Intervista di Irene Gianeselli all’attore Enrico Ianniello

Intervista di Irene Gianeselli all’attore Enrico Ianniello

Feb 13, 2015

Enrico Ianniello si forma alla Bottega Teatrale di Firenze di Vittorio Gassman. Per dieci anni in tournée con Toni Servillo recita Eduardo e Moliére.

Enrico Ianniello

Ha tradotto “Il Metodo Gronholm” (del catalano Jordi Galcerán) che ha debuttato nel 2007 al Teatro Guglielmi di Massa. “Chiove” è la sua traduzione di “Piove a Barcellona” dello spagnolo Pau Mirò.

Dal 12 al 15 e dal 19 al 22 febbraio Enrico Ianniello è al Teatro Vascello di Roma con “I Giocatori” di Pau Mirò (Premio Ubu 2013 “Miglior testo straniero”) di cui ha curato traduzione e regia e che interpreta con Renato Carpentieri, Tony Laudadio (col quale nel 2000 condivide la direzione artistica del Teatro Garibaldi di Capua Vetere) e Luciano Saltarelli.

Si divide tra Teatro e Cinema e nel 2011 recita in “Habemus Papam” di Nanni Moretti che lo ha diretto anche in “Mia madre” in uscita il prossimo 16 aprile. Enrico Ianniello è il Commissario Vincenzo Nappi nella fortunata serie Rai “Un passo dal cielo 3” diretta da Monica Vullo e Jan Michelini.

Nel 2015 Enrico Ianniello esordisce come scrittore con il romanzo edito da Feltrinelli “La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin“.

 

I.G.: Ti ringrazio per la disponibilità. Vorrei cominciare dal tuo romanzo d’esordio, da “La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin”: in un momento in cui la conoscenza è prevalentemente affidata al senso della vista – siamo bombardati da immagini in ogni momento della nostra giornata -, tu proponi un personaggio che oltre ad essere stimolato fin dalla nascita a sviluppare il gusto, l’olfatto (la pasta preparata dalla madre) e l’udito (il bambino ascolta con attenzione i pensieri del padre ed il suo rito mattutino), impara a vivere attraverso l’uso del proprio apparato fonatorio. Quella di Isidoro è una vita che si muove nel tempo e nello spazio, una vita scandita da suoni che evocano immagini. È una vita che porta in sé il mistero del Teatro.

Enrico Ianniello: Sicuramente si parte dalla riflessione sulla voce e sullo spazio, bisogna avere chiaro in mente dove ci si trova e come si occupa quel determinato spazio. In questo senso, anche se il percorso del personaggio non è un percorso da attore, anche se Isidoro non ha una vita di spettacolo, tuttavia è attento ai sensi e all’espressione, specialmente al principio della storia, nel momento in cui sale sul palcoscenico e avverte l’importanza di comunicare con un pubblico. Per la rivista “Il Libraio” ho messo a punto un decalogo delle regole che un attore scopre di utilizzare quando scrive; lo studio che si applica ad un testo teatrale non è poi così diverso da quello per l’organizzazione e la costruzione di una storia: il ritmo, “il descrittivismo inesausto”, il rapporto tra tecnica e sensibilità, la “voce” del personaggio sono tutti elementi che ritornano nel mestiere dell’attore come in quello dello scrittore.

 

I.G.: Un personaggio in particolare porta con sé il senso della “rappresentazione”: si tratta di Renò che ad un certo punto nel racconto si rivolge a Isidoro dicendo: “(A Teatro, dalle quinte) ti sentivi la gente tutta addosso, e allora ti potevi permettere il lusso della solitudine in mezzo agli altri” e sembra raccontargli quello che potrebbe raccontare un personaggio rivolgendosi all’attore che cerca di capire come deve interpretare un ruolo molto complesso: il ruolo dello spettatore attivo.

Enrico Ianniello

Enrico Ianniello: La comunicazione tra attore e spettatore si fonda sull’essere soli in mezzo agli altri, lo spettatore osserva gli attori in scena e gli attori osservano le reazioni del pubblico. Lo spettatore osserva anche chi come lui sta assistendo allo spettacolo. Per tutto il racconto Isidoro viene invitato ad osservare come vivono gli altri per capirli e per capire se stesso. Renò è anche uno studioso del teatro ed esalta l’importanza dello sguardo. Certamente, magari inconsciamente, è riaffiorata l’influenza di Louis Jouvet – che negli anni con Toni Servillo è stato un punto di riferimento – proprio per il gioco di sguardi e per la riflessione sul rapporto spettatore-attore. L’incanto è sicuramente l’idea che sta alla base della storia di Isidoro: volevo raccontare di un “incantato” capace di incantare e di superare il cinismo dei nostri tempi. “Ma nulla senza amore è l’aria pura/ l’amore è nulla senza la gioventù”, questo pensa Quirino – il padre di Isidoro – riprendendo le parole di Vittorio Sereni. Bisognerebbe sempre essere “giovani”: capaci di incantarsi e incantare.

