L’olio di palma: grassi saturi e deforestazione selvaggia della foresta pluviale asiatica

L’olio di palma: grassi saturi e deforestazione selvaggia della foresta pluviale asiatica

Ott 28, 2014

Numerosi siti Internet presentano informazioni sull’olio di palma, ormai adoperato ovunque, nell’alimentazione ma non solo, discussioni sui pro e i contro e proteste nei confronti delle marche che l’adoperano. Ma in quanti sono a conoscenza dei danni sull’ecosistema che l’utilizzo dell’olio di palma provoca?

Innanzitutto vediamo quali sono i pro e quali i contro, in ambito nutrizionale, di questo olio. La principale caratteristica negativa dell’olio di palma consiste nel suo elevato contenuto di grassi saturi. Questi fanno sì che l’olio risulti semi-solido a temperatura ambiente mentre si liquefà completamente ad alte temperature.

Ne abbiamo un esempio con la Nutella: molti di voi avranno probabilmente trovato in rete quel video in cui si sperimentava la reazione della nota crema di nocciola spalmabile che lasciata al sole si liquefaceva quasi totalmente conservando una piccola parte, l’effettiva crema di nocciola, nel fondo.

Ma questo non è l’unico prodotto contenente olio di palma: provate a controllare gli ingredienti di ciò che acquistate quotidianamente, lo troverete in biscotti, merendine, sfoglie per la preparazione di torte salate, in alcuni tipi di margarina, cibo per animali e tanto altro. Per non parlare poi dei cosmetici, delle candele, dei detersivi e dei carburanti, i quali per legge devono contenere una parte di bio-carburante. E non fatevi ingannare dalla dicitura oli o grassi vegetali, si tratta sempre di olio di palma.

Parlando della salute delle persone pare che gli acidi grassi saturi contenuti nell’olio di palma possano portare problemi a livello cardiovascolare ma le quantità assunte dovrebbero essere molto elevate, tanto che ad essere più dannosi sono certamente i grassi contenuti nelle carni, anche queste da assumere con cautela.

Negli ultimi dieci anni l’utilizzo nel mondo di questo olio è raddoppiato ed in un primo momento questo è stato introdotto in sostituzione degli oli idrogenati. Sostituirlo con altri tipi di olio pare non sia semplice. L’Italia importa ogni anno circa 200.000 tonnellate di olio di palma e l’80% di queste vengono adoperate nell’industria agroalimentare.

Probabilmente molti di voi erano già a conoscenza di queste informazioni ma vi siete mai chiesti dove questo olio venga prodotto e se eventualmente vi siano danni nel nostro ecosistema?

Cominciamo col dire che quasi il totale delle piantagioni di palme da olio, pianta originaria dell’Africa Occidentale, si trovano nel Sud-Est Asiatico, in particolare Indonesia e Malesia. L’Asia è il principale consumatore di questa sostanza. La richiesta dell’olio ottenuto dai frutti di questo vegetale è quotidianamente in crescita e gli spazi per la coltivazione non sono sufficienti. Per questo motivo ogni ora viene rasa al suolo un’area che potrebbe contenere 300 campi di calcio. Si tratta della foresta pluviale, uno degli ecosistemi più importanti e ricchi del nostro pianeta che ospita oltre 23.000 specie vegetali e ben 300.000 specie animali.

La situazione è allarmante, si stima che, di questo passo, entro il 2022, tra soli 8 anni, solo il 2% di questa foresta sarà ancora presente. Di conseguenza scompariranno con essa tutte le specie animali che l’abitano ed in particolare sono a rischio estinzione l’orso malese, la tigre di Sumatra, l’orango del Borneo, la scimmia nasica , il leopardo nebuloso, l’elefante pigmeo e il rinoceronte di Sumatra.

Per fare un esempio concreto negli ultimi venti anni sono morti circa 50.000 esemplari di orango, uno degli animali più importanti per la foresta poiché responsabile della diffusione dei semi al suo interno. Per i coltivatori di palma da olio l’orango del Borneo rappresenta una minaccia in quanto tenta di cibarsi delle sue foglie, così questi mammiferi vengono uccisi in modo diretto o durante la deforestazione, vengono rivenduti clandestinamente come animali domestici o ancora vengono allontanati ponendo ai confini della coltivazioni dei cadaveri che facciano loro capire che in quella zona c’è un pericolo.

Ora penserete che il miglior modo di agire contro tutto questo sia il non utilizzare i prodotti contenenti questo olio ma non è così. Prima di tutto sarebbe sufficiente che i coltivatori adoperassero delle tecniche meno invasive e più controllate che scongiurassero quindi gli incendi inutili e l’accesso facilitato ad ogni zona della foresta da parte dei bracconieri.

Ciò che invece possiamo fare tutti noi è diventare dei consumatori etici scegliendo solamente prodotti contenenti olio di palma sostenibile. Una parte dell’olio di palma infatti è olio certificato in quanto rispettoso di determinati standard richiesti perché venga definito tale. Sono numerosi ormai i marchi che hanno deciso di eliminare dai propri ingredienti l’olio di palma, come l’IKEA o di eliminare l’olio di palma non sostenibile, come la Ferrero, l’Unilever, la Mars, la P&G e altri.

Non tutti si sono adeguati e sono tanti i consumatori che con mail invocano un cambiamento in chi ancora non l’ha compiuto. Greenpeace e WWF sono tra i principali sostenitori dell’azione contro la distruzione delle foreste asiatiche e anche l’Unione Europea ha soppesato a dovere il problema imponendo a tutti i produttori di alimentari chiarezza nelle etichette relativamente all’utilizzo del tanto discusso olio di palma.

 

Written by Rebecca Mais

 

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Sito GreenPeace

 

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