Intervista di Sarah Mataloni ad Elena Vaccaro, giovane fotografa finalista al MArteLive

Intervista di Sarah Mataloni ad Elena Vaccaro, giovane fotografa finalista al MArteLive

Set 27, 2014

Elena Vaccaro, è una giovane e promettente fotografa cosentina.

Conseguita la maturità artistica, collabora con il Teatro dell’Acquario di Cosenza per istallazioni scenografiche ed esegue dipinti commissionati da privati. Poco dopo, realizza in breve tempo un interessante reportage fotografico sulla tradizione culinaria e sulle comunità Arbereshe.

Conosciamo Elena, finalista della sezione fotografia, (assieme ad altri artisti) in occasione dell’esposizione per la Biennale “MarteLive” di Roma: la fotografa ci propone una selezione  in cui vari aspetti della natura  si fondono con l’essere umano.

Le immagini richiamano il concetto di unicum fotografico con delle simbologie riconducibili alle caratteristiche proprie dell’essere umano.

 

S.M: Il tuo primo ricordo legato alla macchina fotografica

Elena Vaccaro: Quando da piccola mi regalarono la mia prima macchina fotografica, una polaroid, non avevo idea delle potenzialità che questo strumento moderno potesse avere. Con l’esperienza mi sono resa conto di come la fotografia fissi aspetti significativi della vita, del tempo in cui viviamo, della società, della politica e in particolare della Storia; ricordi sì indelebili ai più, ma  spesso – per note e non più sopportabili ragioni di opportunità – manipolati.

 

S.M.: Dopo la maturità (leggo dalla tua biografia) hai collaborato  con il Teatro dell’Acquario di Cosenza per installazioni scenografiche. Cosa ricordi di quell’esperienza e come hai deciso poi di cimentarti con la fotografia?

Elena Vaccaro: Emozioni ed entusiasmi: queste sono le sensazioni che ancora ricordo di quell’esperienza, realizzata con impegno da poche persone ma offerta al numeroso pubblico lì presente. Il gusto, poi, di proporre elementi figurativi simbolici che svelassero un significato sotteso, mi ha spinto a sperimentare l’essenza metaforica, emblematica e descrittiva delle svariate arti figurative, tra le quali la fotografia appunto. Con essa sono portata a creare delle contrapposizioni e nel contempo delle analogie connaturali all’essere umano, riconducibili  a linguaggi e pensieri comuni.

 

S.M.: Diversi anni fa hai realizzato un reportage fotografico sulle comunità arbëreshë, riportato in più testi bibliografici. Come si trasmette la tradizione di una comunità attraverso immagini fotografiche? Perché hai scelto di immortalare anche  la tematica della tradizione culinaria?

Elena Vaccaro: Nel descrivere, con immagini, il patrimonio culturale dell’etnia allogena italo-albanese (arbëreshë), presente in Italia dal XV secolo, in fuga dai Balcani per l’espansione turca dopo la caduta della neo-Roma, Costantinopoli (1453), ho provato a evidenziare, non solo le radici presenti nei piccoli gesti popolari, nella luce suggestiva di un  momento quotidiano, di una festa laica o religiosa, ma anche le origini di un popolo che si differenzia dall’Occidente Latino soprattutto per l’osservanza del millenario rito bizantino (la Divina Liturgia detta di S. Giovanni Crisostomo). Questo per manifestare e divulgare ciò che è nascosto o poco conosciuto ai più.  Lo spirito di un popolo, la storia di una comunità, l’amore per il proprio patrimonio artistico e culturale, la conservazione di una lingua diversa, trasmessi con impegno costante e perseveranza, sono elementi custoditi nel tempo. L’arte culinaria è poi un valore aggiunto a quanto detto, poiché caratterizza anch’essa la vita delle genti albanesi e va divulgata attraverso la documentazione  fotografica.

 

S.M.: Come hanno reagito i soggetti fotografati e a cosa hai dato maggior risalto in questo reportage?

Elena Vaccaro: Ho voluto valorizzare la bellezza degli ambienti dei paesaggi e come ho già ricordato alcuni tratti caratteristici di una cultura autoctona che è rimasta incontaminata nel corso dei secoli. A lavoro ultimato la Comunità ha reagito positivamente, poiché si è identificata in quel report fotografico.

 

S.M.: Hai mai collaborato con altre arti? Che esperienza hai avuto?

Elena Vaccaro: Ho sviluppato alcuni progetti con qualche artista come la partecipazione e vincita del concorso per la progettazione di opere che ritraessero il Benedettino S. Bruno e ho eseguito alcune pitture per privati che andavano dal ritratto all’astrattismo.

 

S.M.: Che progetto hai presentato al Martelive e quale emozione o reazione speri di suscitare?

Elena Vaccaro: La tematica presentata al Martelive è quella del tempo. La mia attenzione è stata rivolta a soggetti che si muovono nello spazio ed esprimono l’equivocità, ossia l’ambiguità concettuale del tempo. Il tempo con il suo defluire frenetico giunge all’immobilismo del senso ciclico, e ciò viene decodificato nel progetto mediante elementi statici e dinamici, dove la percezione ne risulta alterata dai diversi sensi dell’anima. Il progetto mira alla riflessione che sta dietro al concetto di tempo, invitando lo spettatore a considerarlo come eternità di un singolo momento.

 

S.M.: Futuri progetti?

Elena Vaccaro: Sì, vorrei approfondire questa fase empirica, cercando di cogliere, laddove sarà possibile, le emozioni dell’essere umano sotto ogni aspetto:  credo che l’arte figurativa fotografica mi aiuterà molto in questo. Grazie.

 

Ricordiamo ai nostri lettori che Oubliette Magazine collabora con la Biennale MArteLive 2014 come Media Partner dell’evento.

 

Written by Sarah Mataloni

 

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