Life After Death: l’intervista allo scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft

Life After Death: l’intervista allo scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft

Ott 29, 2014

«Ritengo che la cosa più misericordiosa al mondo sia la capacità della mente umana a mettere in correlazione tutti i suoi contenuti. Viviamo su una placida isola d’ignoranza nel mezzo del nero mare dell’infinito, e non era destino che navigassimo lontano. Le scienze, ciascuna tesa nella propria direzione, ci hanno finora nuociuto ben poco; ma, un giorno, la connessione di conoscenze disgiunte aprirà visioni talmente terrificanti della realtà, e della nostra spaventosa posizione in essa che, o diventeremo pazzi per la rivelazione, o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza del Medioevo» (H.P. Lovecraft, Il richiamo di Cthulhu, traduzione a cura di Gianni Pilo, Newton Compton, 1994).

«Ma la smetti di leggere quel libro come se fosse la Bibbia?», mi dice Veronica che sta davanti a me con le braccia conserte.

«Oh, Vere, tu non puoi capire. Lovecraft era un genio, a suo modo».

«Sì, hai ragione, a suo modo era davvero un genio… Ma ti rendi conto di quello che dici? Uno che parla di libretti fatti di pelle umana? Ma uno come lui dovrebbe essere un pazzo visionario!», sorride in quel suo modo saccente.

«Primo, stai parlando del Necronomicon, e secondo ti ripeto che lui non è un pazzo. Ci vuole una bella fantasia per inventare certi particolari, quella che oggigiorno manca», le dico esasperata. Non so quante volte abbiamo affrontato la discussione, ma non siamo mai arrivate a un punto in comune. Lei è troppo legata a quelle sue idee strampalate sulla letteratura.

«Bene, mi pare di capire che siamo punto e a capo. Mi sa che avremo sempre opinioni differenti in merito. Ora devo uscire, ne parleremo al mio ritorno».

«Sempre se ne parleremo. Non mi piace discorrere con persone che hanno solo un punto di vista e non sanno guardare al di là del proprio naso», le rispondo decisa.

«Fai un po’ come ti pare», ed esce noncurante dalla stanza. Si arrangiasse… speriamo che arrivi presto novembre, giacché ne ho abbastanza di condividere la mia stanza con questa qua, penso sconfortata e intanto ritorno a leggere.

Il silenzio scende all’improvviso… Non un rumore si sente per strada, né una voce appena soffusa. Fuori è buio.

Ma che ore sono? Mi domando perplessa, pensando di avere letto un po’ troppo e di essere stata lì per un bel po’. Mezzanotte… Tutto ciò sta diventando un po’ inquietante, quando percepisco una flebile voce nella stanza, e ormai sono in preda al panico.

«Non avere paura. Lo so che la situazione, ehm, è un po’ imbarazzante, ma se solo mi ascoltasse mi farebbe un grande favore. Ho bisogno di parlare con qualcuno».

«Ma tu chi sei? Che cosa vuoi da me?», gli chiedo cercando di farmi coraggio.

«Sono la stessa persona che ha scritto quel libro che hai in  mano», e mentre dice queste parole, si materializza davanti a me.

«Lei è Howard Phillips Lovecraft?»

«Più morto che vivo, ma si sono io e ho bisogno di parlare con qualcuno, altrimenti Cthulhu potrebbe arrabbiarsi», ride divertito da quella sua battuta insensata.

«Posso farle delle domande se vuole, ma mi conceda di farle leggere anche ai lettori di Oubliette Magazine».

«Come desidera, l’importante è che parli con qualcuno. Mi sento così solo».

E così, cari lettori, vi ho spiegato com’è nata questa nuova intervista per Life After Death, che ben si accorda alle atmosfere di Halloween, sebbene io sia per il Samhain. Ma, tant’è! Buona lettura.

 

M.D.T.: Signor Lovecraft, sono tante le domande che vorrei farle, ma mi rendo conto che il tempo è poco. Pertanto le chiedo fin da subito com’è nata la sua passione per la scrittura e qual è la sua opera alla quale tiene di più?

