“Non sono + mia” di Maria Marchesi: un’autrice senza volto, senza passato, senza identità

“Non sono + mia” di Maria Marchesi: un’autrice senza volto, senza passato, senza identità

Gen 3, 2015

“Avrei dovuto fare la puttana. / Mi sarei divertita e avrei guadagnato.
E il magnaccio te l’avrebbe permesso? / Le puttane non appartengono a Dio.”

Non sono + mia

Chi sia Maria Marchesi se lo sono già domandato in tanti prima di questo momento: premio Viareggio 2004 per la poesia, nessuno ritira in verità il premio, né si farà, alcuno, portavoce. Le parole però ci sono, le odi, le sillogi, e vengono alla luce, nella stampa, due libri: “L’occhio dell’ala”, per Lepisma nel 2003 (che appunto vincerà il premio) e due anni dopo “Evitare il contatto con la Luce” sempre per Lepisma editore.

Eppure. […] È lì che trovo / una bambola lercia e scucita ormai, / un piccolo alveare le cui api parlano / la mia lingua, e un cespo di rose canine / che profumano senza secondi fini.Ma partiamo dal principio, anni addietro, durante i quali in seguito al manifestarsi di una depressione, la poetessa – che ricordiamo avere ancora milioni di parole sparse tra i suoi cassetti –  la prima volta si fa ricoverare spontaneamente; successivamente invece andrà in maniera diversa, iniziano così, anche per lei, le vicende presso gli ospedali psichiatrici.

Gran parte dei suoi scritti fa riferimento proprio a quei cicli, a quel susseguirsi di giorni e violenza, di pastiglie e umiliazioni, menomazioni dell’anima. “Non sono più mia” raccoglie anche inediti incerti di dubbia provenienza ma non di dubbia poeticità. Le parole vibrano “Non sono più mia ormai e vorrei sbaraccare, / portarmi dietro le cose invisibili / che sono i pensieri però ancora intatti“; le immagini che proiettano le sue parole sono crude, vivono in latrine, non possono mai prendere il volo.

E quando finalmente, nel 1999, la sanità grazie alla legge Basaglia porta a termine la chiusura di tutti i manicomi, si respira sollevati: le violenze sui malati si possono dire definitivamente cessate.

Lo mostra Maria Marchesi, attraverso le lenzuola che solleva, fatte di parole macchiate di sangue, di dita nel culo di dottori più malati che sani, di tv, di sperma, di dolore, di lacci emostatici che non arrestano però la linfa di parole di cui è straripante. La poesia, con la Marchesi, non necessita di traduzioni; le parole sono impresse sulla carta già intrise del suo più profondo significato, e lasciano baffi e sgualciture, che costringono alla rilettura: leggerla una volta sola non basterebbe mai.

L’editore, nel rendere omaggio a una leggenda, compie un viaggio – dentro a se stessa e dentro ogni lettore rapito dalla Marchesi – e ne compie uno a latere, alla ricerca mai affranta di una vera identità che incarni in tutto e per tutto le liriche qui raccolte. Chi è dunque la Marchesi, quale passato cela, perché scrive, ha figli, ha un’omonima? Che cosa importa, di tutto questo, se a noi restano comunque le odi finalmente raccolte e date alla stampa in “Non sono più mia”?

Ora è nostra.

E io sono grata di aver letto tra i primi, nuove e vecchie parole, storie vere e non, fino a confondermi. Anche tu vuoi confonderti? Soprattutto:

Ma tu sei vivo?

 

Written by Daniela Montanari  

 

One comment

  1. clelia pierangela pieri /

    grazie
    c.

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