“Il verbale” di Jean Marie Gustave Le Clézio: la società contemporanea accompagna l’uomo nel nulla più assoluto

“Il verbale” di Jean Marie Gustave Le Clézio: la società contemporanea accompagna l’uomo nel nulla più assoluto

Mar 6, 2015

Un lungo respiro affannoso e soffocato dalla calura estiva accompagna Adam, il protagonista del romanzo di Le Clézio, Il verbale.

 

Il verbale

Tra ingenuità e disincanto, Le Clézio tratteggia un personaggio che attraversa la società allontanandosi dalle masse e restituendo all’uomo uno sguardo individualista e solipsistico.

Il mondo esiste solo come una proiezione delle proprie ansie, delle proprie fobie, in cui gli esseri umani sopravvivono in primo luogo a se stessi. Così, Adam scandisce la propria vita cercando un senso nei gesti ripetuti: sigarette, caffè, cinema. Tuttavia, essi si rivelano meccanici, e in quanto tali si svuotano di ogni significato, fino a condurre all’annullamento di essi: momento da cui si sviluppa una nuova coscienza.

La noia, la nausea per il quotidiano segnano un punto indissolubile dell’esistenza, come aveva già preventivato Sartre, scorgendo al di là di essi, nell’impegno civile, il vero senso dell’uomo. Solo che nella Francia dei primi anni sessanta, alla prese con una difficile situazione sociale e civile che scaturisce in un fortissimo dibattito intellettuale, ciò che s’intravede è la sconfitta dell’idea di liberté nella sua accezione pragmatica.

E se la liberté diviene solamente un’idea astratta e non più un’ideale per cui combattere ecco che si giustificano le nevrosi che accompagnano i personaggi della letteratura di quel periodo. Adam è uno di questi, in perenne bilico tra la pazzia e la presa di coscienza totale dell’inutilità di una vita sacrificata all’idea: due poli che lo portano inesorabilmente ad una stasi fatta, per l’appunto, di gesti ripetuti. Rifugiandosi in una morte apparente, e lontano dal fulcro intellettuale della Francia, da Parigi, cerca un sollievo al contatto perenne con il sole di una cittadina del sud, mischiandosi in una folla disattenta, e quasi statica alle prese con un quotidiano automatico.

Il suo continuo ragionamento ha come fulcro la confessione alla donna amata, un fantasma che non esiste più, e forse non è mai esistito. Forse la coscienza stessa di Adam, che nei momenti di lucidità riesce a trovare un breve appiglio nelle sensazioni dell’istante, nei sentimenti dell’uomo: l’unico modo per considerare la vita meno di un fallimento.

Il tempo non esiste più, le giornate sempre uguali a se stesse, resistono come unico baluardo che conduce all’abisso: la società contemporanea accompagna l’uomo nel nulla più assoluto. Niente della contemporaneità trapela all’interno di questo romanzo che vive al di fuori del tempo, perciò il disimpegno e l’angoscia di un eterno presente risultano ancora più opprimenti perché obbligano l’uomo a guardare dentro la propria anima ed esplorare un abisso che fa sempre più paura. Il verbale diviene allora il resoconto del processo che la società fa all’uomo quando cerca di abbandonarsi, quando cerca di comprendere non la verità universale, ma la verità del singolo individuo.

Jean Marie Gustave Le Clézio

Le Clézio osserva, appunta e traduce tutto questo in una prosa volutamente spigolosa, le pause nel racconto seguono il flusso degli impulsi delle modernità: le sue descrizioni sono sincopate e folgoranti, in un linguaggio che prende spunto dal cinema e stabilisce quanto il montaggio cinematografico possa essere riadattato alla scrittura.

L’evento di per sé non esiste, ma ogni momento fa parte di una costruzione mentale che il lettore è portato a compiere nella somma delle descrizioni. Gli echi del nouveau roman, la cui spinta di innovazione tende a distanza di pochi anni a perdersi nel gelido autocompiacimento, qui sono funzionali a spersonalizzare ulteriormente il protagonista. Il mondo che lo circonda è descritto attraverso brevi lampi incompleti, il cui obiettivo non è dar conto della totalità, ma di frammenti visivi. Solo ciò che si scorge è, il resto non esiste.

L’eterna dialettica tra essere e non-essere. Le parole dell’autore diventano lo sguardo di Adam (e con lui, il nostro), sempre più perso nella sua solitudine fino a diventare un elemento estraneo a se stesso e al mondo. Si disumanizza, diventando arido come le strade che tende ad attraversare nel mezzogiorno estivo, e la sua pazzia non tarda a manifestarsi.

Con essa il protagonista grida la propria disperazione, l’estremo disgusto verso la società, ma allo stesso tempo la necessità, l’esigenza, di farne parte. In una perenne lucidità mentale, la pazzia diviene l’unico mezzo per ancorarsi alla realtà e all’uomo, come aveva già fatto alla fine del secolo diciannovesimo Jean Des Esseintes, il brillante esteta protagonista del romanzo Controcorrente di Joris Karl Huysmans.

Vittime entrambi di un’intelligenza che fiacca ogni resistenza, trovano nel ritorno fra l’uomo l’unica via di salvezza, pur come reietti, pur inascoltati, consapevoli però di aver intravisto tutto. E perciò scioccati dall’immenso vuoto che dietro di esso si nasconde.

 

Written by Andrea Corso

 

Bibliografia

Jean-Marie-Gustave Le Clézio, Il verbale, Duepunti, Palermo 2008

Jean-Paul Sartre, La nausea, Einaudi, Torino 2005

Joris Karl Huysmans, Controcorrente, Garzanti, Milano 2001

 

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