Intervista di Daniela Montanari ad Alberto Calligaris, autore di “Ogni cosa che tocco è un’astronave”

Intervista di Daniela Montanari ad Alberto Calligaris, autore di “Ogni cosa che tocco è un’astronave”

Nov 26, 2014

Alberto Calligaris vive in Cornovaglia – almeno così pare – ha tra i quaranta e i cinquant’anni, forse fa il giardiniere o forse coltiva fiori tra un libro e un altro, tra una poesia e un’altra.

Non ama parlare né far parlare di sé eppure è molto disponibile se si tratta dei suoi libri.

Ha un umorismo inglese, che non deriva da dove vive ma fa parte sicuramente del suo modo di essere e tutto quello che viene in mente di lui, leggendolo, è fortemente sbagliato: perché lui in realtà è diverso!

A parte essere un ex cavaliere della tavola rotonda, ha una scrittura tenso-umoristica, fragile ma indissolubile, turpe ma ordinata.

Alberto Calligaris è stato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande sul suo libro “Ogni cosa che tocco è un’astronave“.

Buona lettura!

 

D.M.: Grazie Alberto per la tua disponibilità e per il tempo che ci dedichi. Ho letto alcuni articoli su di te e sono terrorizzata all’idea di ricevere rispostacce, quindi vedrò di non farti domandacce. Ti sembra una buona partenza?

Alberto Calligaris: Cappuccetto Rosso sa perfettamente che nel letto non c’è la nonna ma il lupo travestito da nonna. Ed è proprio per questo che gli fa un mucchio di domande, per capire cosa si prova ad essere mangiata dal lupo. Il fatto che poi il lupo venga ucciso dal taglialegna dimostra il fatto che è il lupo ad essere come sempre la vittima dei media, mentre la mattina dopo Cappuccetto Rosso è di nuovo nel bosco a far finta di raccogliere fiori.

 

D.M.: La scelta di parlare di te e della tua visione del mondo attraverso un personaggio femminile – Sara – ti ha dato la possibilità di sperimentarti oppure il tuo racconto è dedicato in particolare a una persona?

Alberto Calligaris: L’unico problema è che il mio lato femminile è occupato da una lesbica motociclista con i capelli alla MacGyver, non da Jane Eyre.

 

D.M.: Molti dettagli sono scritti in chiave volgare, dove per volgare si intende quanto più di etimologico si possa sperimentare. È certamente un modo immediato di farsi capire, di mostrare il senso di una scena comprensibile a chiunque, e siamo – penso tutti – d’accordo, nel dire che la vera volgarità è l’essere analfabeta. Ma sono molto rapita dall’immagine di come tu riesca ad alternare poesia – tratti che io trovo davvero molto poetici –  a linguaggi popolareschi. Tecnica o intenzione?

Alberto Calligaris: Esattamente questa stessa domanda è stata rivolta a Dante quando dopo aver pubblicato la Divina Commedia, andarono a chiedergli spiegazioni riguardo il canto XVII dell’Inferno, dove per l’appunto descrive Taide come «puttana [… ] che là si graffia con le unghie merdose». Questo per citare uno degli svariati casi in cui Dante scrive volgarità in volgare. Chiaramente Dante sceglie di usare volgarità all’Inferno, non in Paradiso. Allo stesso modo, nel momento in cui l’umanità uscirà dall’Inferno in cui si trova, il mio linguaggio si adatterà al nuovo sistema usando la consona terminologia referenziale e preferenziale.

 

D.M.: La scelta, come metafora, di dedicare parte del racconto a Sylvia Plath rende chiara la similitudine di entrambi per le piante, i fiori e gli alberi. Invece tu cosa ammiri, che noi non abbiamo visto o letto, nella poetessa statunitense?

Alberto Calligaris: Cosa ammiro in Sylvia Plath. La prosa nei diari. C’è una bellezza e un’intensità che obbliga il lettore a distogliere lo sguardo dalla parola come fosse la luce del sole, non siamo abituati a tale perfezione. E poi il suicidio. Poteva scegliere stricnina in un bar, o barbiturici a letto, o le rotaie di un treno. Ha scelto di farsi trovare con la testa dentro un forno, carponi. Avevo avuto anche io la stessa idea ma il suo gesto è così emblematico che adesso devo trovare un altro modo per suicidarmi ed essere ricordato, tipo toccare le tette alla Sfinge e poi chiudere gli occhi.

 

D.M.: Sara e il suo amore per i libri, il suo bisogno di esplorare il mondo, di cambiarlo – e in meglio – ti somiglia?

Alberto Calligaris: La protagonista del mio libro è una giovane donna che scopre che la sofferenza non insegna nulla e la felicità non insegna nulla. L’umanità inciampa sempre nello stesso dolore e si aggrappa sempre allo stesso piacere. L’esperienza serve solo a comprendere che non esiste soluzione, ma nemmeno contraddizione. Sara comprende che non esistono categorie, giusto o sbagliato, destra o sinistra, dolore o piacere. Esistono contemporaneamente. Bisogna mescolare i colori, il verde non sarebbe mai stato inventato se qualcuno non avesse mescolato il blu con il giallo. Nello stesso modo bisogna mescolare giusto e sbagliato, destra e sinistra, smettere di trovare la strada per tornare a casa.

 

D.M.: Se mi dicessero “ok, adesso parla tu, raccontaci com’è questo Calligaris, che idea ti sei fatta di lui” probabilmente direi questo: Amante della solitudine, pochi amici uomini ma buoni, non ha ancora trovato una donna come intende lui (ma nel frattempo non se ne sta con le mani in mano, ovviamente). Ama davvero curare le piante, e mentre lo fa, pensa a cosa scrivere e a come scrivere. È diretto, poco galante ma educato, non conosce la noia, si sballa di ragionamenti sul senso della vita. Perbacco, dev’essere caduta la linea, sto parlando da sola…  tu tuuuuuuu tu tuuuuuuuu

Alberto Calligaris: Non capisci chi sono dai miei libri. Io uso le parole per scomparire, per diventare foglie, foresta, sfondo contro il quale altri appaiono. Tu leggi Leopardi e per quello che racconta immagini che sia un giocatore di rugby da cento chili che fa tremare la terra sotto i tuoi piedi mentre ti sta arrivando addosso. Per cui se cerchi di risalire a me da quello che scrivo molto probabilmente sono una signora di mezz’età che ha smesso di lavorare anni fa come prostituta e adesso possiede un bordello a Soho, e nelle notti di luna piena canta Marlene Dietrich sui tetti dell’Apollo Theatre.

 

D.M.: È tornata la connessione, stavamo dicendo, non ami parlare di te ed è evidente che scrivi anzitutto per te stesso, eppure ti sarà chiaro che creando dei lettori, qualcuno poi s’interesserà anche a chi c’è dietro le tue storie, no?

Alberto Calligaris: Non scrivo per me stesso, scrivo solo per denaro. Non ho altre motivazioni. Ok, vuoi sapere chi c’è dietro alle mie storie. La verità quindi. La verità è che non canto Marlene Dietrich. Ma per citare Leonard Cohen direi le stesse cose di me che lui ha detto di sé.

“He’s a sportsman and a shepherd/ he’s a lazy bastard /living in a suit”

 

Written by Daniela Montanari 

 

 

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