morbosa sensualità, come quelli di Testori – gli alleggeriscono l’anima alleggerendo caricatori sulla folla indegna che popola Medellín: uccidono il tassista scortese, la madre che osa riempire il mondo di altra feccia, la minaccia alla bellezza. In mancanza di un’etica che funzioni nell’insensatamente caotica città, subentra un’estetica moralizzata – o una morale esteticizzata, chissà – che condanna senza possibilità di appello ogni forma di bruttura che si presenti agli occhi di Fernando. Fernando si sente minacciato dall’ennesimo povero molesto (molesto secondo i canoni di bellezza e quindi etica di Fernando), il suo Angelo dello Sterminio spara. Che grata, sublime, meravigliosa doppia panacea, questi ragazzini che – di sera, nella tranquillità dell’appartamento – concedono al vecchio rancoroso la propria gioventù.

Fernando Vallejo

Sarebbe facile, dinnanzi a un narratore così poco sopportabile nel suo non sopportare praticamente nulla mentre monta ragazzini trovati in un bordello, allungare la mano in direzione dell’accusa più vicina. Facile liquidarlo come pedofilo ricco e viziato in un mondo che non capisce.

Ma La vergine dei sicari non finisce qui.

Qui inizia.

La Medellín di Vallejo è il cuore di tenebra dei contemporanei. È quello in cui una città può trasformarsi se troppi passi sbagliati vengono compiuti in successione. È sovrappopolata, sporca, ma soprattutto lasciata allo sbaraglio. Lo Stato che dovrebbe rappresentare non esiste più (o non è mai esistito – dipende dalla città che con l’immaginazione si vuole accostare a Medellín), ridotto ai minimi termini, frantumato – dopo un giro di trecentosessantagradi – in migliaia di sempre più minuscoli clan, quando va bene. Quando va male, ognuno per conto suo in un mondo che minaccia da ogni lato.

“E le raffiche di violenza che neppure i funerali riescono a spegnere… Al contrario, le accendono. Si direbbe che nelle comunas il destino dei vivi sia nelle mani dei morti. L’odio è come la povertà: sabbie mobili da cui non esce nessuno. Più ci si agita più si sprofonda.

Come si può ammazzare e farsi ammazzare per un paio di scarpe da ginnastica? Chiederete voi che siete stranieri. Mon cher ami, non è per le scarpe da ginnastica: è per il principio di Giustizia in cui tutti crediamo. Quello a cui le rubano crede che sia ingiusto che gliele portino via, dato che le ha pagate; e quello che gliele ruba crede che sia ancora più ingiusto non averle. E i cani ululano di terrazza in terrazza che sono meglio di noi.”

Non è un ritorno alla tribalità, ma un prodotto tutto moderno: è il lato oscuro dei valori della società occidentale.

La giustizia che diviene vendetta personale e immediata, la proprietà privata che diviene più importante del possessore, la carità che diviene stile di vita innescando quel circolo vizioso che Fernando estremizza per poi disprezzare – o disprezza e quindi estremizza, chissà: la violenza che genera violenza, il furto che genera furto, la povertà che genera povertà.

Fernando Vallejo

Dopo questa disillusione generale – questo collasso dei valori che, avvenendo davanti a Fernando, lo fa sentire minacciato – cadono anche tutti i valori interiori. La democrazia è un’illusione che pochi stolti possono avere il lusso di permettersi, sembra dire Fernando, che rappresenta l’odiata  Medellín con una strana forma di patriottismo: come se, sembra suggerirci Vallejo, fosse proprio qui, in questa cloaca metropolitana, che si rivela la pura natura umana, e profeta è chi può testimoniarlo. I diritti umani si restringono in unità sempre più piccole, sulla scia dello Stato, fino a polverizzarsi: la compassione di Fernando si concretizza in una morte veloce e possibilmente prematura. Meglio morire in grembo, che prendere parte al circolo vizioso delle comunas, “eternamente sospese tra l’ansia di uccidere e la furia riproduttrice”.

La vergine dei sicari mi ha ricordato Le benevole di Jonathan Littell per un’unica, ma rara, caratteristica: il narratore sembra fare tutto il possibile (non sappiamo se intenzionalmente o meno) per rendersi indigesto, e far così chiudere il libro disgustati. Ironico il fatto che il disgusto sia il tratto principale di Fernando, e che proprio facendo così agiremmo in maniera simile a questo vecchio rancoroso che, per non sentirsi offeso dalle brutture del mondo, cerca conforto tra le gambe di un Angelo dello Sterminio.

Dopo aver chiuso il libro, in che cosa cerchereste conforto?

 

Altre edizioni:

– La Virgen de los Sicarios, Punto de Lectura, 2002 (spagnolo)

– Our Lady of the Assassins, Serpent’s Tail, 2001 (inglese)

 

Written by Serena Bertogliatti

 

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