“Arsenico e nuovi versetti” di Gabriella Montanari: le parole sono un gioco, come le pedine, le carte, i dadi, i veleni

“Arsenico e nuovi versetti” di Gabriella Montanari: le parole sono un gioco, come le pedine, le carte, i dadi, i veleni

Ott 15, 2014

“Se Aristotele avesse concluso che […] la poesia è il frutto della vita/ quella stronza avrebbe già avuto la sua risposta… se poi è l’uomo il soggetto che non vi aggrada/ basta dirlo/ al poeta gli si troverà qualcos’altro da fare”.

Arsenico e nuovi versetti” Concepire una critica geniale, straordinaria, non è possibile: sulla Montanari è già stato detto l’essenziale. Dell’invidia penis se ne dice anche nell’incipit di questa raccolta di poesia; del fatto che è una mascalzona letteraria si legge un po’ ovunque si parli di lei.

La chance mi fa tentare un colpo basso: immaginarla senza il caschetto alla “Valentina” di Crepax, una Gabriella Qualunque, senza penna, né pennello.

Senza mani. Che pensieri avrebbe o avrebbe avuto, tanto da spingerla a scrivere come lo fa oggi?

A dieci anni, è arrabbiata ma non sa con chi prendersela: il destino per lei è ancora una favola non letta. A quindici anni, potrebbe avercela con un padre dispotico, illiberale. E aggiungerebbe: purtroppo anche vivo.

A vent’anni o poco più, il bisogno di riscatto (ma ancora non sa perché, non ha i soldi, ha solo una pistola.) A trent’anni vorrebbe usarla quell’arma ma è troppo colta per fingere di sbagliare mira. Poi qualcosa all’orizzonte s’illumina, come un’alba: se avesse le mani, qui potrebbe abbozzare un primo verso che le grida da dentro “dove sei, madre? Perché non hai combattuto la tua battaglia, che sarebbe stata anche la mia?”.

E dopo i trenta la vita prende un corso, la penna scrive da sola, le tele si colorano nelle notti senza che si stia tanto a pensare quali colori usare e quindi poco si può dire dei suoi versi. Come di lei, di nessuno – per dignità – . Non si può giustificare un verso, dare a esso un peso, una misura.

L’incarico da cui trarre pienezza, è quello di comprendere chi c’è dietro le pieghe lasciate nelle pagine; perché una poeta (di cui il suffisso essa è finalmente sdoganato) invidia sì il pene dell’uomo e parla di cesso, o di scopare, non solo di cuore e albe e tramonti come da tradizione. Ciò che davvero importa è il sentimento autentico che si manifesta attraverso le calunnie; cos’è la timidezza – per esempio – se non la paura e insieme il desiderio stesso di essere finalmente considerati?

Gabriella Montanari qui, che sta ancora cercando il modo migliore per dire ciò che più le manca. Le parole sono un gioco, come le pedine, le carte, i dadi. Come i veleni. Il piacere – autentico – è saperli usare senza barare e senza esagerare. Soprattutto quando in bocca non resta nemmeno quel retrogusto come di mandorla amara: il veleno per eccellenza è insapore.

 

Gabriella Montanari è laureata in lettere moderne – Università di Bologna – è anche pittrice, scultrice e fotografa. Traduce autori di teatro e poeti francesi e americani, collabora con riviste letterarie, d’informazione e d’arte italiane e internazionali. Il suo esordio poetico nella raccolta “Oltraggio all’ipocrisia” edizioni Lepisma di Roma (marzo 2012). Vive e lavora tra Lugo di Romagna, Parigi e l’Africa.

 

Written by Daniela Montanari  

 

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