Howard Phillip Lovecraft: La mia vita non è stata per nulla facile, ho avuto un’infanzia caratterizzata dai problemi di mio padre, il quale aveva riscontrato una psicosi acuta in un hotel di Chicago mentre era in un viaggio di affari. Per farla breve, lo ricoverarono al Butler Hospital di Chicago, e lì rimase per tutta la sua vita; morì quando io avevo solo otto anni. In quel momento che cosa potevo fare? Inutile dire che l’episodio mi ha segnato profondamente. Sono cresciuto, dunque, con mia madre e le mie due zie, ma la persona alla quale sarò per sempre affezionato è mio nonno il quale era appassionato di letteratura gotica. Infatti, è stato lui a incoraggiarmi a leggere, poiché mi fornì libri di fiabe come quelle dei fratelli Grimm e Le mille e una notte, che è stato molto importante per me giacché dallo stesso ho preso spunto per creare la figura allucinata di Abdul Alhazred e del Necronomicon. Ma di sicuro sono stati gli scritti di Edgar Allan Poe, Jules Verne e Herbert George Wells a influire sulla mia scrittura, poiché grazie a loro mi sono interessato all’insolito, alla chimica e all’astronomia. Quanto alle opere che preferisco? Be’, in realtà, sono molto affezionato all’intero Ciclo di Cthulhu, anche perché rappresenta la parte più importante della mia intera produzione. Sebbene questo termine sia stato creato da August William Derleth dopo la mia morte, credo che rappresenti al meglio il leitmotiv dell’intera creazione dedicata alle divinità blasfeme e di natura cosmica. Potrei citarle La città senza nome, che ho scritto nel 1921, oppure Il richiamo di Cthulhu (giugno, 1926), o ancora Storia del Necronomicon del 1927, e Alle montagne della follia, un romanzo scritto nel 1927.

 

M.D.T.: Al di là della prosa, quali sono gli elementi che uniscono la sua intera produzione e perché?

Howard Phillip Lovecraft: Le dirò che la mia intera produzione è unita dalla rivolta contro le costrizioni della ragione, ma ciò non basterebbe a spiegare il motivo per cui ho scritto i miei romanzi e racconti. In realtà la mia prosa è ricca di simbolismo, in particolare quello odioso e malsano. Così, parlo di divinità blasfeme, dall’aspetto disgustoso, e ancora il fascino delle tenebre e degli abissi, ma anche i rituali orridi che rivelano i lati oscuri dell’animo umano. Tutto ciò per esprimere il mio disagio nei confronti dell’uomo e delle sue pulsioni nascoste, le sue passioni più celate e, in generale, la sua vita fatta anche di rinunce e da una voglia malsana di riscatto. Mi rendo conto che non è sempre facile leggere fra le righe dei miei componimenti, e solo il lettore più attento può trovare le spiegazioni che cerca. Non è stato semplice coltivare la mia passione per la scrittura, infatti, all’inizio i miei racconti venivano per lo più respinti dal Weird Tales, un mensile di storie dell’orrido che prevedeva compensi piuttosto bassi in America. Tuttavia, non mi sono perso d’animo e ho proseguito seguendo la mia volontà, ho persino fatto da ghostwriter. Ma se devo dirle la verità, è stata la mia infanzia a incidere indelebilmente nella mia produzione, che mi ha causato non pochi problemi durante la mia adolescenza e nell’età adulta. L’unico modo che ho trovato per espiare quello strano stato di oppressione è stato costruire un intero mondo orripilante di creature strane e semi-divine, come appunto Cthulhu che si trova in uno stato di abbandono in un sonno simile alla morte e aspetta solo una congiunzione astrale favorevole affinché possa risvegliarsi dal suo lungo torpore. A lui è attribuito il Necronomicon, un testo di magia nera redatto dallo stregone arabo Abdul Alhazred, vissuto in Yemen nell’VIII secolo.

 

M.D.T.: Molte persone hanno creduto che questo libro esistesse davvero, e alcune ancora credono che ci sia qualche fondamento. Può dirci com’è nato il famoso manoscritto, che ha inciso persino sull’industria culturale?