 

I.G.: Ancora a proposito dell’ “osservare”: un personaggio particolare è l’etereo Cecòf, che pare essere sospeso nel tempo, avvolto da una sensibilità che lo trasporta in una dimensione, per così dire, parallela.

Enrico Ianniello: Sicuramente la distanza nel tempo e nello spazio è il suo modo di vivere, perché è legato ad un affetto ormai lontano nel tempo e nei luoghi della giovinezza. Non per niente avendo scelto di essere cieco si fa guidare da Isidoro per le strade di Napoli, attraverso i luoghi del ricordo, perché Isidoro è l’unico con il fischio capace di raccontare la città in modo diverso e di potenziare così l’aspetto immaginativo della conoscenza.

 

I.G.: Nelle prime pagine de “Le conseguenze dell’Attore” Toni Servillo scrive a proposito dello “stupore dello spettatore”: “nel corso del mio lavoro è diventato una tensione, che mi appartiene molto, a mettermi al servizio dei testi a teatro, o delle sceneggiature al cinema: una tensione che ha la comunicazione tra i suoi fini principali […] ho capito che questo mestiere ti investe di una responsabilità che diventa nel tempo responsabilità comunicativa, responsabilità nei confronti del pubblico”. Credi sia ancora possibile riuscire a stupire e a stupirsi?

Enrico Ianniello: È ancora possibile, specialmente il mestiere dell’attore ti consente di verificare quanto e come e perché ti stupisci. Io mi stupisco ancora di una scena quando capisco che funziona, che il ritmo coinvolge il pubblico e che quindi c’è un ritorno, un circolo delle idee. Anche attraverso il libro, benché non sia immediato tanto quanto quello teatrale, questo circolo delle idee e delle emozioni stupisce e ti fa stupire. Nel teatro è legato ad un momento preciso che potrebbe non ripetersi domani, con il libro o con un film dipende soprattutto dallo spettatore-lettore, dal momento in cui sceglie di leggere e rileggere.

 

I.G: Isidoro è un nome molto particolare: si rifà ad un mito egizio ed in particolare alla dea Iside, datrice di vita, capace per amore di ricomporre e mummificare – quindi salvare dalla corruzione e dalla dissoluzione – il corpo del dio Osiride. Anche Isidoro Sifflotin riesce a consegnare ad un “qui e ora” che si espande in un tempo che si dilata e perde confini, la bellezza della libertà di amare e di credere nella forza di una gioventù non soltanto anagrafica. Come hai scelto questo nome?

Enrico Ianniello: Mi sono soffermato sull’origine del nome e mi piaceva molto l’idea di dare ai tre personaggi (pensando anche a Quirino e Stella) dei nomi particolari, anche se desueti.

 

I.G.: Altro “momento” interessante del romanzo è quello delle lettere scritte da Quirino, in particolare la lettera a Sandro Pertini.

Enrico Ianniello

Enrico Ianniello: C’è la medesima suggestione del modo di presentarsi in Berlinguer e in Pertini. Un modo elegante, delicato, rigoroso e serio e con “rigoroso” mi viene in mente la forza degli alberi: se le foglie non sono ben attaccate al tronco e alle radici, non può esserci leggerezza, il pesante è radice del leggero, deve esserci il giusto sostegno, altrimenti c’è solo superficialità. Berlinguer e Pertini erano politici in senso puro, facevano un lavoro con consapevolezza del proprio compito e non si dedicavano alla boutade da comico, erano politici pre-casta. Quello che posso sicuramente dire è che se ne sente la mancanza.

 

I.G.: Ti sei formato alla Bottega di Gassman, hai lavorato per dieci anni con Toni Servillo, e dal 2000 con Tony Laudadio sei diventato il più giovane direttore artistico d’Italia, del teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere. Come e quando hai scelto di diventare un attore, cosa ti ha “stupito”?

Enrico Ianniello: Avevo sedici anni quando ho cominciato con il teatro amatoriale, poi a diciotto sono stato ammesso alla Bottega di Gassman. Come succede a Isidoro Sifflotin ho sentito anche io l’emozione di mettermi al servizio di una comunità, di avere il potere di affrontare argomenti complessi o particolari riuscendo ad entrarci con la “leggerezza”, di poter essere l’ago della bilancia di un discorso in cui si possa ancora dire che si deve e non è impossibile migliorare.

 

I.G.: Oltre ad essere attore hai anche tradotto per il Teatro. L’ultimo lavoro in scena è di Mirò, “I Giocatori”. Protagonisti quattro personaggi che siedono a guardare lo strappo nel cielo di carta. Quattro personaggi che affrontano una nuova partita e il gioco in sé. Puoi parlarcene?

Enrico Ianniello: In questi giorni siamo in scena a Modena con “I giocatori”. I personaggi sono quattro derelitti che hanno abbracciato il proprio fallimento. Sono definiti attraverso la professione che ora non esercitano più (sono un barbiere, un becchino, un attore ed un professore di matematica), sono quindi quattro figure che non riescono più a dare agli altri quello che si può per ricevere dagli altri e per stare con gli altri. Sono “ultrapersonaggi” solo nello spazio e nel momento in cui si giocano i propri fallimenti e non possono mentire, ma sono “metateatrali”: due disegni nello spettacolo lasciano intendere che forse, usciti nella metropoli, si perderebbero, non esisterebbero più. Perderebbero identità ed individualità, sarebbero costretti a nascondersi dalle frustrazioni, da sé come dagli altri. 

