“Principi di traduzione esemplificati dalla traduzione della Bibbia” di Eugene A. Nida: i significati delle Scritture

“Principi di traduzione esemplificati dalla traduzione della Bibbia” di Eugene A. Nida: i significati delle Scritture

Ott 13, 2014

La Bibbia, il testo sacro della religione cristiana, è riconosciuta come uno dei testi letterari più tradotti al mondo. Scritta, originariamente, in lingua aramaica, in seguito, partendo dal secondo-terzo secolo a. C., è stata tradotta in lingua greca. Con l’invenzione della stampa fino ai giorni nostri, le Scritture sono state trasposte e revisionate in più di 1109 lingue, di cui duecentodieci comprendevano la traduzione dell’intera Bibbia, mentre duecentosettantuno il Nuovo Testamento.

Nonostante sia uno dei testi più tradotti al mondo, la traduzione delle Sacre Scritture non è alquanto semplice a causa dei numerosi problemi in cui i traduttori si sono imbattuti nel corso del tempo. Tuttavia, la traduzione del testo biblico rimane uno dei lavori più affascinanti e studiati nella storia della traduzione letteraria.

Problemi e Principi nella traduzione della Bibbia

L’attività di traduzione risulta, essenzialmente, un processo di tipo teorico, tuttavia, quando si tratta di tradurre opere storico-letterarie di importanza mondiale, come la Bibbia, vi è la possibilità di incorrere in problemi particolarmente complessi. Uno di questi problemi riguarda la traduzione di espressioni che indicano il “comportamento come descritto nel linguaggio”, come avviene quando si cerca di tradurre l’espressione “si batteva il petto” che in una lingua dell’Africa Centrale, la chokwe, significa “congratularsi”. Analogamente avviene quando si presenta “la ripetizione di costituenti” e nella “costruzione grammaticale basata sull’utilizzo di forme attive al posto di forme passive” e viceversa. Un problema particolarmente indicativo si ha quando si incontrano “descrizioni idiomatiche di prospettive” che si presentano quando si vuole esprimere un evento accaduto nel passato e/o nel futuro, poiché esistono culture che considerano un evento accaduto nel passato come “di fronte a sé”, mentre quelli futuri sono eventi “dietro di sé”.

La soluzione di questi problemi richiede la ricerca di risposte precise ed adeguate perché dagli esempi sopra specificati si deduce che non è possibile riprodurre correttamente le parole corrispondenti al messaggio senza che venga distorto il significato del testo. Per questo motivo è opportuno adattare la forma verbale della traduzione alle esigenze del problema comunicativo.

Quanto appena descritto porta il traduttore a stabilire principi di base che possono essere intrapresi durante le fasi di traduzione del testo biblico. Questi principi sono così raggruppati:

  1. Il linguaggio consiste in un insieme sistematicamente organizzato di simboli “orali-auricolari”, ossia il sistema di scrittura di qualsiasi lingua, riguardante il sistema simbolico dipendente, risponde alla forma “parlata-ascoltata” del linguaggio.
  2. Le associazioni tra i simboli e i referenti sono essenzialmente arbitrarie, comprendendo anche le forme onomatopeiche.
  3. La segmentazione dell’esperienza in simboli discorsivi è essenzialmente arbitraria, questo in quanto non esistono lingue che segmentano l’esperienza nello stesso modo, tanto che non può mai esistere una corrispondenza “termine a termine” pienamente dotata di senso.
  4. Due lingue non presentano mai sistemi identici di organizzazione dei simboli in espressioni dotate di senso, poiché ogni lingua presenta un sistema linguistico caratteristico.

Da questi principi è facile dedurre che “nessuna traduzione svolta in una qualsiasi lingua di arrivo può rispondere adeguatamente alle equivalenze espresse nella lingua di partenza, per cui ogni traduzione comporta la perdita, l’aggiunta e la deviazione delle informazioni.

Gli schemi comunicativi etnolinguistici

Esaminando gli elementi più semplici del processo di comunicazione e correlandoli all’intero contesto comunicativo, è possibile costruire uno “schema di comunicazione etnolinguistica” riferito alla traduzione della Sacra Bibbia. In questo schema abbiamo il Sorgente, o il parlante, un Messaggio che viene espresso secondo la struttura della lingua, un Recettore, o ricevente del messaggio, e, infine, vi è il Contesto, rappresentato dal quadrato esterno che contiene il messaggio di cui la lingua fa parte: non è, quindi, possibile considerare una determinata lingua come segnale linguistico se non viene messo in relazione con il contesto culturale nel suo insieme.

