“I giorni della gallina nera” di Caleb Battiago: nella Roma della Papessa transgender avere un utero è peccato mortale

“I giorni della gallina nera” di Caleb Battiago: nella Roma della Papessa transgender avere un utero è peccato mortale

Set 12, 2014

È una scrittura visionaria, quella di Caleb Battiago, apocalittica e viscerale. Va a colmare come sangue venoso gli interstizi della Roma fantascientifica in cui la raccolta di racconti I giorni della gallina nera sono ambientati. È una distopia claustrofobica, al cui orizzonte non si scorge speranza, in una Città Eterna che ha Inferno e Limbo ma nessun Paradiso. Le consolazioni sono solitarie e rubate al tempo, consumate in fretta come se fossero idromele rubato a Dei capricciosi e vendicativi.

I racconti sono quattro (“La Mattanza delle Sirene”, “Il Rosario”, “Fiori di carne”, “Il Mitreo”), l’ambientazione una (la Roma puttana dove l’ingiustizia sembra essere stata santificata e così resa oggetto di reverenza), uno il tema ma scomposto in tanti sottotemi, ognuno approfondito in un racconto. E per ricostruirlo, questo tema coerente ma frammentato in diverse visioni, bisogna farsi prendere per mano dalla narrazione di Battiago e assaggiare, deglutire e digerire tutte le visioni preapocalittiche che ci dà in pasto.

Ne “La Mattanza delle Sirene entra in scena la Papessa, più un simbolo che una persona. (Abituatevi ai simboli: Battiago ne incastra in ogni interstizio della sua prosa.) Di lei sappiamo che della donna ha tutto, anche troppo, ma non l’unica cosa che rende inequivocabilmente donna una donna: l’utero. La Papessa è una transgender addobbata come una rappresentazione di gender femminile portata all’estremo, dove sfocia nel grottesco: le sue enormi tette fanno più che suggerirlo, lo impongono. Ed è proprio questa una delle cifre di Battiago: la sua scrittura non inventa, si limita a portare all’estremo – in una truculenta dimostrazione ad absurdum – le possibili mete ultime di tendenze già presenti oggi.

È la Papessa, regnante decadente di Roma, a organizzare le Dagonachie per il suo popolo, che si comporta come una massa medievale: vive tra il terrore del potere della Papessa e l’esaltazione dinnanzi alle manifestazioni del suo potere. Le Dagonachie sono esattamente questo: il sacrificio di esseri umani, per metà donne e per metà pesci (letteralmente, dato che vengono montate così di proposito per l’occasione), nel Colosseo (nuovamente) riempito d’acqua.

“Il Rosario”, invece, parla di una violenza più sottile e diluita, ma proprio per questo più agghiacciante. Il racconto mostra la banale quotidianità dell’incontro tra alcune donne che si riuniscono per pregare. Ai piedi di ognuna di loro viene posto un recipiente contenente un qualcosa che gli occhi non posso vedere, e che solo con le dita si può scoprire. Essendo un racconto brevissimo, e a mio parere il migliore della raccolta, non vi rovinerò la sorpresa: sta a voi scoprire quale strisciante orrore quotidiano Battiago sia riuscito a ricreare.

“Fiori di carne” è la storia di un incontro. Di una vera donna – ossia di una donna dotata di utero e perciò considerata una paria a Roma – e di una donna perfetta, perfetta per come la Papessa la concepisce, ossia priva di quello che rende donna una donna: un apparato genitale femminile.

Infine, ne “Il Mitreo” abbiamo la rappresentazione più diretta di quello che Battiago suggerisce nell’intera antologia: il necessario sacrificio della donna affinché gli uomini possano godere della Donna Perfetta, quella che è donna solo esteriormente perché depauperata dei suoi veri attributi, e quindi innocua. O, meglio ancora, un uomo ammantato di femminilità come un re mostrerebbe la propria forza indossando la pelliccia di un leone: la Papessa, che per rimpolpare il proprio potere tutto femminile sacrifica ritualmente donne vere.

Si può dire che Battiago ha scritto una raccolta che parla di donne vere senza rischiare di reificare il gender femminile sulle “portatrici di utero”. Perché questo le sue donne sono: esseri umani, null’altro che esseri umani, che hanno un utero. Esseri umani a cui sono state sottratte le parti più succulente del gender perché un uomo le usasse per regnare e che rimangono, “nude”, in una città che le considera cittadini di seconda classe (o, ancor meglio, casta), che dopo essere state disprezzate per secoli per colpe loro addossate (ossia addossate al loro gender), si trovano ora a esserlo per l’unica cosa che non possono mutare: la loro anatomia.

Il discorso di Battiago è complesso e tutt’altro che d’univoca interpretazione.  Accosta parole tra loro scollegate per scardinare i simboli conosciuti dal lettore e per crearne di nuovi. Parte dal lessico per manipolare il livello semantico. Così agendo, Battiago riscrive la lingua stessa, e facendolo crea un nuovo mondo – che altro non è che l’estremizzazione di questo.

È proprio il fatto che la sua Roma sia la nostra Roma e al contempo un’altra Roma a dotare i suoi simboli di un doppio referente: quando leggiamo “transgender”, la parola evoca in noi sia le connotazioni attuali di questa parola (oggi i transgender dalle tette enormi sono più una minoranza vessata che la casta al potere), che quelle date dalla Roma battiaghiana (dove i transgender sono il simbolo della depauperazione delle donne a favore degli uomini). Similmente, le donne di Battiago sono rappresentatefinalmente – come esseri umani, non come archetipi del gender che viene loro addossato (pensano, parlano, soffrono e agiscono come esseri umani, libere da ogni aspettativa derivata dal loro sesso), ma contemporaneamente vivono in un’ambientazione che non fa che sottolineare la loro infima natura.

L’impressione finale è che Battiago abbia optato per una specie di reductio ad absurdum: anziché mettere in scena un mondo in cui le donne non sono che esseri umani, individui unici, non appesantite dalle aspettative (in bene e in male) legate al loro gender e quindi libere di essere ciò che vogliono (utopia), ha portato all’estremo l’oggi (distopicamente), con la conseguenza che ne I giorni della gallina nera, visto da un certo punto di vista, le donne assomigliano in maniera inquietante ai prigionieri ebrei di un lager nazista.

Caleb Battiago (pseudonimo di Alessandro Manzetti), autore di narrativa SF, horror e weird, nonché consulente editoriale ed editor. Ha pubblicato in formato digitale due romanzi (Naraka, Shanti), diversi racconti e raccolte (Acrux, Malanima, Limbus, Mictlan, Vessel, Kiki, I Giorni della Gallina Nera), poesie dark (Venus Intervention con Corrine De Winter), nonfiction (Monster Master), opere in lingua inglese (The Shaman), sia per editori che come produzione indipendente. Membro della Horror Writers Association, per la quale ha ricoperto il ruolo di Italy Coordinator e di columnist della newsletter, attualmente fa parte del Membership Committee.

 

Written by Serena Bertogliatti

 

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