Howard Phillip Lovecraft: Tanto per iniziare, dovrei dire che la mia narrativa è caratterizzata dall’«Orrore cosmico», come ho avuto modo di spiegare già in passato, quando ero in vita. In realtà, tutto nasce dalla mia riflessione sull’uomo, il quale è tranquillo e sicuro di sé solo se vive delle sue certezze. Tuttavia, la nostra esistenza è rappresentata anche dalle cose immanenti e non facilmente riconoscibili, pertanto l’uomo non riesce ad affrontarle dunque si muove con passo incerto nella società. Sono queste le riflessioni che mi hanno portato a inventare il Necronomicon, che è uno «pseudobiblium», in altre parole un libro che non è mai stato scritto, ma che viene citato continuamente come se fosse vero. Perfino alcuni scrittori del mio tempo hanno creduto che fosse vero, non hanno pensato a uno scherzo che avevo architettato con la mia abilità. Infatti, hanno cominciato a citarlo nei loro racconti horror o fantascientifici. Non può capire il mio disagio, soprattutto quando i miei fan iniziarono a credere che tutto fosse vero, e che quindi volevano vedere questo fantomatico libro. Per avvalorare la mia tesi sulla presunta esistenza di questo grimorio – perché, appunto, sto parlando di magia nera – mi servii di una lettera in cui sostenni che era vero e che il libro mi era apparso in sogno. La sua etimologia è: La descrizione delle Leggi dei Morti (o che governano i Morti), e deriva dalle tre parole greche nekros (cadavere), nomos (legge) ed eikon (immagine, descrizione).

 

M.D.T.: La storia di questo libro è molto affascinante, per questo motivo i suoi romanzi hanno ancora un notevole seguito. D’altra parte ci fa comprendere come l’uomo abbia il desiderio di superare i suoi limiti, un argomento che ha interessato diversi scrittori. Può spiegarci quest’ultimo punto? Lei che cosa ne pensa?

Howard Phillip Lovecraft: Paradossalmente penso che l’uomo sia più sicuro quando vive nella sua ignoranza di conoscere le cose, in questo caso non parlo di educazione ma di nozioni che potrebbero essergli utili per accrescere la sua posizione sociale. Nelle mie opere penso che la conoscenza sia fonte di terrore, giacché solo chi conosce anche le cose più oscure, e perciò non facilmente comprensibili, trascende i suoi limiti e può coglierne gli orrori. Solo quando la scienza avrà unificato le varie parti del sapere, accadrà ai nostri occhi una visione talmente terrificante della realtà e del nostro ruolo in essa, che come unico scampo potremo avere soltanto l’annullamento mentale o il ritorno a un’era d’ignoranza. D’altronde lo dichiaro anche nel prologo di quel libro che stava leggendo, Il richiamo di Cthulhu.

 

M.D.T.: Il tempo a nostra disposizione è poco e mi dispiace, tuttavia mi sarebbe piaciuto approfondire di più i temi che hanno determinato le sue opere. Tuttavia, sarei felice se ci lasciasse con una sua citazione, o, perché no, magari anche una poesia giacché lei si è occupato anche di questa parte della letteratura.

Howard Phillip Lovecraft: Il tempo non è mai troppo quando si parla di argomenti che c’interessano, ma cercherò di rispondere a questa sua richiesta. Per l’occasione le riporterò i versi di Psychopompos: «Io son colui che urla nella notte; Io son colui che geme nella neve; Io son colui che mai vide la luce; Io son colui che ascende dall’abisso. E il mio cocchio è il cocchio della Morte, Le mie ali son ali di paura, Il mio respiro è il soffio del maestrale. E le mie prede sono i freddi morti». Tuttavia, anche questi versi sono per me rappresentativi (sono tratti da L’antico sentiero): «Non c’era nessuna mano a trattenermi. La notte in cui trovai l’antico sentiero. Sulla collina, e mi sforzai di vedere. I campi che tormentano i miei ricordi. Quell’albero, quel muro: li conoscevo bene. E ogni tetto, ogni frutteto, aveva ai miei occhi l’aspetto familiare di un passato non lontano».

 

Written by Maila Daniela Tritto

 

 

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