“Youth – La giovinezza”, film di Paolo Sorrentino: la vita messa a nudo

«Tout enfant, j’ai senti dans mon coeur deux sentiments contradictoires: l’horreur de la vie et l’extase de la vie (fin da piccolo ho sentito nel mio cuore due sentimenti contradditori: l’orrore della vita e l’estasi della vita)» – Mon cœur mis à nu, Charles Baudelaire

Youth di Paolo Sorrentino

Orrore ed estasi, scrive Baudelaire. Orrore che anziché precipitare nel nichilismo, conduce all’estasi. Sorrentino mostra l’orrore, l’orrore che precipita: l’esordio con taglio pubblicitario è già di per sé un partire restando fermi; sono i movimenti di macchina cadenzati a seguire per tutto il film silenziosamente – e con una discrezione paradossalmente morbosa – i passi e i gesti lenti di due generazioni sconfitte: quella degli ex-giovani e quella dei futuri vecchi.

Senilità, in senso sveviano, è la categoria entro cui sono ascrivibili tutti gli atti mancati e involontari dei personaggi di Youth“: il titolo è un inganno, una beffa, ma potrebbe anche essere la manifestazione ironica di una consapevolezza. Della consapevolezza che il nuovo film di Paolo Sorrentino non ha niente a che fare con la bellezza, né con la giovinezza e neppure con l’anagrafica vecchiaia. “Youth” mette a nudo una certa borghesia ben pensante di oggi molto snob, molto superficiale, intellettualistica – e per questo intrinsecamente volgare – statica, ma al contempo instabile per vocazione, reazionaria e pavida, in definitiva significativamente insignificante.

E questo perché l'”apparato umano” di “Youth” è “marcio alle radici” per dirla come la direbbe un ex-inetto quale è lo sveviano Zeno Cosini negli ultimi capitoli della sua in-coscienza. Un esercito di impareggiabili “bugiardi”, eccoli i personaggi di Sorrentino: un regista che cerca di elude il suo fallimento, di cui è complice ma forse non del tutto consapevole, perché purtroppo la “televisione-merda è il futuro e soprattutto il presente” e il Cinema è morto (nostalgico e un po’ anacronistico modo di rispondere al monocromismo dilagante dei palinsesti mondiali) – personaggio magistralmente interpretato da Harvey Keitel – e un direttore d’orchestra in pensione, un davvero strepitoso Michael Caine, eccellente interprete dell’ambiguità e del senso di impotenza e rassegnazione, se non fosse che Sorrentino stereotipizza i suoi tratti talmente tanto che dall’alto di un ponte veneziano rischia di apparire troppo simile ad un Jep Gambardella alias Toni Servillo giusto un po’ più in là con gli anni.

«L’immagine della morte è bastevole ad occupare tutto un intelletto. Gli sforzi per trattenerla o per respingerla sono titanici, perché ogni nostra fibra terrorizzata la ricorda dopo averla sentita vicina, ogni nostra molecola la respinge nell’atto stesso di conservare e produrre la vita. Il pensiero di lei è come una qualità, una malattia dell’organismo. La volontà non lo chiama, né lo respinge» questo lucido “pensiero” che appartiene all’Emilio Brentani protagonista di “Senilità” ben si presta per inquadrare in maniera chiara proprio la figura del direttore d’orchestra, forse la proiezione più riuscita dell’idea stessa di essere regista: è un uomo che si sente malato, ma che in realtà è sanissimo, un uomo che cerca nella sua arte di produrre la vita, ma che dietro gli spessi occhiali cela lo sguardo immalinconito di chi si è lasciato vincere dalla propria inedia o che perlomeno teme di essere stato sconfitto dalle emozioni e dalla con-passione che avrebbe dovuto egoisticamente sopprimere in nome della propria affermazione.

Youth di Paolo Sorrentino

E dunque ancora, sempre, Sorrentino torna a raccontare estetizzandola, la mostruosità distorsiva della solitudine e della incomunicabilità (basti pensare che fra amici di lunga data ci si dice “solo le cose belle” e queste cose belle sono scommettere sui silenzi altrui e sul funzionamento della propria prostata mentendosi grottescamente). Ma se “La Grande Bellezza” era un viaggio al termine della notte, “Youth” è la ricerca disperata e includente del fiore azzurro di Novalis: il sogno è vita, ma se ci si sveglia e ci si arrovella con la coscienza collettiva malata che miniaturizza la materia, si rischia di ridurre tutto ad un incubo.

La domanda è questa: perché in tutto il suo cercare e ri-cercare Sorrentino non-conclude? Forse perché la sensazione, guardando le sue storie, è di sentirsi trascinare via da un continuo déjà vu: in “Youth” c’è chi consuma la sua morte a Venezia ed ha il volto deformato da una maledizione silenziosa e segreta che ricorda quella che Gericault dipinge negli occhi della “Alienata con monomania dell’invidia”, c’è chi sospira spossato, quasi asfissiato dal nulla insostenibile a cui si autocondanna, ma a muovere il microcosmo che stagna splendidamente – a tratti quasi abbagliante – c’è solo e soltanto egoismo e la profonda riluttanza ad ascoltare gli altri senza giudicarli né usarli o manovrarli.