 

I.G.: Perché hai scelto di tradurre testi catalani? Cosa in questa lingua e in questo teatro ti ha coinvolto?

Enrico Ianniello: Con Pau Mirò c’è un’amicizia profonda. Il suo è un modo di scrivere tradizionale alimentato da un vento di modernità. Quello che stupisce è che ci siano in scena pochi personaggi, non molti exploit drammaturgici, ma che lo spettatore venga coinvolto dall’equilibrio del gioco teatrale. Come per “Piove a Barcellona” (nel mio riadattamento “Chiòve”) ho scelto di tradurre il testo in napoletano. Perché i testi di Mirò sembrano testi napoletani concepiti con una sensibilità europea. Vivo a Barcellona da dieci anni e la lingua mi ha interessato subito perché noi napoletani siamo stati fortemente influenzati dalla dominazione spagnola e sia a livello fonico che affettivo ho sentito molto la vicinanza al catalano. Ho scoperto che molte parole del napoletano antico, le parole di mia nonna, sono presenti nella lingua di mio figlio. Questo scambio linguistico transgenerazionale mi affascina molto.

 

I.G.: Hai esperienza nel Teatro, nel Cinema e con la fiction. Quali differenze ravvisi tra questi luoghi della recitazione?

Enrico Ianniello: A teatro si ha un tempo lungo per la riflessione sul testo. Due ore di spettacolo, un tempo quindi condensatissimo, necessitano mesi di preparazione. Più o meno come nel Cinema. La televisione è completamente differente: in sette mesi devi produrre venti ore di spettacolo, per questo occorre appoggiarti all’esperienza del teatro, perché hai un orecchio per i tempi, per la musicalità della recitazione.

 

I.G.: A proposito di musica: mi torna in mente la lettera di Quirino a Giovanni Sebastiano Bach. La musicalità della scrittura e della recitazione ti appartengono.

Enrico Ianniello: La musica aiuta a fissare la forma, certo. Ragioni su una scena e cerchi di evitare che sia sporcata da una quotidianità che rischierebbe di renderla sciapita. Pensa alla musicalità di Eduardo, o a quello di Massimo Troisi: sono “leggeri”, ma non superficiali. Riescono a comunicare anche a livello fonico. Riflettere “musicalmente” su un testo porta l’attore a fare nuove scoperte, anche su se stesso.

 

I.G.: Sei il Commissario Nappi nella fortunata fiction Rai “Un passo dal cielo”. C’è un aspetto che coinvolge anche nel tuo romanzo: le tue origini sono proposte sempre con dignità e con una grazia che allontanano dal luogo comune e dallo stereotipo del “napoletano”. Puoi parlarci di come hai costruito questo personaggio?

Enrico Ianniello: Purtroppo noi stessi abbiamo creato lo stereotipo del napoletano arrogante, camorrista e sbruffone. La mia proposta è quella di un personaggio consapevole delle proprie origini forti, un personaggio che crede nella serietà sul lavoro. Ovviamente quella che propongo è l’immagine di un napoletano che deve “nascere”, cercando di ridare valore alla cultura napoletana. I nostri grandi artisti sono sempre stati profondi e seri, con una moralità. Eduardo, Totò, Massimo Troisi (per fare dei nomi, ma ce ne sono tanti), erano tutt’altro che superficiali, con una personalità ed una consapevolezza della propria cultura. Forse bisognerebbe fare come Cecòf e Isidoro: ri-immaginare, ri-pensare a Napoli, ri-costruendo.

 

I.G.: Un aspetto fondamentale nel tuo lavoro, a Teatro come nel tuo romanzo, è il senso della sacralità della vita, la “grazia” di Isidoro è la grazia di chi vuole incontrare gli altri.

Enrico Ianniello: Il Teatro è un luogo che attraversa il sacro ed il profano continuamente. Se il sacro è ciò che appartiene agli dei ed il profano ciò che è ad uso degli uomini, io credo nella necessità di un equilibrio tra queste due tensioni: il sacro deve potersi proiettare nel profano e viceversa. Se questo scambio si avverte anche nella storia di Isidoro sono molto contento.

 

I.G.: Progetti futuri?

Enrico Ianniello: Il 16 aprile uscirà nelle sale il nuovo film di Nanni Moretti dove ho un ruolo importante. È in cantiere il progetto di fare diventare “I Giocatori” un film. Sto lavorando su “Di questa vita menzognera” di Giuseppe Montesano che diventerà uno spettacolo dal titolo “Eternapoli”. Forse gireremo la quarta stagione di “Un passo dal cielo”, visto il riscontro positivo con il pubblico. Intanto continuiamo a portare “I Giocatori” a Roma ed a Messina e presenterò ancora “La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin“.

 

Written by Irene Gianeselli

 

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