Fotografie post mortem: una pratica alquanto macabra in uso nell’Inghilterra vittoriana

Fotografie post mortem: una pratica alquanto macabra in uso nell’Inghilterra vittoriana

Mag 25, 2015

Sembra di rivedere il film del 2001 “The others” con protagonista Nicole Kidman, ma vi assicuro che le fotografie “post mortem”, corredate a questo articolo, sono reali.

Fotografie post mortem

Il fatto è che questo tipo di immagine, in cui il defunto è ritratto come fosse ancora in vita, vestito di tutto punto e spesso insieme alla sua famiglia, era una pratica molto in voga nell’epoca vittoriana.

Il periodo in questione riguarda la storia inglese, ed è compreso tra il 1837 ed il 1901, ovvero gli anni corrispondenti al lungo regno della Regina Vittoria. Ringraziando il cielo, le mode presto passano, e attorno agli anni Quaranta del Novecento la macabra usanza è caduta in disuso.

All’epoca a cui facciamo riferimento, il tasso di mortalità infantile era molto elevato, e le fotografie molto costose. Capitava quindi che uno scatto post mortem fosse il solo che i genitori potessero avere del proprio bambino. I soggetti infatti, – non solo bambini – sono ritratti come fossero ancora in vita. Gli occhi aperti e, quando non era possibile, addirittura dipinti; perlopiù ritratti mentre svolgevano piccole azioni quotidiane.

Fotografie post mortem

Del 1839 è l’invenzione della dagherrotipia, ovvero il primo procedimento fotografico per lo sviluppo delle immagini.

Prima di allora l’unico modo per tramandare una propria immagine era farsi fare un ritratto, ma i costi erano elevati e in pochi potevano permetterselo.

I ritratti di bambini defunti sono prerogativa quindi delle classi più abbienti; oppure dono di artisti che, come Monet, Picasso e Gauguin – per citarne alcuni – elaboravano il lutto realizzando un ritratto di un bambino, caro a familiari o amici.

Con l’avvento della fotografia la gente inizia invece a farsi fotografare assieme ai propri defunti, in modo da poter avere di essi un ricordo eterno.

Gli studi fotografici si organizzano, allestendo i servizi sia a casa del defunto che in studio – e qui, credo che l’impresa risultasse sempre più complicata.

Fotografie post mortem

Anche lo stile delle fotografie stesse ha subito un’evoluzione. In principio vi era solo il viso o il busto, e raramente veniva inclusa la bara. Poi si iniziò a sistemare il cadavere su un divano, con gli occhi chiusi e la testa appoggiata ad un cuscino, in modo da dare l’idea che stesse solamente dormendo.

Dal 1860 in poi invece, i morti vennero rappresentati come fossero ancora in vita, addirittura seduti su delle sedie e con gli occhi aperti. I bambini, talvolta ancora nella loro culla, erano addirittura circondati dai loro giocattoli, oppure da animali domestici.

I neonati venivano ritratti in braccio alle madri, che, per quanto si sforzassero, non erano mai in grado di celare lo strazio, e la foto risultava tetra e pregna di angoscia. Per evitare l’estremo pallore, le guance del morto venivano colorate di rosa.

Talvolta, e questa ritengo sia la realizzazione più inquietante, il defunto era ritratto in piedi, sorretto da qualcuno che si nascondeva dietro un drappo.

Fotografie post mortem

Se il fotografo non era particolarmente bravo, spuntava una mano a rinnovare quel senso di umana pietà che si prova solo quando una verità terribile intende essere celata. Come quelle bugie pietose, ma non gravi, che si dicono a fin di bene, quando ci si trova davanti a persone che per una qualche ragione stanno morendo, ma ad ogni costo non lo si intende constatare.

In seguito, le componenti “realistiche” vennero tralasciate, e si iniziò a fotografare i morti nelle loro bare.

Nonostante il tempo trascorso e il fatto che non siamo in Inghilterra, foto simili si trovano tuttora nei cimiteri. Esse ritraggono bambini morti durante il parto, o subito dopo, che spesso mani pietose hanno vestito con la più bella delle tutine. Sovente indossano anche una cuffietta. Sono le più tristi. Perché i loro occhi sono chiusi, ad indicare di non avere mai conosciuto la vita.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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