La luce livida e la fotografia (di Luca Bigazzi) caravaggesca – a mezzo tra il limbico e l’infernale – inghiotte nei mezzi toni scuri (vicini a quelli de “Il Divo”); questa Svizzera per vip è davvero troppo distante dal mondo quotidiano e ruota su se stessa altera, impregnata di cinismo patetico e anche piuttosto irritante, come è irritante il rumore degli involucri delle caramelle che siamo costretti ad ascoltare durante concerti e rappresentazioni, ma che tolleriamo con timore reverenziale perché ai vecchi tutto è concesso, anche di imporsi scioccamente, snocciolando farneticazioni che hanno come unico scopo quello di “ridimensionare” tutto. Tutto ciò che invece meriterebbe persino di essere sopravvalutato.

Sorrentino non è certo il Giovenale moderno: i dialoghi di “Youth” sono volutamente scarni, parabole inconcludenti: un aforismario che si regge su una sintassi scolastica, talvolta retorico nella sua essenzialità.

Youth di Paolo Sorrentino

È l’anti-poesia della poesia di Sorrentino che traspare nel meccanicismo frammentario con cui sceglie di argomentare: si avverte talvolta un certo distacco tra una scena e l’altra, a volte anche una certa incongruenza, come se si stesse assistendo alla sommatoria di momenti autonomi in una dimensione forzatamente quadrata. Si avverte il costante sforzo ricompositivo del regista persino nell’idea che il direttore d’orchestra sia l’apprezzato compositore di “canzoni semplici” (David Lang è l’autore della colonna sonora “Simple Song”); ma “Youth” è un complicatissimo lavoro di denaturalizzazione, tutto è troppo ragionato, persino il personaggio incartapecorito della diva affidato ad una superba Jane Fonda.

La leggerezza si studia, è vero, si conquista con fatica, perché la pesantezza sa essere sublime: questo continuo affossarsi nella senilità invece è il segno di un “vulnus” che brucia come un’offesa, quasi che la sensibilità possa essere solo la prerogativa di chi non ha nemmeno il coraggio di piangere nell’anticamera della morte.

Se “La Grande Bellezza” e il suo citazionismo poteva sembrare troppo, “Youth” è addirittura troppo poco e verrebbe la tentazione di liquidare il racconto ripetitivo (di certo non la cronaca) di una vecchiaia e di una morte annunciate come il racconto di una disperazione che oltre a non-concludere, di fatto, non comunica.

Se la Roma de “La Grande Bellezza era una acquasantiera ridotta a posacenere, la Svizzera di “Youth” (che de “Le conseguenze dell’amore” conserva solo la sua ingombrante efficienza) è il nefasto e ospedaliero paradiso artificiale degli artisti che artisti non sono – visto che in fondo vivono solo per se stessi, nemmeno per la loro arte – e dei ricchi che hanno l’aplomb dei nobili decaduti, ma affittabili per una serata, che già si rifugiavano nelle cene con santona di Jep Gambardella.

Youth di Paolo Sorrentino

Meteore anche troppo silenziose sono invece i personaggi che avrebbero meritato maggiore sviluppo, come la figlia del direttore d’orchestra (Rachel Weisz) – donna in crisi, una crisi molto borghese, personaggio femminile al limite tra l’eroina decaduta da telenovela e dama sedotta e abbandonata da educazione sentimentale – l’attore Jimmy Tree (Paul Dano) che si sente sottovalutato (vagamente simile ad un giovane Johnny Depp), l’alpinista seduttore, il giocatore mancino (molto simile a Maradona, che sappiamo essere fonte di ispirazione per Sorrentino) perfettamente complementare all’attrice in decadimento psicofisico che già aveva inquietato ne “La Grande Bellezza“.

Il chiacchiericcio, il “bla bla bla” di cui parlava Jep Gambardella si è quietato lasciando spazio ad uno pseudopanismo e ad un agghiacciante erotismo tra vegliardi dalle giunture scricchiolanti ma dall’ormone incredibilmente attivo. Questo “apparato umano” non considera che le compravendite sociali, o culturali o affettive che siano, sono interessanti solo se si studiano da lontano. Né vendere, né comprare è l’unico prezzo per conoscere – e forse capire – i meccanismi dell’orrore, per non cadere nell’auto-citazionismo e nella ripetitività.

Nelle scelte musicali Sorrentino tende a ricreare suggestioni simili a quelle già vissute in altre sue opere con le salmodianti e diafane voci cristalline che si oppongono alla pop-disco-dance perforante. La musica viene celebrata come l’arte in senso lato, perché testimone del genio creativo dell’uomo che è destinato a morire. L’arte resiste, sembra dirci Sorrentino con il sarcasmo grottesco e la sua tendenza neoclassica che già conoscevamo.

E tuttavia lo spettatore ha bisogno di intuire anche l’estasi della vita, per non rischiare che sia l’incubo a proiettare la realtà e che il sogno altro non diventi che un vaneggiamento squallido, o peggio, scialbo testamento.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

 

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