“Non è stagione” di Antonio Manzini: le ombre del passato ci inseguono per colpire dove è più doloroso

“Non è stagione” di Antonio Manzini: le ombre del passato ci inseguono per colpire dove è più doloroso

Feb 4, 2015

“Una volta tanto, poteva anche sorridere. La vita poteva anche sorridere. E Rocco lo fece alzando la testa al cielo”.

 

Non è stagione

Dopo “Pista nera” e “La costola di Adamo”, torna Antonio Manzini con il terzo romanzo della serie dedicata al vicequestore Rocco Schiavone, operativo da nove mesi nella città di Aosta. Sellerio Editore propone, fresco di stampa nel gennaio 2015, “Non è stagione”, un noir tutto italiano capace di contrastare l’ascesa dei gialli svedesi che sembrano andare per la maggiore. Si tratta di una storia in grado di coniugare il crimine ad una profonda analisi dei personaggi, dove vittime e carnefici ispirano note dolenti, ma anche genuine risate.

Il ritratto del protagonista risulta complesso e lento da metabolizzare. Nonostante si tratti di un genere poliziesco, l’introspezione di Rocco Schiavone si rivela molto marcata e ben articolata. Il passato che lo imprigiona fa sì che si delinei una storia parallela all’inchiesta, in cui si dipana la storia principale.

Schiavone è un personaggio tormentato, dolorosamente legato ad una vita che ormai non gli appartiene, intemperante e dai modi poco ortodossi. Egli viene trasferito, per motivi disciplinari, da Roma alla fredda Aosta, a dirigere le operazioni fra le quattro mura di una questura di montagna.

La “punizione” inflittagli viene vissuta come un debito non riscattato, una ferita condannata a riaprirsi, che gli impedisce di gioire fino in fondo, anche quando un’indagine che gli sta particolarmente a cuore gli permette di salvare una vita. In lui alberga una zona oscura, pronta come uno spettro a ricordargli che la vita non potrà mai sorridergli.

Il “ruvido” vicequestore odia lo sci e la montagna, e proprio non si capacita di come possa ad Aosta, città così diversa da Roma, nevicare anche a maggio. Indossa loden e scarponcini rigorosamente Clarks, incapace di cedere alle abitudini di indossare un abbigliamento più propriamente invernale. Di prima mattina ama concedersi uno spinello, e non si cura dei divieti. Sua moglie Marina è morta da sei anni, ma lui continua a parlarle e a sentirla presente. Tutte queste caratteristiche lo rendono peculiare, differenziandolo dai tanti commissari di polizia che imperversano in campo letterario.

Antonio Manzini

Rocco Schiavone ingaggia una rocambolesca lotta contro il tempo per salvare la vita a Chiara Berguet, la figlia diciottenne di una ricca famiglia di industriali, rapita e abbandonata in un luogo impervio e sconosciuto. Ma far luce su quanto è accaduto non sarà facile, poiché la storia della famiglia Berguet s’intreccia a legami insospettati con la malavita organizzata, a delitti efferati e a diabolici piani di estorsione.

Arrivata a metà della lettura, mi pareva già di avere capito tutto e, pur trovando molto interessante il personaggio di Schiavone, credevo di avere individuato i responsabili e il finale della storia. Devo dire che mi sbagliavo. La seconda parte riserva alcuni “assi nella manica” che stupiscono per la loro imprevedibilità.

Il rapporto che vige fra Schiavone e i suoi sottoposti, ricorda un po’ il clima che si respira negli episodi del commissario Montalbano. Quel vincolo scherzoso che lo lega agli agenti che lo affiancano nelle indagini; il rapporto di scherno che si viene a creare col medico legale, dove ci si prende gioco l’uno dell’altro; il personaggio del poliziotto maldestro e pasticcione, al quale vengono dati incarichi marginali proprio per la sua inettitudine, sono caratteristiche che abbiamo incontrato anche nei libri di Camilleri.

Nonostante questo, l’opera è pervasa da un forte senso dell’ironia che la rende molto piacevole; i dialoghi sono freschi, si servono di una prosa essenziale, scevra di ogni orpello. Interessante anche il sistema di scandire le fasi dell’indagine; il fatto che di volta in volta il vicequestore Rocco Schiavone impartisca ordini precisi ai compagni, rende questa storia molto simile ad un film d’azione. Non a caso, Antonio Manzini, che è nato a Roma nel 1964, è regista, attore e sceneggiatore. Chi meglio di lui avrebbe potuto dare un “taglio cinematografico” agli eventi?

 

Written by Cristina Biolcati

 

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