“Figuracce”, antologia a cura di Niccolò Ammaniti: una divertente ode alla gaffe

“Figuracce”, antologia a cura di Niccolò Ammaniti: una divertente ode alla gaffe

Set 16, 2014

“La strada di ogni scrittore che si rispetti è lastricata di figuracce… Per fortuna con il tempo da cocenti scottature si trasformano in aneddotica e chi si occupa di raccontare storie può reinventarle come meglio aggrada”.

È nata come antologia estiva, da leggere sotto l’ombrellone. Figuracce”, a cura di Niccolò Ammaniti (Einaudi, 2014), raccoglie episodi divertenti ed insieme irriverenti di otto fra i maggiori scrittori italiani. In un’estate che, in realtà, non è mai decollata, le raccolte di racconti di autori vari hanno spopolato, prima fra tutte quella edita da Sellerio, composta di racconti gialli.

Anche Einaudi quindi ha “confezionato” una sua antologia, riunendo, sotto la supervisione di Niccolò Ammaniti, ben tre premi Strega: Ammaniti stesso, Paolo Giordano e il neo vincitore Francesco Piccolo. Nessun tentativo di “raggruppare” o stereotipare un genere. Ciascun autore ha interpretato l’impresa a modo proprio.

Iniziando a leggere l’opera si apprende che durante una cena estiva e dopo avere bevuto un po’, otto scrittori hanno iniziato a confessarsi le figuracce peggiori della loro vita. Cose che, il giorno dopo, solitamente ci si vergogna di avere condiviso; e invece Ammaniti ha chiesto loro di metterle per iscritto.

È nata così quest’antologia, dove vengono toccate varie tematiche letterarie. Sono racconti che parlano di problemi d’infanzia, di amori non corrisposti, di episodi realmente accaduti; così come di eventi surreali e frutto di fantasia. Partendo dall’idea che le figuracce siano “svolte esistenziali”, e che rimangano lì, come vecchie cicatrici a ricordarci ciò che siamo stati, devo affermare che per una ragione di gusto personale, avrei apprezzato di più se le testimonianze degli scrittori fossero state frutto di confessioni tratte da episodi reali della loro vita. Le prime pagine partono all’insegna del “realismo” e del divertimento.

Esilarante l’episodio evocato da Ammaniti che in un ristorante Giapponese ha frainteso e bevuto per errore l’acqua dalla scodella che serviva per lavarsi le mani; oppure che crede che l’amica sia incinta, mentre invece è semplicemente ingrassata. Queste sono figure “classiche”, in cui ci si immedesima e che capitano a tutti. Procedendo nella lettura però, ci si rende conto che le figuracce diventano sempre più “inconsistenti” (tranne in alcuni rari casi) e rappresentano più che altro espedienti per parlare di se stessi.

Ecco quindi che la premessa di Ammaniti, della rivelazione degli “scheletri nell’armadio” nell’afosa estate romana, diventa poco credibile. Si avverte di più un clima da “operazione commerciale”, dove i lettori trovano il loro scrittore preferito, e un episodio del suo “privato”. Al tempo stesso hanno l’opportunità di conoscere autori che magari prima non avevano letto e di fare piacevoli scoperte. In sostanza è un incontro di stili, di umorismo e ricerca linguistica.

Il primo racconto è quello di Francesco Piccolo, senza dubbio il più intimista. Da ragazzo Piccolo confessa di avere avuto i brufoli e di avere letto il ribrezzo negli occhi dei compagni. Quindi adesso, tutto ciò che gli capita, è sempre ben accetto; un dono di cui essere grato e che egli non pensa di meritare. Fosse anche l’amore, improvviso ed imprevisto, che una taxista di Berlino dice di provare nei suoi confronti e che egli, per “gratitudine”, non riesce a fare a meno di incoraggiare.

Elena Stancarelli non narra a mio avviso una vera e propria figuraccia, ma piuttosto il clima di indifferenza e stress che ruota attorno alle trasmissioni televisive, frequentate da personaggi famosi. Lo studio di Unomattina e un Albano poco disponibile, la fanno riflettere sull’utilità di ciò che sta facendo.

Divertentissimo il racconto di Christian Raimo, ai suoi esordi durante una presentazione a New York, accompagnata da droghe e stitichezza, il cui “parto” dalle dimensioni abnormi, sarà affrontato con stoico coraggio nientemeno che da David Foster Wallace, che con lui ha condiviso una festa e un bagno accidentalmente intasato.

Emanuele Trevi racconta di una peculiare “crociera degli artisti”, dove facciamo la conoscenza di una “macchietta” quale il professor Pullone, poeta mancato e della sua assistente, nonché amante, Maddalena. Devo confessare che questo è il mio racconto preferito, del quale ho apprezzato l’umorismo e il senso critico, e la scrittura evocativa, ma sempre elegante, che caratterizza questo scrittore.

Paolo Giordano ci racconta delle sue indecisioni davanti ai venditori negli autosaloni e di come si sia sentito felice alla guida del suo nuovo suv.

Antonio Pascale “indossa” panni femminili per narrare la storia di un’attrazione “galeotta”. Colpevole un vestito a fiori, indossato dalla protagonista, che attira l’attenzione di Stefano, scrittore perverso di racconti noir. Qui ho riso molto con la scena del messaggio inviato per sbaglio a chi non avrebbe mai dovuto riceverlo, e con la carambola dei motorini che si sono abbattuti, in sequenza, disastrosamente al suolo.

Diego de Silva, per il quale ho un debole a causa della naturalezza con la quale esplica gli eventi, ci porta a Courmayeur, dove una serata fra scrittori viene “vivacizzata” da una fan, cafona e in abiti sadomaso. Così come aveva aperto, chiude l’antologia Ammaniti che, fra maghi e sortilegi, si trova ad avere a che fare con la maledizione che ha causato il flop del film “L’ultimo capodanno” di Marco Risi. Fra tutti, questo è il più surreale.

Episodi che hanno il sapore del pettegolezzo, ma che al tempo stesso fanno sorgere la domanda: chi di loro avrà tratto spunto da un episodio reale? Quanto invece hanno inventato, in quelli che si potrebbero definire “eventi autoreferenziali”? Personalmente, ho optato per la seconda ipotesi, anche se non ho idea in quale misura. D’altra parte, così come quasi tutti hanno affermato, è molto difficile per uno scrittore parlare di sé. È una cosa che avviene col tempo. E ciascuno di loro penso abbia ormai sviluppato un’esperienza e una competenza tali da saperlo fare perfettamente. Infatti, lo hanno fatto altrove. In questa antologia ci si ferma allo scopo: intrattenere piacevolmente il lettore, offrendo un assaggio della propria arte. E va bene così. Per fare “outing” c’è sempre tempo.

Ci sono buoni spunti, che portano all’immedesimazione, in quella che purtroppo è una “materia” universalmente conosciuta e sperimentata. Perché come dice Ammaniti nel libro, “La vita, in fondo, non è che uno slalom tra figure di merda”.

 

Written by Cristina Biolcati

 

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