Fondamentalmente il traduttore della Bibbia ha il compito di ricostruire il processo comunicativo com’è espresso nel testo biblico, mediante l’utilizzo di un’esegesi ossia l’interpretazione di un brano secondo il rapporto che questo ha con il mondo odierno, non con la cultura biblica. Un caso particolare di esegesi lo si riscontra nell’uso di espressioni come “regno di Dio”, come specificato nel Vangelo di Luca, e “regno dei cieli”, espresso nel Vangelo di Matteo: possono avere lo stesso significato? Secondo la maggior parte degli studiosi della cultura biblica le due espressioni sono simili, ma allo stesso tempo si trovano pareri discordi. Per rispondere a quest’importante e interessante dibattito bisogna considerare i seguenti punti:

  1. La provenienza giudaica dell’autore del Vangelo di Matteo
  2. Evitamento giudaico di Yahweh, in sostituzione dell’espressione “regno dei cieli”;
  3. Sostituzione di Yahweh con termini come “cielo”, “potere” e “maestà”;
  4. La provenienza greco-romana dell’autore del Vangelo di Luca;
  5. Mancanza di un qualsiasi termine sostituivo per “regno di Dio” nella cultura greco-romana.

Analogamente questo processo di comunicazione viene osservato anche come modello di comunicazione a due lingue, in particolare l’inglese, riconosciuta come lingua scientifica della Bibbia. In questa prospettiva il traduttore della Bibbia in lingua inglese agisce, inizialmente, come R1, approssimandosi del suo ruolo come recettore del testo da tradurre. In seguito, si trasforma in S2, producendo il messaggio biblico in lingua inglese, in modo che un altro recettore possa reagire come ha reagito il recettore originale.

Nella traduzione della Bibbia in lingua inglese un traduttore deve essenzialmente porre la sua attenzione ad aspetti che riguardano:

  1. Il significato delle parole, poiché ci sono parole in inglese e in greco che hanno diverse corrispondenze, come ad esempio “love” viene usato per tradurre almeno quattro diverse parole greche, che, allo stesso tempo, possono corrispondere a significati come “piacere”, “apprezzare il valore di”, e così via.
  2. Le differenze tra tempo e aspetto verbali, poiché le espressioni temporali della lingua ebraica sono diverse rispetto a quelle della lingua greca, e non è semplice tradurle nella lingua inglese in seguito.
  3. La disposizione delle parole, che riguarda anche la costruzione di lunghe serie di sintagmi e proposizioni dipendenti.

In base a questo punto di vista, “il messaggio espresso nella lingua inglese è diverso da quello espresso nella lingua di origine.” l traduttore non solo esplora la lingua biblica e quella inglese, per cercare informazioni su come operare nella sua attività di traduttore, ma prova ad usare questi dati anche mediante l’uso di una terza lingua. La maggior parte dei traduttori plurilingue traduce un testo, in questo caso la Bibbia, “direttamente dall’originale”, sebbene ci siano casi in cui i traduttori preferiscono tradurre partendo dalla loro lingua madre. Il loro compito è comunicare il messaggio, (M1), della lingua originale adattandolo con l’utilizzo di termini adeguati nel messaggio, (M3), della terza lingua, ed evitando, in questo modo, possibili interferenze con la seconda lingua. Tuttavia, la maggior parte dei problemi nella traduzione plurilingue deriva dal fatto che queste lingue non hanno alcuna analogia con la storia, la cultura e la lingua biblica anche a causa della loro non appartenenza alla medesima famiglia linguistica.

Lo scopo della traduzione

Nel tradurre la Sacra Bibbia lo scopo non è comunicare informazioni di carattere esoterico che riguardano una diversa cultura, bensì di permettere al ricevente della traduzione di reagire al messaggio in maniera analoga a quella del lettore/ricevente del testo originale. Da questo punto di vista tradurre significa “produrre nella lingua di arrivo il più vicino equivalente naturale del messaggio della lingua d’origine, rispettando il significato delle parole e del contesto e le regole stilistiche.” Il termine “naturale” vuole indicare che le forme equivalenti non dovrebbero essere “straniere”, ossia la traduzione non dovrebbe rivelare la sua natura “non nativa”. Tuttavia, chi opera nel campo della traduzione è consapevole che non è sempre possibile mantenere una corretta equivalenza traduttiva sia nello stile, sia nel significato.

Le differenze di struttura nella forma

Esistono differenze formali nella costruzione del messaggio biblico rispetto alle forme che devono essere impiegate nelle altre lingue in cui il testo specificato è tradotto. Queste divergenze riguardano le classi di parole, le categorie grammaticali e la loro disposizione sintattica nelle lingue di arrivo.

