Gioele Dix al “Premio Letterario Giuseppe Dessì 2014” di Villacidro: Quando tutto questo sarà finito

Gioele Dix al “Premio Letterario Giuseppe Dessì 2014” di Villacidro: Quando tutto questo sarà finito

Set 19, 2014

Gioele Dix, classe 1956, nasce a Milano con il nome di David Ottolenghi. Egli stesso sceglie il suo nome d’arte nel 1987, pochi giorni prima del suo debutto allo Zelig: Gioele in onore delle sue origini ebraiche e Dix poiché desiderava un nome con la x.

La sua ascesa nel mondo del teatro e dello spettacolo non è stato così semplice ma anni di gavetta nel mondo della recitazione e la fortuna di incontrare maestri importanti come Antonio Salines e Franco Parenti lo portano dove è oggi.

Attore teatrale e televisivo, regista, comico e scrittore. In tanti lo ricorderanno nel personaggio dell’automobilista “‘incazzato come una bestia!” o nella sua imitazione di Alberto Tomba a “Mai dire gol”, solo per citarne alcuni.

L’occasione che l’ha portato alla XXIX edizione del Premio Dessì è però la pubblicazione del suo ultimo libro, “Quando tutto questo sarà finito. Storia della mia famiglia perseguitata dalle leggi razziali” (Mondadori, 2014), romanzo in cui svela quella parte di vita di suo padre, Vittorio, il quale, a causa delle origini ebraiche, si trovò a subire le persecuzioni al quale in tanti erano sottoposti loro malgrado in quegli anni.

Ieri, 18 settembre, a moderare l’incontro nell’ombroso scenario di Piazza Zampillo a Villacidro, il regista, attore ed autore Giacomo Casti che ha reso più suggestiva la serata con la lettura di alcune parti del libro. Ma a colpire i numerosi spettatori è stata senza dubbio la possente ed impostata voce di Gioele Dix che ha narrato la genesi e gli aspetti principali del suo libro. Come lo ha definito Casti: “un romanzo storico, di formazione, la storia di un ragazzino che diventa adulto; un romanzo da ragazzi perfetto in quanto il padre vive un’avventura alla Mark Twain”.

Il padre nel 1938 aveva 10 anni e nel settembre dello stesso anno entrarono in vigore le leggi razziali che portavano restrizioni di generi diversi alla popolazione ebraica. La sua famiglia ebbe la fortuna di riuscire a fuggire prima che venisse portata via ed il romanzo riporta questa fuga complicata e l’esilio in Svizzera.

È una storia che finisce abbastanza bene e questo era l’intento di Gioele Dix pur consapevole del fatto che si trattasse di un pezzo di sofferenza che riporta a parole come shoah ed olocausto che evocano paura e dolore.

Come ha affermato lo stesso Dixun dolore quasi irraccontabile, in realtà in questa storia della mia famiglia c’è anche una parte buona che è la parte del ritorno, la possibilità di essere sopravvissuti grazie alla bontà di tante persone, anche italiane. Perché il vero passaggio, il vero salto di qualità, cioè il momento in cui la fuga riesce, avviene grazie al gesto decisivo di un uomo, un ufficiale della guardia di finanza italiano, che farà il gesto più importante cioè quello di salvare volontariamente della famiglia. Quindi sapevo che raccontando questa storia avrei raccontato anche qualcosa di bello.”

Giorni, settimane sono trascorse prima che il padre raccontasse tutto al figlio, dopo anni di silenzi. E ciò che denuncia Dix è proprio questa reticenza, i sensi di colpa che caratterizzano parte di quelle persone che sono state testimoni di fatti storici, memorie che molto spesso diventano, purtroppo, perdute.

Non si tratta quindi di un libro buonista, né di accusa, ma racconta semplicemente i fatti così come sono andati.

Una storia commovente che Dix ha arricchito con aneddoti risalenti alle memorie dei genitori e del nonno, rammentando come in casa sua non ci fossero rancori e come talvolta si cercasse di sdrammatizzare con il Witz, il tanto celebrato umorismo ebraico, pur asserendo che l’humour non sia prerogativa ebraica.

Per concludere con le parole dell’attore milanese che hanno strappato un sorriso al pubblico presente “non è un libro nel quale si vuole vendicarsi, nel quale c’è il risentimento. Ci sono state delle cose, per esempio fino al ’62, ’63 in casa mia non entrava niente di tedesco, neanche roba da mangiare. Poi successe una cosa un giorno: mio padre tornò abbastanza agitato a casa e mia madre disse: Roberta forse ho fatto una sciocchezza… ho comprato una Mercedes! Allora mia mamma si illuminò tutta e disse: andiamo giù a vederla! Di che colore è? E andammo giù. E allora dopo lo sentii al telefono che parlava con qualcuno e diceva: sì, sì, ho comprato una Mercedes, ho sotterrato l’ascia!

 

Written and photo by Rebecca Mais

 

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