“Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay” di Michael Chabon: la difficile arte della fuga dalla sete di vendetta

Il sogno americano. La New York che tutti accoglie, l’America che a tutti dà un’occasione, il successo. Ma solo dopo la fuga. L’Europa dei totalitarismi. La Praga invasa dalla Germania, ma anche del golem che aiuta a fuggirne. La fuga, la fuga, la fuga. Anche quando si è ormai giunti nel Nuovo Mondo, anche quando il peggio sembra ormai essere rimasto alle spalle. Anche allora la vita di Josef Kavalier continuerà a imperniarsi, come un gomitolo inesorabilmente annodato, attorno allo stesso tema: l’escapismo.

Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay

Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay è tante cose.

Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay è un romanzo-tributo all’arte del fumetto americano, di cui documenta la nascita negli anni ‘40, quando gli eroi di carta erano ben lontani dall’essere visti come una forma d’arte, quando gli autori erano mal visti e mal pagati. Ma basterà poco tempo – e il genio dei fumettisti che i protagonisti, Kavalier e Clay, rappresentano – perché gli Stati Uniti trasformino questi misconosciuti “imbrattafogli” in ricchi imprenditori di se stessi. È o non è il sogno americano? Con qualche pecca qui e lì, qualche sfruttamento e speculazione, e tutte le incongruenze che nella realtà esistono e che la fiction tende spesso a potare.

Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay è un romanzo di formazione dello scrittore Michael Chabon. Kavalier e Clay, all’inizio delle vicende, sono due ragazzini con tanti sogni e tanta voglia di rivendicazione e un futuro per avere successo o fallire.

Sammy Clay è un giovane newyorkese che vuole più di quanto pensa di potersi permettere. Ebreo, vive all’ombra dell’adorazione che riversa sugli eroi tutti ariani che i fumetti dell’epoca ritraggono in tutta la loro possenza, mentre Sammy incede goffamente sulle sue esili gambe. Ma l’invidia per la bellezza altrui non è l’unico sintomo della sua insicurezza. Sammy comincia a vivere – come personaggio e come autore di fumetti – solo quando nella sua vita entra il cugino Josef Kavalier, appena giunto da una rocambolesca fuga che lo rende in automatico oggetto della sua ammirazione.

Josef Kavalier, invece, avrebbe tutte le carte per diventare quello che vuole. Nato da una ricca famiglia praghese, ha acume e talento. Ma la ricca famiglia praghese è ebrea e siamo nel 1939. La fuga rocambolesca da cui proviene è vera, tangibile e sofferta: lasciare l’Europa non è stato facile, ma ancor peggiore è stato lasciarvi la famiglia. Una volta giunto in territorio americano, Josef scopre che il proprio presente è vincolato come un pacco in dogana. Per sbloccarlo, Josef dovrà prima risolvere quello che ormai, e sempre più, è diventato il suo passato: salvare il fratellino Thomas, rimasto a Praga, a cui Josef ha promesso che lo farà arrivare negli Stati Uniti. Ma non sarà per niente facile. E intanto, nella frustrante impotenza dell’attesa, Josef si vendica per interposta personaggio: il suo eroe cartaceo l’Escapista diventa sempre più uno sterminatore di nazisti.

Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay è una riflessione sull’escapismo, filo rosso di tutti i livelli del romanzo. “Escapismo” viene dall’inglese escape, “fuga” – in questo romanzo, in tutti i significati che questa parola può avere.

Michael Chabon

Il primo è quello fisico: escapismo come arte della fuga. Come Houdini, maestro del genere. Josef, ancora giovane e ancora a Praga, impara come liberarsi da corde, lucchetti, come uscire da bauli e da quelle situazioni estreme che fanno fremere il pubblico. Ma poi la fuga, da passione, diventerà una necessità. Sarà proprio grazie alle proprie abilità d’escapista che Josef riuscirà a uscire da Praga e, viaggio dopo viaggio, ad approdare agli Stati Uniti. E qui, ancora coperto dalla salsedine del viaggio, darà vita al personaggio che lo renderà famoso: l’Escapista. Vendicatore degli oppressi, portatore di libertà, è lo sterminatore di nazisti prima menzionato. Ma c’è un ulteriore livello, in questo gioco di scatole concentriche: l’escapismo nel senso più comune, di fuga dalla realtà – la realtà di Josef, ebreo esule negli Stati Uniti che non riesce a farsi raggiungere dal fratellino Thomas. E allora disegna, disegna e disegna, sfogando la propria rabbia in scene d’azione sempre più punitive, arrivando a rendere Hitler stesso il nemico numero uno dell’Escapista. Disegna, disegna e disegna, pur realizzando che tutto quel livore rende l’Escapista non meno arbitrario e violento dei nazisti che uccide.

Ed è a questo punto che si apre il paradosso del romanzo: Josef Kavalier, capace di liberarsi da catene e lucchetti e di fuggire da una Praga trincerata dai nazisti, non riesce a sgarbugliare i propri sentimenti.

Come una bestia intrappolata che azzanni chiunque si avvicini, Josef attacca i tedeschi che trova a New York per il solo fatto di essere tedeschi, innescando un paradosso grottescamente ironico: la vittima di discriminazione che si tramuta, in piccolo, nel proprio carnefice. Ma neanche questo basta, e dopotutto anche questo non è che la punta dell’iceberg. Come una bestia intrappolata che si recida un arto pur di fuggire, Josef massacra se stesso, incapace di fare altrimenti. E, quando non lo fa, fugge in altro modo: con i fumetti, quelli che legge e quelli che disegna, fino a che neanche questo basta più.

E quel che accadrà allora – quando Josef si troverà stretto in un cappio che, strattone dopo strattone, lo soffoca sempre più – sta a voi scoprirlo.

 

Written by Serena Bertogliatti

 

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