Per quanto riguarda il primo caso, la classe delle parole, è noto che non tutte le classi di parola di una “source language” corrispondono a quelle della “target language”, ad esempio può capitare che in greco un sostantivo nelle lingue in cui si opera la traduzione possa trasformarsi in un verbo. Questo fatto porta a classificare le diverse parole in “Parole-Oggetto”, che comprende i sostantivi, e in “Parole-Evento”, cui appartengono i verbi. Il problema più grave concernente la scelta della parole nella traduzione della Bibbia riguarda il fatto che nella lingua greca vi sia la tendenza a preferire parole-evento senza alcun riferimento agli oggetti o alle persone partecipanti all’evento descritto. Si veda la frase “Giovanni predicava un Battesimo di penitenza per la remissione dei peccati” dove tutti i sostantivi, escluso Giovanni, sono parole-evento, ma i partecipanti all’evento non sono noti, per cui la relazione tra gli oggetti e le persone risulta ambigua. Per questo motivo non è semplice tradurre un’espressione formulata in questo modo, che dovrebbe essere costruita mediante l’utilizzo di verbi al posto dei sostantivi, ed essere tradotta come segue “Giovanni predicava che le persone dovrebbero pentirsi ed essere battezzate, così Dio perdonerà il male che esse hanno fatto”.

Analogamente accade con le categorie grammaticali, perché può capitare che nelle lingue originali della Bibbia non esistano categorie grammaticali; per questo motivo, quando si traduce il testo, bisogna conformarlo secondo le regole stabilite dalla lingua d’arrivo. In caso contrario è opportuno considerare diverse situazioni di traduzione della lingua A, considerando i problemi di equivalenza quali:

  1. Casi in cui nel messaggio originale non sono presenti informazioni ritenute essenziali nell’atto della traduzione;
  2. Casi in cui le informazioni obbligatorie del messaggio tradotto risultano incerte nel testo originale;
  3. Casi in cui le informazioni obbligatorie del messaggio in fase di traduzione risultano ambigue nel messaggio originale, incertezza dettata dal fatto che non sempre le alternative proposte sono considerate valide;
  4. Casi in cui le informazioni che devono essere esplicitate nel messaggio da tradurre risultano implicite nel messaggio originale;
  5. Casi in cui le informazioni ritenute esplicite nel messaggio originale devono essere trattata diversamente da quelle utilizzate nel testo da tradurre.

I principi appena descritti vengono applicati anche alla disposizione sintattica dei costituenti sia che formino l’ordine delle parole sia per quanto riguarda il numero e i tipi di dipendenza che si creano tra i sintagmi, ma anche nella scelta delle parole che possono sostituire alcuni termini che sono ritenuti identici ad altri presenti all’interno del testo, e, quindi, evitare fenomeni di ridondanza e di ripetizione nella traduzione. Si possono presentare anche casi in cui il traduttore della Bibbia debba affrontare difficoltà nel trovare le forme linguistiche e semantiche il più vicino corrispondenti alle originali. Queste situazioni possono essere così caratterizzate:

  1. La non esistenza del termine (e del suo referente corrispondente) nella lingua in arrivo, ma con una funzione equivalente che viene svolta da un altro referente: vi sono lingue dove non esiste il termine “neve” che viene sostituito con un altro termine;
  2. L’esistenza di un referente nella lingua d’arrivo, ma con una funzione diversa da quella che essa ha nella lingua di partenza;
  3. La non esistenza del referente nella lingua di arrivo e nessun altro referente con una funzione parallela: casi in cui il traduttore si trova costretto a usare parole straniere per spiegare alcune espressioni che potrebbero non essere considerate idonee nel processo di adeguamento del testo.

Nonostante le difficoltà presenti in questo lavoro, nel tradurre la Bibbia e i numerosi capolavori letterari, la maggior parte degli errori derivano dall’incapacità del traduttori di non essere in grado di adattare correttamente i costituenti sintattici da una lingua all’altra. Tuttavia, gli errori di questo tipo non sono ritenuti i più gravi dell’opera di traduzione. Gli errori più gravi che un traduttore possa fare, traducendo le Scritture, riguardano “i fraintendimenti che insorgono a seguito di mancati riadattamenti culturali”. È, quindi, fondamentale, osservare, analizzare e studiare la cultura biblica e le culture della lingua d’arrivo per cui si sta svolgendo la traduzione.

 

Written by Daniela Schirru

 

Bibliografia

Nida, E.A., Principi di traduzione esemplificati nella traduzione della Bibbia, pag. 149-180, in Nergaard, Siri (1995), Teorie Contemporanee della Traduzione, Strumenti Bompiani, Torino.

 

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